Martedì 27 Gennaio 2026

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«Referendum, il ricorso al Tar serve solo a prendere tempo»

Parla Antonino La Lumia, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano: secondo il “comitato per il Sì - articolo 111” «l’iniziativa sulla data del voto mira solo a ritardare la consultazione»

27 Gennaio 2026, 12:17

12:39

Antonino La Lumia

«Abbiamo ritenuto necessario costituire un Comitato per il Sì che avesse come unico obiettivo quello di fornire informazioni corrette, complete e non ideologiche sulla riforma della giustizia. Lo abbiamo intitolato all’articolo 111 della Costituzione, il “giusto processo”, perché è questo il cuore della riforma: garantire ai cittadini un giudice realmente terzo, distinto da chi accusa e da chi difende», afferma l'avvocato Antonino La Lumia, presidente del Coa di Milano.

Presidente La Lumia, chi fa parte del comitato?

Il Comitato è nato a Milano ma con un respiro nazionale, si sono già uniti in tanti da tutta Italia. Nasce dalla società civile: avvocati, professori universitari, professionisti, cittadini che non hanno un legame diretto con il mondo giudiziario. Abbiamo scelto di impostare la comunicazione non su slogan, ma su argomenti. In un momento in cui il dibattito pubblico è spesso inquinato da messaggi fuorvianti, sentivamo il dovere di riportare la discussione sui fatti.

Secondo il fronte del No, la riforma indebolirebbe l’indipendenza della magistratura.

È un messaggio infondato. Basta leggere il testo e la relazione illustrativa per rendersi conto che è il contrario: la magistratura viene rafforzata nella sua autonomia e indipendenza. Il vero rischio oggi non è la politica, ma il peso delle correnti interne dell’Anm che questa riforma mira finalmente a superare.

In che modo?

Attraverso un nuovo assetto del Consiglio superiore della magistratura che deve essere inteso per ciò che è: un organo di alta amministrazione previsto dalla Costituzione. Non un organo di rappresentanza, né tantomeno un sindacato. La separazione tra Csm dei giudicanti e dei requirenti, insieme al sorteggio dei componenti, serve proprio ad eliminare le logiche di appartenenza che negli anni hanno prodotto criticità evidenti.

Quale sarà l'impatto sul processo penale?

Un impatto decisivo. La riforma rende finalmente coerente il nostro sistema con il modello accusatorio: il giudice è su un piano distinto rispetto alle parti. La terzietà non è un dettaglio formale, è una garanzia sostanziale per ogni cittadino che si trovi, anche solo potenzialmente, coinvolto in un processo penale.

Alcuni sostengono che la separazione delle carriere esista già.

Se davvero fosse così, allora non si comprenderebbe l’opposizione alla sua costituzionalizzazione. Rendere chiaro, anche sul piano costituzionale, che giudice e pubblico ministero seguono carriere distinte significa rafforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia. È una riforma che attiene alla cultura della giurisdizione, all’architrave della giustizia. Gli effetti si vedranno nel tempo. È l’evoluzione di un modello culturale e ne beneficeranno le prossime generazioni.

Perché gran parte degli avvocati sono convinti sostenitori della riforma?

Perché l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono un valore anche per la difesa. Un giudice realmente terzo valorizza il ruolo dell’avvocato e rafforza i diritti di tutti. Non esiste una giustizia equilibrata senza un giudice realmente terzo, equidistante e indipendente dalle parti.

Alcuni promotori di un quesito referendario “alternativo” rispetto a quello già ammesso per il referendum hanno presentato nei giorni scorsi un ricorso al Tar, che sarà definito nelle prossime ore. Ci spieghi.

Dal punto di vista giuridico, non si tratta di un vero quesito alternativo: il contenuto è sostanzialmente sovrapponibile a quello già approvato dal Parlamento, con l’aggiunta di richiami testuali a degli articoli della Costituzione.

Perché allora è stato presentato?

Il punto centrale non è il merito del quesito, ma il tempo. Tale ricorso mira a sospendere o rallentare il procedimento referendario già avviato, contestando gli atti amministrativi che consentono di arrivare al voto. Si tratta di un’azione che incide non sul contenuto della riforma ma sul calendario democratico.

Un’iniziativa “dilatoria”?

Sì. Perché il referendum confermativo segue l’approvazione di una legge costituzionale votata dal Parlamento. Il referendum è l’ultimo passaggio di una “fattispecie a formazione progressiva”: Parlamento prima, cittadini poi. Ritardare questo passaggio significa rinviare l’espressione diretta della volontà popolare senza che vi siano reali ragioni sostanziali.

Ha un fondamento giuridico?

Secondo noi, no. Il Parlamento ha piena legittimità a modificare la Costituzione nei limiti previsti dall’articolo 138, e la separazione delle carriere non incide sulla forma repubblicana né su principi intangibili.

Il vostro comitato ha deciso di costituirsi nel giudizio davanti al Tar.

Sì. Come sottolineato dal professor Pierfilippo Giuggioli, coordinatore del Comitato, “il ricorso non tutela diritti fondamentali, ma persegue una finalità strumentale: allungare i tempi per impedire o ritardare il pronunciamento diretto dei cittadini. La democrazia costituzionale, invece, impone che i cittadini siano messi nelle condizioni di esprimersi nel più breve tempo possibile”.

Cosa succede ora?

Il Tar è chiamato a valutare se vi siano i presupposti per bloccare o sospendere il percorso referendario per il quale il governo ha fissato le date del 22 e 23 marzo. Siamo fiduciosi sul fatto che il giudice amministrativo confermerà la correttezza del procedimento.