L'intervista
Raimondo Orrù
Raimondo Orrù, vice procuratore onorario, membro del Comitato Sì Riforma presieduto da Nicolò Zanon, lei è stato avvocato, ora è a tutti gli effetti magistrato onorario e svolge le funzioni dell’accusa. Perché ha deciso di votare Sì?
Ho scelto il Sì perché la separazione delle carriere e il superamento del correntismo rendono il processo più affidabile, definendo — anche nella percezione dei cittadini — i ruoli dei soggetti che lo animano ed evitando che siano i rappresentanti dei pubblici ministeri a decidere le progressioni di carriera dei giudici e viceversa.
Chi giudica deve avere ruolo e organi di controllo distinti da chi accusa: è una scelta di trasparenza, non di schieramento.
Non è una riforma “contro” qualcuno, ma “per” un sistema più lineare e responsabile e, direi, più onesto verso gli utenti della giustizia.
Secondo lei la magistratura onoraria è compatta per il Sì?
C’è una sensibilità diffusa a favore del Sì, nata dall’esperienza quotidiana nelle aule. Non c’è unanimità — e sarebbe sospetto il contrario — ma il confronto è maturo e guarda al funzionamento del sistema, non alla conservazione di logiche corporative delle quali la magistratura onoraria ha fin troppo sofferto le conseguenze.
Il Segretario dell’Anm, Rocco Maruotti, ha parlato della presenza di tre “colleghi” avvocati nel processo penale: got, vpo, difensore.
Quella affermazione rischia di essere un boomerang. Il ruolo sempre più rilevante assunto negli anni dai magistrati onorari provenienti dall’avvocatura nasce dal consapevole e deliberato contingentamento degli organici della magistratura di ruolo, perpetuato a costo di alimentare il ricorso strutturale a una magistratura onoraria che, seppure precaria, ha comunque assorbito ed evaso oltre il 50% della domanda giudiziaria.
La sua recente stabilizzazione contribuirà — al pari della riforma costituzionale — a chiarire ruoli e responsabilità nel processo, ma occorre anche rafforzare le piante organiche del personale di ruolo e, nell’immediato, colmare le scoperture di quelle attuali gestendo intelligentemente le procedure concorsuali finanziate dal Ministro della Giustizia. All’interno della magistratura onoraria vige la separazione delle carriere?
Sì. La distinzione è netta, già da molti anni, ma non ha impedito a giudici e pubblici ministeri onorari di condividere una comune cultura della giurisdizione. Diciamo che, da questo punto di vista, i magistrati onorari offrono una anticipata rappresentazione di ciò che potrebbe avvenire nell’intera magistratura se prevalesse il Sì: condivisione di valori, idee e interessi, ma separazione di ruoli e carriere quando si esercita il potere giudiziario.
Secondo lei fino ad ora i giudici non sono stati terzi ed imparziali?
Non è in discussione la professionalità dei singoli magistrati italiani. La riforma non nasce dal sospetto, ma dall’esigenza — di rilevanza costituzionale — di rafforzare la terzietà. Nella sede giudiziaria contano i fatti, ma conta anche la fiducia in chi deve accertarli e qualificarli: altrimenti persino la decisione più corretta rischia di essere fraintesa o percepita come poco autorevole.
Qual è l’argomento dei No che più degli altri non comprende?
Fatico a condividere l’idea che la riforma indebolisca la giurisdizione. Al contrario: un sistema più chiaro nei ruoli non indebolisce nessuno, ma rende tutti più responsabili. Gli assetti consolidati hanno l’autorevolezza rassicurante del precedente storico; ma le cronache dimostrano che l’attuale modello ha molti difetti.
Cosa pensa del sorteggio?
Che sia una soluzione sensata a una criticità reale: quel correntismo giudiziario che, attraverso il cosiddetto “metodo Palamara” — dinamica sistemica, ingiustamente etichettata con il nome di una singola persona — ha condizionato nomine e percorsi professionali. Questa legge costituzionale è uno strumento per ridurre il peso delle logiche correntizie e restituire trasparenza e maggiore libertà morale ai magistrati e agli organi di autogoverno.
Crede che la riforma sia perfetta o che ci siano criticità?
Nessuna riforma è perfetta: serviranno norme attuative, costruite con attenzione e partecipazione. Ma la prospettiva è quella giusta: più chiarezza nel riparto delle funzioni, più trasparenza, più equilibrio. Rimandare ancora significherebbe continuare a discutere dei problemi senza mai andare all’origine.
Secondo lei le reali motivazioni della riforma sono quelle di un processo giusto o c’è anche una volontà di “ricondurre” la magistratura come ha detto Mantovano?
Dietro ogni riforma c’è sempre una motivazione politica; e quella, peraltro legittima, di contrastare le derive correntizie e gli illeciti che ne sono derivati ha avuto certamente un peso; ma le nuove norme costituzionali sono destinate a vivere stabilmente nell’ordinamento, anche in future stagioni politiche; pertanto, il punto chiave è valutare se esse aumentino l’indipendenza dei magistrati e le garanzie dei cittadini.
Secondo lei ci sono anche tra i magistrati di ruolo i favorevoli al Sì?
Sì, ci sono magistrati di ruolo che guardano con curiosità o decisa convinzione alla riforma. Molti, comprensibilmente, tengono un profilo “prudente”, ma è interessante notare come la percentuale dei favorevoli aumenti esponenzialmente tra coloro cessati dal servizio. Lungi da me rilanciare la polemica su Falcone, che peraltro soffrì molto gli effetti del corporativismo; però va detto che questa riforma è importante anche per disattivare quelle logiche correntizie che, spesso, hanno inibito il pensiero critico o indotto l’isolamento di figure di grande valore, ma non allineate.