Domenica 25 Gennaio 2026

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L'intervista

«No a questa riforma: è un pericoloso azzardo istituzionale»

Il giurista smonta la separazione delle carriere: «Nessun vantaggio, solo un azzardo per l’ordine giudiziario»

21 Gennaio 2026, 12:43

«No a questa riforma: è un pericoloso azzardo istituzionale»

Serio

Professor Mario Serio, professore di Diritto privato comparato, componente del Garante dei detenuti e già magistrato: cosa voterà al referendum?

Il metodo cui ho ispirato il mio ragionamento è stato quello della “depoliticizzazione” del quesito referendario. Desidero esprimere un'opinione che poggi esclusivamente sulla sostanza del testo di legge sottoposto a conferma popolare. Proprio su queste basi il mio sarà, senza tentennamenti o improprie suggestioni, un voto per il NO.

Perché?

Non vedo alcun incoraggiante nesso migliorativo delle condizioni concrete nelle quali l'ordine giudiziario si trova ad operare tra il nuovo assetto e l'odierna situazione, il cui elemento saliente è dato dalla lentezza e dalla povertà di risorse umane e materiali. È essenziale per un informato esercizio del diritto di voto che il messaggio venga inviato netto e risonante: non è in alcun modo ragionevolmente prevedibile che dalla riforma il cittadino tragga specifici vantaggi in termini di speditezza decisoria, robustezza delle garanzie difensive, più approfondita preparazione della magistratura.

Qual è il punto della riforma che meno condivide?

Sia l'impianto generale sia le singole previsioni legislative rivelano un duplice vizio che contamina irrimediabilmente l'intero disegno: da un canto, la crudele disgregazione di un'idea organizzativa dell'ordine giudiziario di origine costituzionale e, d'altro, il forzoso tentativo di imporre un nuovo modello culturale dell'impegno giurisdizionale. Sostituire ad un sistema nel quale si è storicamente collaudata l'esperienza collettiva un altro totalmente inedito e straniero alla nostra tradizione giuridica si risolve in un pericolosissimo gioco d'azzardo di cui non si possiedono né strumenti predittivi dell'esito né antidoti utilizzabili in caso di insuccesso. Mi riferisco, in particolare, ai drammatici epiloghi che potrebbero accompagnare una nuova formazione professionale dei magistrati dell'ufficio del pm ed ai riflessi sulla loro attività professionale. Temo si debba immaginare un deprecabile scenario di concorsi e preparazioni diversificate per la funzione requirente e per quella giudicante: tutto il contrario di quel che avviene oggi. In sostanza, se finora nessun magistrato reca un certificato di nascita come pm o come giudice in ragione dell'identità della formazione universitaria, da domani ciascun aspirante a far parte dell'ordine giudiziario dovrebbe registrarsi all'anagrafe come appartenente all'una o all'altra categoria nella quale resterebbe imprigionato.

La maggioranza dei penalisti condivide la riforma: possibile che si sbaglino tutti, proprio loro che vivono quotidianamente i processi?

Non esercito la professione forense in campo penale e nutro il più assoluto rispetto per le opinioni e le esigenze dei professionisti che operano in questo settore. È indiscutibile l'aspirazione ad un dibattito processuale che assicuri l'assoluta equidistanza del giudice rispetto alla parte pubblica ed a quelle private. Mi chiedo soltanto se la scissione in due e la conseguente separazione di un organo di rilevanza costituzionale quale il Csm sia soluzione meglio capace di tutelare questo fondamentale principio di civiltà giuridica. Sembra ragionevole pretendere risposta alla domanda se la situazione odierna davvero lasci trasparire il fallimento di questo obiettivo e, soprattutto, se essa sia il frutto guasto della unicità del Csm. Già nell'attuale sistema a giudici e pm è di fatto preclusa la partecipazione al medesimo concorso per uffici direttivi, con la conseguenza che i rispettivi percorsi professionali sono strutturalmente destinati a non incrociarsi.

Lei è stato membro laico del Csm. Diversi suoi colleghi laici hanno ricordato di come le correnti spartivano di tutto. Lei che esperienza ha avuto?

Ricordo il quadriennio come un periodo di felice e profonda immersione nelle acque di un'intensa collegialità, spesa con consiglieri togati di difficilmente eguagliabile valore professionale, etico, umano, rimasto integro negli anni. Essa risentiva di orientamenti culturali e istituzionali che trovavano il loro naturale approdo in proposte che li riflettevano, giammai facendosi prevalere il profilo favoritistico di natura personale. Per essere più espliciti non ho mai assistito a fenomeni di promozione di incapaci o immeritevoli per meriti correntizi. Del resto la logica comparativa, propria di ogni selezione concorsuale pubblica, con la contestuale tutela giurisdizionale, è presidio adeguato nei confronti di arbitrii o abusi. E nessun gruppo associativo è disposto a perdere consenso elettorale proponendo candidature ad incarichi di prestigio di magistrati disistimati o scarsamente attrezzati dal punto di vista professionale o dell'equilibrio.

Fino ad ora sembra che nessuna riforma abbia funzionato per eliminare la degenerazione correntizia. Non è dunque il male minore quello del sorteggio?

Considero il sorteggio l'offesa più atroce che si possa arrecare alla magistratura in termini di discredito e di diniego della capacità di autogovernarsi. A nessun altro ordine professionale è stato mai riservato un simile, umiliante trattamento, contrario allo spirito istitutivo del Csm, ideato sin dalla sua legge istitutiva del 1958 secondo una composizione prodotta da un meccanismo di rappresentanza democraticamente strutturato.

Secondo sondaggi e prese di posizione pubbliche all'interno del Pd e del M5S voteranno NO. Come commenta?

Mi mantengo fedele al proponimento di depoliticizzazione del tema e, quindi, nel rispetto di ciascuna posizione individuale, mi astengo doverosamente da qualsiasi commento.

Secondo lei la magistratura non sta pagando i troppi No dati in questi decenni a qualsiasi riforma ordinamentale?

Ancora una volta ricorro a un espediente ellittico, chiedendo se il prezzo che si cerca di esigere dalla magistratura non sia quello per i troppi No frapposti, anche con elevatissimi sacrifici condotti fino all'estremo limite della vita, a condotte, di gruppo o individuali, contrarie a precetti, valori, concezioni solidamente radicati nel tessuto ordinamentale ed in quello sociale.