Martedì 20 Gennaio 2026

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L'intervista

«In un anno Trump ha cambiato gli Usa in una monarchia»

L’analisi di Gianluca Pastori: «Una presidenza quasi monarchica, più dura del primo mandato»

20 Gennaio 2026, 09:15

«In un anno Trump ha cambiato gli Usa in una monarchia»

A un anno dall’insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump ha abituato il mondo intero a prove di forza, accelerate, retromarce e frasi ad effetto. L’ultima uscita riguarda la mancata assegnazione del Premio Nobel per la Pace, che non obbligherebbe più il presidente statunitense a «pensare esclusivamente alla pace». Un singolare approccio al potere, come evidenzia Gianluca Pastori, professore di Storia delle relazioni politiche tra Nord America ed Europa nell’Università Cattolica di Milano ed esperto di Relazioni transatlantiche dell’Ispi.

Professor Pastori, quanto sono cambiati gli Stati Uniti con il ritorno di Trump alla Casa Bianca?

«Sono cambiati tanto e sono cambiati in modo, per molti aspetti, imprevedibile. Un anno fa ci aspettavamo tutti quanti che ci sarebbe stato un ritorno al passato a quell’esperienza, anche un po' traumatica, del primo mandato presidenziale. Però nessuno si aspettava che le cose venissero spinte tanto avanti, sia sul piano interno che sul piano internazionale. Trump sta cercando di far passare l’idea di una presidenza assertiva, mi verrebbe quasi da dire di una “presidenza monarchica”, con il potere concentrato nelle sue mani. Sul piano internazionale tutti quanti si aspettavano forti tensioni con la Cina. In realtà le tensioni hanno riguardato soprattutto quelli che per gli Stati Uniti sono sempre stati gli alleati tradizionali».

Trump ha detto che nella sua visione non conta il diritto internazionale, ma la sua morale. C'è da preoccuparsi?

«Abbastanza, visto che la morale sembra essere piuttosto elastica. In realtà, anche in questo caso stiamo assistendo all’estremizzazione di atteggiamenti, di posizioni, di politiche che erano già state enunciate nel primo mandato. In un discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2017, parlando ai rappresentanti della comunità internazionale, Donald Trump disse che il miglior modo per fare gli interessi di un Paese è quello di perseguire le sue priorità, senza tenere conto di quelli che erano i tradizionali istituti multilaterali. Si trattò di un richiamo al “sacro egoismo”, come sarebbe stato successivamente definito, che riaffiora e che Trump sta perseguendo in modo dichiarato. Trump sta facendo gli interessi degli Stati Uniti indipendentemente dai vincoli tradizionali che si pongono nel perseguimento degli interessi nazionali di un Paese. Primo fra tutti il diritto internazionale».

I sostenitori del presidente americano evidenziano che in dodici mesi sono stati ottenuti importanti risultati. Tra questi la fine della guerra a Gaza, la cattura di Maduro, la lotta senza quartiere all’immigrazione clandestina. Cosa ne pensa?

«È vero, a Gaza la fine della guerra c'è stata, ma il futuro è ancora estremamente incerto. Stiamo vedendo in questi giorni i problemi che ci sono nell’implementazione del “Piano di pace”. Nicolás Maduro è stato destituito. La sua cattura può essere considerata un risultato positivo dal punto di vista degli Stati Uniti, ma anche qui il futuro del Venezuela è ancora incerto. Altre priorità che Trump aveva fissato all’epoca della sua elezione non sono state raggiunte. Pensiamo ad esempio alla questione della pace in Ucraina. La fine della guerra, secondo Trump, sarebbe stata raggiunta in pochi giorni. Così non è stato».

Quando si parla di sicurezza nazionale si fa pure riferimento alle questioni interne. La mano pesante, certi metodi intollerabili dell’Ice, possono far inciampare l’amministrazione Trump?

«Una delle grandi priorità del ritorno di Trump alla Casa Bianca è stata la lotta all’immigrazione illegale. L’Ice dovrebbe essere lo strumento per perseguire questa lotta. Qualche risultato è stato oggettivamente ottenuto, ma a fronte di un prezzo pagato in termini di condotte e di incolumità dei cittadini americani con una serie di aspetti indubbiamente problematici. Il modo con cui sta operando l’Ice rischia di intaccare il consenso di Trump in diverse fasce del suo stesso elettorato».

Il capo della Casa Bianca si è detto fiero di aver inaugurato una nuova epoca con la cosiddetta “dottrina Donroe”. Trump accarezza il sogno di un terzo mandato?

«Donald Trump aveva enunciato la “dottrina Donroe” già in occasione del suo discorso di insediamento. Tutti gli osservatori avevano considerato una boutade la storia di rinominare il Golfo del Messico in “Golfo d’America”. In realtà dietro a certe dichiarazioni c’è una visione politica che è emersa in questi mesi, ad esempio in Venezuela, ma che con altri strumenti abbiamo visto applicata ad altri Paesi. Penso alla Colombia, al Messico o al Guatemala. Trump sta cercando di riaffermare in modo chiaro la centralità degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. La questione del terzo mandato è un po’ problematica. Sicuramente Trump accarezza questo sogno. In qualche modo l’ha lasciato trasparire in più di un’occasione, ma il percorso è complicato. Prima di tutto da un punto di vista giuridico. Inoltre, vi è una questione anagrafica. Donald Trump è un uomo anziano; sarà un uomo ancora più anziano quando si dovrà presentare eventualmente per il terzo mandato. Sognare è possibile. Il problema è quando ci si sveglia e guardare in faccia la realtà».