Sabato 10 Gennaio 2026

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«Il partigiano Vassalli voleva la separazione delle carriere»

Parla il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicepresidente di “Libertà eguale”: «Le ragioni del No alla riforma sono solamente politiche»

09 Gennaio 2026, 18:23

Stefano Ceccanti

Professor Stefano Ceccanti, vicepresidente di “Libertà Eguale”: perché gli elettori di sinistra dovrebbero votare Sì al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere?

In nome del socialista, riformista e partigiano Giuliano Vassalli, che la riteneva decisiva per la implementazione del nuovo processo accusatorio. Quindi in nome delle diverse, e non poche, matrici del riformismo che convergevano su quelle posizioni. Erano ancora largamente maggioritarie nella legislatura 1996-2001 dei governi dell’Ulivo e del centrosinistra, quando si approvò il nuovo articolo 111 della Costituzione che parla di giudice terzo, alludendo a un futuro completamento con la separazione.

Secondo lei da cosa deriva questa forte opposizione della sinistra parlamentare alla riforma? È un no tecnico o politico?

Sono per il No le dirigenze politiche e parlamentari di Pd, M5S e Avs. Sono per il Sì Più Europa, i socialisti, la stragrande maggioranza di Italia Viva e molti esponenti democratici a vari livelli, provenienti sia dai Ds sia dalla Margherita. Basti vedere il quadro degli aderenti alla nostra iniziativa di lunedì, che coprono ampia parte del territorio. Quindi il quadro è molto articolato. Le ragioni del No sono politiche di politics, la voglia di opporsi a tutto ciò che propone la maggioranza, non distinguendo le istituzioni dalla politica ordinaria, come invece ha invitato a fare il Presidente Mattarella richiamando il dialogo alla Costituente, alla capacità di allora di distinguere tra lavoro comune sulle regole e divisione sul governo dovuta alla Guerra fredda. Vi è poi la paura del Pd di farsi scavalcare dal M5S, che finisce per approdare a una sorta di sindrome di Stoccolma. Non sono quindi, per la gran parte, motivi di policy, di merito. Quelle di merito sono sostanzialmente delle sovrastrutture propagandistiche che deviano rispetto all’impianto riformista delle culture politiche riformiste originarie. È il No che è in discontinuità rispetto al solco tracciato dall’Ulivo e dalla nascita del Pd, e non si può certo chiedere un conformismo solo per ragioni politiche, snaturando a tal fine il ruolo del referendum dove il giudizio deve essere sul testo della riforma.

Giovanni Bachelet, presidente del Comitato “Società Civile per il No”, ha detto della vostra iniziativa: “Quanta gente gli vada appresso non lo so, io sono stato nel Pd solo per 5 anni. Anche allora loro facevano molti convegni ma poi non eleggevano molti parlamentari, auguro buona fortuna”. Come replica ?

Bachelet ha ragione, il punto è però che Libertà Eguale non è una corrente di partito e quindi non ha come suo scopo quello che giustamente, dal loro punto di vista, hanno le correnti, ossia di acquisire spazi di potere per far valere le proprie ragioni. Libertà Eguale, sorta nel 1999, ha un ruolo di animazione culturale che, credo, abbia fatto valere in vari passaggi, soprattutto nei convegni annuali di Orvieto. Lì sono state poste le basi per la nascita del Pd, sia ideali sia di modello di statuto, lì Veltroni espose per la prima volta la linea della vocazione maggioritaria, lì per merito di Giorgio Armillei, ci si è dati anni fa una linea organica sulla giustizia. Mi consenta un paragone: la Lega Democratica che sorse dai cattolici per il No al referendum sul divorzio ebbe ben pochi parlamentari, ma con Pietro Scoppola, Nicola Lipari e Roberto Ruffilli, sotto vari profili, a partire da quelli istituzionali, ha segnato la storia della Repubblica. Quello è il modello che stiamo provando ad affermare anche in questo referendum. Quindi accolgo volentieri l’augurio di buona fortuna da parte di Giovanni Bachelet.

Secondo lei è stato giusto approvare una riforma calata in Parlamento dal governo e non emendabile?

Ci sono state due opposte rigidità sia del governo sia delle opposizioni. A noi elettori è arrivato un testo in cui comunque gli elementi positivi prevalgono, è su quello che siamo chiamati a esprimerci. Le ragioni puntuali le ha esposte su tutto il testo il professor Carlo Fusaro nel vademecum che abbiamo reso disponibile on line sin da inizio dicembre.

Secondo lei qual è la previsione più importante della riforma?

La divisione in due del Csm senza la quale la separazione sarebbe incompiuta, perché ciascuno inciderebbe sulla carriera degli altri negando la logica del sistema accusatorio, e poi l’Alta Corte disciplinare. Che era prevista anche nel programma elettorale del Partito democratico del 2022.

Lunedì il Consiglio dei ministri potrebbe fissare la data del referendum. In una situazione che legittima sia la scelta del governo ma anche quella di attendere la raccolta firme, non sarebbe auspicabile optare per la seconda soluzione?

Non siamo interessati al conflitto sulle date: lunedì abbiamo la nostra iniziativa a Firenze e non ci occuperemo del Cdm. Mi permetto di dire solo una cosa: il governo voleva votare a inizio marzo, i sostenitori del No volevano aprile, a me sembra che il 22 marzo sarebbe una decisione salomonica, Più di una voce autorevole si era levata a favore di questo ragionevole compromesso. Poi se il governo deciderà per il 22 e i sostenitori del No non saranno contenti, faranno ricorso e vedremo gli esiti, ma per noi non cambia nulla se non qualche settimana in più o in meno di campagna. Non ci occuperemo di polemiche sulle date.

Nordio ha detto che in fase attuativa la riforma può essere migliorata. Lei cosa consiglierebbe?

Secondo me se ci mettiamo ora a discutere di fase attuativa confondiamo gli elettori. Posso solo dire che ci dichiariamo disponibili a dare una mano, ove richiesta.

Esiste il rischio che i cittadini che andranno a votare non saranno davvero consapevoli della portata della riforma?

Il rischio c’è. Anche per questo governo e opposizione avrebbero dovuto puntare a una riforma a due terzi senza referendum, ma nessuno ha voluto questo esito. A questo punto lavoriamo seriamente sul merito.

Come giudica la campagna portata avanti dal Comitato del No dell’Anm?

Mi sembra al momento una campagna propagandistica piuttosto strana per dei magistrati, che dovrebbero essere concentrati sulle norme da applicare. Qui invece si paventa una subalternità dell’ordine giudiziario alla politica che non trova riscontro nelle norme.

Si trova a suo agio nella stessa parte di chi sostiene che questa riforma serve alla destra così come alla sinistra, che mira a ‘ricondurre’ la magistratura, che sarà un freno alle invasioni di campo delle toghe?

Chiunque sostenga questa tesi è fuori strada perché la riforma non tocca i rapporti tra giustizia e politica. L’impatto è a garanzia dei cittadini, perché separando davvero le carriere a partire dal Csm si consente a gip e gup di poter dire di no ai pm nella fase delle indagini preliminari, dove la loro subalternità odierna porta a colpire le persone, rendendole vittime di un processo mediatico. Molti vengono poi assolti in seguito, ma questo non compensa il calvario precedente.