Giuliano Cazzola, economista e a lungo uomo della Cgil, critica l’operato di Maurizio Landini, che definisce «padre/padrone del sindacato accusandolo di aver «sfasciato tutto».
Professor Cazzola, diversi commentatori stanno criticando l’atteggiamento della Cgil, in piazza con i manifestanti pro Maduro: che ne pensa?
Penso che sia stato quanto meno un eccesso di zelo. Un atteggiamento più prudente, meno da “prima linea” sarebbe stato più opportuno. Ma ormai da Maurizio Landini possiamo aspettarci di tutto. Qualcuno dovrebbe rivolgergli una domanda. Se al posto di Maduro ci fosse stato Netanyahu (il quale è oggetto di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale) il buon Landini non avrebbe festeggiato l’evento insieme all’Anpi? Quello a Maduro è un sostegno peloso, che nasconde una empatia nei confronti dei regimi autoritari nostalgici del comunismo e comunque anti-Usa. Prenda il caso di Cuba che resta un pezzo di cuore della sinistra, nonostante tutto. O dell’Iran. La Cgil è stata fortunata perché l’attacco aereo americano sull’Iran si è risolto in qualche ora, altrimenti l’avremmo vista solidarizzare con gli ayatollah. Ma non è detta l’ultima parola; basta aspettare e vedere che cosa farà Trump se la repressione delle guardie della rivoluzione dovesse inasprirsi.
Crede sia un problema della sinistra in generale, oltre che della Cgil?
Dietro Landini c’è un retroterra di sinistra equivoco: Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, criticarono, a suo tempo, il conferimento del Nobel per la Pace 2025 a Maria Corina Machado, definendola una scelta che rifletteva l’egemonia della destra conservatrice (Maduro era la sinistra?) e non coerente con l’impegno per la pace, dato che Machado sosteneva l’intervento militare Usa in Venezuela ed esprimeva, sullo scenario internazionale più ampio, posizioni vicine a quelle di Netanyahu.
Crede che la linea della Cgil sia data solo da Landini o c’è un problema più profondo che riguarda il più grande sindacato italiano?
Il problema della Cgil è quello di avere in Landini un padre/padrone. È un fenomeno degenerativo che non riesco a spiegarmi. La Cgil di oggi è un’organizzazione strana: un sindacato uno e bino. La confederazione è un partito in transizione, assimilato ormai all’opposizione, mentre le categorie mantengono un profilo sindacale, fanno i contratti, hanno rapporti di unità d’azione con le altre federazioni di Cisl e Uil. Landini è impegnato a sfasciare tutto. Pensi al pubblico impiego dove le federazioni della Cgil hanno smesso di sottoscrivere i contratti al solo scopo di protestare contro il governo in quanto datore di lavoro. Recentemente la federazione dei chimici, storicamente dai tempi di Sergio Cofferati un presidio del riformismo sindacale, è stata indotta a non firmare un accordo con l’Eni. La Cgil procede a vele spiegate verso un’alleanza con il sindacalismo radicale di base.
In cosa dunque la Cgil di oggi è diversa rispetto a quella di 20, 30 o 40 anni fa?
La Cgil che ho conosciuto io era un’organizzazione pluralista, capace di preservare la propria unità anche tra correnti sindacali organizzate. Nella segreteria confederale vi erano personalità di spicco portatrici di linee diverse anche tra i comunisti. Soprattutto era un’organizzazione che aveva investito sull’unità sindacale con le altre confederazioni. Luciano Lama aveva fatto conoscere il sindacato agli italiani come una forza positiva e responsabile. Landini si inventa le cose, falsifica le statistiche, racconta di un paese che esiste solo nei suoi pensieri. Arriva persino a negare i meriti del sindacato (ce ne sono tanti) nella tutela dei lavoratori pur di presentare un’Italia con le pezze al sedere. La Cgil, verso la fine degli anni ‘70, insieme alle altre sigle appoggiò Solidarnosc in Polonia. Oggi non è stata in grado di impostare una iniziativa in difesa dell’Ucraina, se non per chiedere al governo di sospendere gli aiuti militari.
La Cgil sta partecipando anche alla campagna dell’Anm per il no al referendum sulla giustizia, e potrebbe farlo anche a livello economico: come commenta?
È l’esempio più evidente dello snaturamento della confederazione. Del resto la Cgil aveva raccolto le firme per il referendum sull’autonomia a cui aveva appoggiato i suoi cinque quesiti sul lavoro. Certo, se la Cgil si impegna in una operazione politica lo fa investendo le risorse di cui dispone. E qui sta il problema. I sindacati godono di importanti diritti per poter fare al meglio il loro mestiere. Se se ne servono per fare politica compiono un abuso, che prima o poi verrà denunciato.
Giorgia Meloni è riuscita a spaccare il sindacato, con la Cisl più vicina al governo e Cgil e Uil contro, pur con pesi specifici diversi: pensa che gli equilibri tra poteri siano definitivamente cambiati?
Giorgia Meloni non ha spaccato nulla. Anzi. cominciò con un’attenzione particolare verso la Cgil, partecipando al suo congresso. Certo, se la confederazione di Landini programma gli scioperi generali prima ancora di conoscere le proposte del governo, non vedo che cosa possa fare Meloni. È il Pd che per seguire Landini ha abbandonato la Cisl, il sindacato più vicino ad una cultura riformista. Tra Cgil e Cobas in autunno sono stati effettuati a breve distanza un dall’altro ben quattro scioperi generali, una forma di lotta che è divenuto un rituale burocratico. Tanto che la partecipazione dei lavoratori è in forte declino. Ormai si guarda alle manifestazioni dove confluiscono le più varie umanità, mentre i lavoratori prendono le distanze a meno che non trovino nello sciopero il modo per esprimere una protesta politico/partitica. Ma devono comunque intravedere la possibilità di qualche risultato.