Stephen Miller, uno dei più stretti collaboratori del presidente americano Donald Trump, ha detto due giorni fa alla Cnn che «viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, dalla violenza, dal potere». Si tratta delle «ferree leggi del mondo fin dall’inizio dei tempi». Se queste parole fossero state pronunciate da una persona qualsiasi, non ci sarebbe da preoccuparsi. Dette da chi può influenzare l’uomo più potente della Terra le cose cambiano completamente.
L’operazione militare in Venezuela è uno degli esempi più eclatanti del mondo reale con scenari mutati rispetto al passato. Secondo il professor Paolo Bargiacchi, ordinario di Diritto internazionale nell’Università “Kore” di Enna, stiamo assistendo ad un’opera modellatrice delle norme che regolano i rapporti tra gli Stati. «Il diritto – dice al Dubbio Bargiacchi - non è sempre in grado di arrestare le strategie politiche ed economiche perseguite dagli Stati più assertivi e rischia talvolta di essere travolto dalla forza».
Professor Bargiacchi, con l’operazione militare in Venezuela gli Stati Uniti intendono plasmare un “nuovo” diritto internazionale?
Al momento è prematuro ritenere compiuta una evoluzione del sistema vigente. In un’ottica di medio-lungo periodo è però lecito domandarsi se simili condotte degli Stati possano, nel momento in cui siano giustificate in punto di diritto da una parte sufficientemente rappresentativa della Comunità internazionale, innescare una graduale evoluzione di alcuni principi del diritto internazionale e quindi prospettare un diverso panorama giuridico per il futuro. Il diritto non è sempre in grado di arrestare le strategie politiche ed economiche perseguite dagli Stati più assertivi e rischia talvolta di essere travolto dalla forza. Esiste un gruppo di Stati che da alcuni decenni sta reinterpretando alcune norme e concetti fondamentali come quelli di legittima difesa, terrorismo e sicurezza. Nel diritto internazionale, data la struttura paritaria e anorganica della comunità degli Stati che lo produce, le norme cambiano quando una parte rappresentativa della comunità vuole cambiarle. All’inizio sembrava che fossero solo gli Stati Uniti e pochi altri a reinterpretare innovativamente questi concetti, ma col tempo altri si stanno aggiungendo e si potrebbe dunque raggiungere una massa critica tale da innescare il cambiamento. Io credo che gli Stati europei siano l’ago della bilancia in questo momento storico e molto dipenderà dalla posizione che prenderanno in questo delicato periodo.
Crede che l’Europa possa avere un sussulto nel fare alcune rivendicazioni?
Se gli Stati europei accompagneranno le istanze di cambiamento giuridico avanzate dagli Stati Uniti, potremmo arrivare a un'evoluzione delle norme internazionali perché l'Occidente è una componente molto rappresentativa e importante della comunità internazionale. Se invece ribadissero la perdurante vigenza dell’attuale interpretazione del diritto internazionale, in particolare con riguardo all’uso della forza, allora la pressione trasformativa esercitata dagli Stati Uniti verrebbe efficacemente contrastata e certe condotte, come l’intervento in Venezuela, continuerebbero anche in futuro a essere valutate per quello che oggi sono, cioè violazioni gravi del diritto internazionale. Dipende molto, a mio avviso, dagli europei.
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato molto chiaro. Intende applicare quella che ha ribattezzato “Dottrina Donroe”. C’è da preoccuparsi?
Io, essendo un giurista, posso solo ragionare sull’impatto giuridico di questa dottrina politica statunitense risalente nel tempo e riadattata dal presidente Trump. Da un punto di vista giuridico posso dire che tale dottrina aumenta la probabilità di interventi militari, come quello in Venezuela, e, dunque, anche l’esigenza per l’interveniente di doverli giustificare giuridicamente. La giustificazione giuridicamente predominante in tali casi è la difesa proattiva della propria sicurezza. Il tutto secondo parametri dilatati al fine di poter, quanto meno apparentemente, giustificare l’uso della forza. Se in futuro tali interpretazioni oggi inammissibili diventassero predominanti, modificando gli attuali limiti giuridici all’uso della forza, allora le conseguenze sul piano globale sarebbero molto rilevanti. A quel punto, infatti, anche altri Stati, altrettanto potenti, potrebbero cogliere l’occasione e rivendicare la legalità, in un diritto internazionale rinnovato, delle loro operazioni militari.
Il dibattito sull’attacco statunitense in Venezuela e la cattura di Maduro è destinato a durare a lungo. La motivazione addotta da Washington, riguardante il contrasto al traffico di droga, è valida?
Dal punto di vista del diritto internazionale vigente, assolutamente no. Non c’è spazio per rivendicare la legalità dell’operazione. Il fatto che il presidente venezuelano fosse, come lo accusano gli Stati Uniti, il capo di un’organizzazione di narcotrafficanti non consente, alla luce del diritto internazionale, un intervento militare per arrestarlo e processarlo in territorio statunitense. Sono altri gli strumenti che possono e debbono essere usati ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e hanno tutti natura pacifica. Questo concetto nella riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza di lunedì è stato ribadito da molti Stati, oltre che dal Segretario generale delle Nazioni Unite. Di fronte a situazioni come quella che stiamo commentando la forza non può essere la soluzione semplicemente perché il suo uso è vietato e devono essere utilizzati altri strumenti.
Assisteremo ad altri blitz, come quello degli Stati Uniti, in altre parti del mondo?
Il presidente Trump ha detto chiaramente che la Colombia potrebbe essere il prossimo destinatario di un intervento simile a quello del Venezuela, lasciando invece intendere che Cuba cadrà da sola. Non sarei sorpreso se gli Stati Uniti riapplicassero il nuovo schema giuridico al quale prima ho fatto riferimento, cioè quello delle operazioni di law enforcement, a carattere militare, finalizzate a contrastare le organizzazioni criminali che sono dedite al narcotraffico. Tale schema logico-giuridico è stato criticato dalla Cina e dalla Russia nella riunione del Consiglio di Sicurezza, dove hanno condannato senza esitazione l’azione militare statunitense come del tutto contraria al diritto internazionale. Addirittura, la Russia ha parlato di aggressione. Vi è poi un altro aspetto.
Quale?
Le giustificazioni in punto di diritto variano a seconda delle molteplici e differenti circostanze politiche di ogni situazione. Gli Stati Uniti hanno considerato il Venezuela il centro del narcotraffico internazionale e dunque una minaccia per la loro sicurezza. La Cina su Taiwan ha una lettura completamente diversa mentre la Russia ha giustificato l’intervento militare nel Donbass anche al fine di proteggere la popolazione russa. Situazioni che apparentemente sembrano simili data la postura egemonica di queste Grandi Potenze, nello specifico si rivelano invece molto diverse tra loro. Questo ha consentito a Cina e Russia di puntare il dito contro gli Stati Uniti in Consiglio di Sicurezza.
Nel frattempo si è aggiunto un altro fronte che provoca non poche preoccupazioni: quello della Groenlandia. Gli Stati Uniti rappresentano adesso anche una minaccia per l’Europa?
Il presidente Trump da quasi un anno rivendica la necessità di acquisire la Groenlandia per esigenze di sicurezza e per contenere la presenza russa e cinese in quel quadrante del mondo. In passato ha anche detto che a qualunque costo avrebbe preso la Groenlandia. Visti i recenti sviluppi, non possiamo escludere una situazione che fino a poco tempo fa era assolutamente utopica, cioè quello di un intervento militare in Groenlandia, rivendicando anche qui come giustificazione giuridica di fondo le esigenze di una difesa proattiva della propria sicurezza. Forse, è tempo che gli Stati dell’Unione Europea prendano una posizione più ferma, perlomeno da un punto di vista politico e giuridico. Sull’intervento in Venezuela abbiamo assistito a molta cautela, a molti distinguo. L’unico Paese che si è smarcato in Europa è stato la Spagna, che ha condannato senza riserve l’illegalità dell’intervento statunitense. Germania, Regno Unito, Italia e Francia hanno invece operato una serie di distinguo che sembrerebbe implicitamente riconoscere un fondamento di legittimità politica e legalità giuridica per l’operazione militare. L’idea di Trump di controllare la Groenlandia innescherebbe una serie di conseguenze importanti, dato che è sotto la sovranità della Danimarca e la Danimarca è un membro della Nato al pari degli Stati Uniti. Si potrebbe anche prefigurare uno stallo completo della Nato e magari l'inizio della sua fine come organizzazione internazionale.
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