“Magistratura tra realtà e finzione. La forza del pensiero critico” è il titolo scelto per il terzo Congresso Nazionale di Area Democratica per la Giustizia che si riunirà a Cagliari il 24, 25 e 26 settembre. A pochi giorni dall'incontro riflettiamo con il segretario Eugenio Albamonte sulle tematiche di attualità giudiziaria.
Sì, sono d'accordo. Il nodo gordiano su cui si è incentrato il dibattito, ossia l'improcedibilità, alla fine è stato mantenuto con un approccio di corto respiro. Si è deciso che bisognava garantire l'onore sia dei Cinque Stelle, che si erano impegnati per l'azzeramento della prescrizione dopo la condanna di primo grado, sia quello della Lega che voleva che quel principio fosse rimesso in discussione. Inoltre la soluzione finale adottata - spostare in avanti il regime dei due anni per l'appello e di un anno per la Cassazione al 2024 e proporre nel frattempo un regime intermedio - ha un po' le gambe corte e sembra voler buttare la palla, come già avvenuto per le intercettazioni di Orlando e la prescrizione di Bonafede, nel campo del ministro che verrà. Per gli operatori del diritto che vanno in cerca di norme sicure e durevoli non rappresenta l'ottimo.
Nell'ultima fase di riforma del penale, quando si trattava veramente di passare dalla bozza Lattanzi al progetto di emendamenti governativi da presentare, si è tenuto conto solo della mediazione politica. E i tecnici di qualsiasi provenienza - avvocatura, accademia, magistratura - non sono stati più interpellati. Non vorrei che si ripetesse lo stesso scenario in fase di riforma del Csm.
Proporrò al Congresso di concentrare l'attenzione, e quindi anche la richiesta politica, innanzitutto sulla legge elettorale. È stato un giudizio condiviso, non solo da parte dei magistrati, ma anche dell'accademia e del mondo dell'avvocatura, che l'attuale legge contribuisce a determinare gli effetti che abbiamo visto. Area, in tutto il periodo di vigenza di questa legge, ha adottato la tecnica delle elezioni primarie.
Questa nostra scelta non è stata condivisa da tutti i gruppi; in alcune correnti, i candidati sono stati designati dalle segreterie, quindi dalle dirigenze e a volte, purtroppo, è capitato che siano stati addirittura definiti, a dispetto delle regole democratiche che dovremmo governare le correnti, da qualche sorta di potentato che nel tempo si è strutturato all'interno della corrente stessa. Tutto questo non può più accadere: ne vale della credibilità dell'intero sistema giudiziario. Non si possono affrontare i prossimi quattro anni del Consiglio con queste regole. Sarebbe la morte del Csm, prima di tutto agli occhi dei magistrati: si tratta dunque di una Linea Maginot da cui non si può retrocedere.
Ho apprezzato in tal senso la considerazione che su questo punto ha fatto l'avvocato Pecorella proprio sul vostro giornale: giudicare così un pm significherebbe dire che è più bravo l'avvocato che vince più processi. Aggiungo due argomenti. Il primo: una valutazione della performance giudiziaria dei provvedimenti come parametro di valutazione professionale del magistrato porta al paradosso che gli unici che avranno la valutazione positiva saranno quelli della Cassazione perché sono gli ultimi a giudicare.
Il secondo: non vorrei che questo tipo di valutazioni ci costringesse, per paura di essere smentiti, ad assumere delle decisioni un po' burocratiche, che si fondano sul precedente. Sarebbe la fine del diritto applicato. Prendiamo il caso Cappato/ dj Fabo: il pm sarebbe arrivata a quelle stesse conclusioni se fossero state in vigore le previsioni volute dall'emendamento del Pd? Non credo: avrebbe messo a rischio l'avanzamento in carriera e subìto anche una campagna mediatica sfavorevole.
Può essere condivisibile una Corte di Giustizia, composta anch'essa di Consiglieri superiori eletti e nominati dal Parlamento, che si occupa solo di disciplinare e non delle altre competenze del Consiglio. Invece non condivido l'ipotesi di un'Alta Corte che, mettendo insieme magistrati amministrativi, contabili, ordinari, militari e rappresentanti eletti dal Parlamento, abbia competenza su tutte le magistrature in quanto, almeno ai miei occhi, le altre istituzioni disciplinari hanno, senza voler mancare di rispetto a nessuno, un atteggiamento molto più corporativo della nostra.
In questo momento ci rendiamo ben conto, come magistrati e come cittadini, quanto sia importante, rispetto ad alcune vicende che sono accadute e continuano ad accadere, il fatto che esista un giudice disciplinare affidabile, che quando deve sanzionare sanzioni. Ciò ha un significato non solo di recupero dell'etica e della immagine della magistratura ma anche di funzione di prevenzione speciale del ripetersi di certi comportamenti.
La situazione è complessa. Se dovessi rintracciare una causa primaria del sovraccarico della giustizia penale sarebbe l'atteggiamento del legislatore per cui qualsiasi problema deve essere risolto con l'individuazione di una sanzione penale. Penso ad esempio a quando si ritenne che le violazioni delle prescrizioni sul lockdown dovessero essere sanzionate ai sensi del 650 c. p.: si tratta del tipico caso in cui il legislatore, non sapendo cosa fare, avrebbe utilizzato lo spauracchio della norma penale, intasando i tribunali da qui all'eternità. Ogni qualvolta il legislatore prevede un nuovo reato sull'onda dell'emotività collettiva, e lo fa ad invarianza finanziaria, si dà origine ad un numero infinito di procedimenti che avrebbero bisogno invece di risorse nuove per essere smaltiti.
Aumentare le pene è una modalità ipocrita di affrontare il problema. Il governo e il Parlamento dovrebbero chiedersi i motivi per cui ci sono così tanti incendi dolosi. Non può essere tutto ricondotto a dei pazzi piromani, ci sono altre ragioni su cui interrogarsi. L'aumento della pena in sé è uno scaricabarile, è un modo per dire ai cittadini “noi abbiamo la coscienza a posto”, poi se i problemi non si risolvono è anche colpa della magistratura.
Secondo me vengono limitate le forme incaute di comunicazione all'opinione pubblica. Una attività di informazione rispetto a quello che sta facendo l'autorità giudiziaria - procura, forze dell'ordine, organismo giudicante - non è affatto disdicevole. È meritorio, ad esempio, che la Corte Costituzionale si sia dotata di un ufficio stampa che spieghi alcune particolari decisioni.
Se una persona viene arrestata, bisogna farlo sapere: non siamo mica in America Latina dove la gente spariva e nessuno sapeva nulla. Però quella informazione deve essere data in modo corretto e nel rispetto dei diritti della persona sottoposta a provvedimento. Gli unici che possono preoccuparsi della nuova normativa sono quelli che di solito non sono attenti nel comunicare o perché comunicano cose irrilevanti a mero titolo di autoglorificazione o perché non rispettano la dignità dell'indagato.
Sì, certo. Servirebbe innanzitutto a controllare a monte il fatto che la notizia sia tecnicamente rispondente ai canoni della presunzione di innocenza. Inoltre romperebbe quel legame personale, che per me non è positivo, tra alcuni magistrati ed alcuni organi di informazione, che spesso dà vita a rapporti preferenziali rispetto ad altre testate.