Esteri
Usa, Proteste contro la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele
La tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran non basta ancora a raffreddare tutte le tensioni aperte dalla guerra delle ultime settimane. Anzi, mentre in Medio Oriente si muovono i primi contatti diplomatici tra Arabia Saudita e Iran, il fronte atlantico si scopre più fragile, con la Casa Bianca che starebbe studiando misure punitive contro alcuni Paesi della Nato giudicati poco collaborativi durante la campagna militare americana contro Teheran.
Il risultato è un quadro doppiamente instabile. Da una parte Washington scarica sugli alleati europei parte della frustrazione per il mancato sostegno alla guerra voluta da Donald Trump insieme a Benjamin Netanyahu fuori dal perimetro Nato. Dall’altra, nel Golfo si riaprono canali di comunicazione che segnalano un tentativo di de-escalation, ma la navigazione nello Stretto di Hormuz resta ancora fortemente rallentata e lontana da un vero ritorno alla normalità.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, l’amministrazione Trump sta valutando una serie di misure punitive contro alcuni membri dell’Alleanza atlantica che il presidente considera insufficientemente disponibili ad aiutare gli Stati Uniti durante la guerra contro l’Iran. Tra le ipotesi sul tavolo ci sarebbe anche il trasferimento di truppe americane da Paesi ritenuti poco affidabili verso altri considerati invece più vicini a Washington in queste settimane, come Polonia, Romania, Lituania e Grecia.
La pista arriva dopo giorni di forti tensioni tra Trump e diversi partner europei, in particolare per il rifiuto di concedere supporto diretto, accesso allo spazio aereo o collaborazione navale nella gestione della crisi su Hormuz. Reuters riferisce che, nel colloquio di ieri alla Casa Bianca con il segretario generale della Nato Mark Rutte, il presidente americano ha ribadito la propria delusione verso alcuni alleati, accusando l’Alleanza di non essere stata al fianco degli Stati Uniti «quando ce n’era bisogno».
Il viaggio di Mark Rutte a Washington si inserisce proprio in questo contesto. Reuters riferisce che il segretario generale della Nato ha incontrato Trump per oltre due ore e, pur definendo il confronto franco ma amichevole, ha ammesso che alcuni alleati europei sono stati messi alla prova dalla guerra con l’Iran e non hanno risposto nel modo atteso dagli Stati Uniti. Allo stesso tempo, ha provato a sottolineare che la maggioranza dei Paesi europei ha comunque fornito sostegno logistico o politico all’azione americana.
Il punto politico, però, resta molto pesante. La Casa Bianca non ragiona più soltanto in termini di malumore o pressione diplomatica, ma starebbe valutando conseguenze concrete sulla presenza militare americana in Europa. E questo finisce per proiettare la crisi iraniana ben oltre il Medio Oriente, trasformandola in un nuovo fattore di lacerazione nei rapporti transatlantici.
Sul fronte mediorientale, intanto, arriva un segnale diverso. L’agenzia ufficiale saudita Spa ha riferito di un colloquio telefonico tra il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan e il suo omologo iraniano Abbas Araghchi, il primo contatto ufficiale tra i due Paesi dall’inizio del conflitto. La conversazione, avvenuta su iniziativa iraniana, si è concentrata sugli ultimi sviluppi e sulle modalità per ridurre l’escalation e contribuire al ripristino della sicurezza e della stabilità nella regione.