La denuncia
Non sono più disposte a essere soltanto "casi studio" per le Commissioni parlamentari. Il Comitato "Madri unite contro la violenza istituzionale" rompe il silenzio e invia un accorato appello al ministro della Giustizia e alla Commissione Femminicidio: la richiesta è un intervento ispettivo immediato per fermare quella che definiscono una vera e propria «sistematica persecuzione giudiziaria». Quello che è stato attivato per il caso della "famiglia nel bosco", per via dell'eco mediatica, ma non per i casi che, stando a quanto accertato proprio da una Commissione parlamentare, sono episodi accertati di violenza da parte dello Stato.
Al centro della denuncia ci sono le donne le cui storie sono state riconosciute come "casi esemplari" di vittimizzazione secondaria nella Relazione della Commissione Parlamentare d’Inchiesta della scorsa legislatura (aprile 2022). Donne che, dopo aver denunciato violenze, si sono ritrovate imprigionate in un ingranaggio giudiziario che sembra essersi ritorto contro di loro.
Il dogma della bigenitorialità e la "trappola" della Legge 54
Il Comitato punta il dito contro l’attuale applicazione della Legge 54/2006 sull’affido condiviso. Secondo le madri, la bigenitorialità è stata trasformata da diritto del minore in un «dogma obbligatorio» applicato a prescindere dai rischi. «Questo automatismo – spiegano – calpesta i diritti dei minori, giustificando la loro permanenza in situazioni di pericolo e alimentando ricorsi strumentali per "resettare" i bambini in comunità e affidarli a chi li ha maltrattati».
"L’eterno giudizio" e la violenza economica
A straziare queste famiglie è anche il limbo giuridico. Il continuo "rimpallo" tra Cassazione e Corti d’Appello impedisce il raggiungimento di sentenze definitive, violando il principio della ragionevole durata del processo (Art. 111 Cost.). Questo stallo produce traumi irreparabili e una feroce violenza economica:
«Siamo continuamente trascinate in procedimenti che durano decenni - denunciano -, costrette a spese legali e peritali insostenibili per rispondere a tali ricorsi pretestuosi e difenderci da accuse false ed infamanti. Siamo falcidiate di querele strumentali atte a sfiancarci sotto ogni punto di vista, morale ed economico. È una strutturata strategia di logoramento che mira a toglierci ogni risorsa per difendere noi stesse e i nostri figli».
Dalla protezione al banco degli imputati
Mentre le denunce di violenza vengono spesso archiviate – nonostante le condanne dell’Italia da parte della Corte Edu (sentenze Talpis, Landi, J.L.) – si attiva il braccio penale contro le madri. Molte delle “36 madri esemplari” si ritrovano oggi indagate per mancata esecuzione di provvedimenti del giudice (art. 388 c.p.) o sottrazione di minore (art. 574 c.p.), solo per aver tentato di proteggere i figli. A completare il quadro, le querele bavaglio per diffamazione contro chi denuncia i malfunzionamenti del sistema.
Insubordinazione alla riforma Cartabia e alla Cassazione
Il Comitato denuncia inoltre il disprezzo sistematico della riforma Cartabia e di oltre dieci anni di giurisprudenza di legittimità. Nonostante sentenze storiche (come la Cassazione 9691/2022) abbiano definito i prelievi coatti come pratiche contrarie allo Stato di diritto e censurato l’uso di teorie ascientifiche come la Pas (alienazione parentale) o concetti discriminatori come la “madre ostativa”, nei tribunali si continuerebbe a decidere sulla base di consulenze tecniche prevenute, ignorando l’obbligo di ascolto diretto del minore.
Le richieste: ispezioni e indagini di aggiornamento
L’appello al ministero e alla Commissione è preciso: attivazione dei poteri ispettivi per verificare la corretta applicazione della Riforma Cartabia e degli obblighi della Convenzione di Istanbul (Art. 31); verifica sull’uso di costrutti ascientifici (madre malevola, simbiotica, ostativa) nei procedimenti segnalati; una nuova indagine della Commissione Femminicidio per monitorare l’evoluzione dei 36 casi esemplari e verificare se persistano le criticità evidenziate nel 2022. «Non siamo dinanzi a sporadici errori giudiziari – conclude il Comitato – ma a una vera e propria persecuzione istituzionale contro le "madri coraggio". Lo Stato non può più restare a guardare».