L'intervista
Francesco Monopoli
Francesco Monopoli, assistente sociale, tra i principali imputati del caso Bibbiano, parla per la prima volta dopo sette anni. Partiamo dal 27 giugno 2019: il giorno in cui è stato arrestato con l’accusa di aver allontanato bambini da genitori innocenti. Cos’è successo?
Finire in una vicenda simile era impensabile. Sapevamo di essere osservati, avevamo collaborato fornendo ogni documento, ma non immaginavamo un terremoto di tale portata. Quel giorno dovevo sbrigare le ultime pratiche e partire per le vacanze. Invece mi sono trovato di colpo arrestato, sommerso da una pila di accuse e nomi di persone che nemmeno conoscevo. Per otto ore, tra perquisizioni e caserma, ho vissuto in un film, convinto che tutto si sarebbe chiarito. Ma nel momento in cui sono stato riportato a casa la realtà della detenzione domiciliare è diventata concreta e lì è iniziato tutto un altro film. Ero chiuso in casa, senza la possibilità di comunicare con nessuno, mentre fuori venivo descritto come un gangster al soldo di una cupola. Smisi di accendere la Tv per sopravvivere. Ma quella gogna l’ho percepita fortissima il giorno dopo, all’interrogatorio di garanzia, dove c’era uno stuolo di giornalisti ad attendermi. Non potevo prevedere una cosa del genere, ma il mio avvocato sì e mi ha fatto entrare e uscire da un ingresso laterale per evitare che venissi fotografato. Nonostante ciò ci sono riusciti comunque.
Sua figlia quel giorno ha visto i Carabinieri in casa.
L’impatto sulla mia famiglia è stato semplicemente devastante. È stata una sofferenza su più livelli: mi hanno visto prostrato, consumato dall’amarezza e schiacciato dai problemi economici che ancora oggi ci portiamo dietro. Ma l’aspetto più crudele è stato il lato umano di quel 27 giugno. Mia figlia si è vista piombare in casa all’improvviso molti uomini in divisa che cercavano suo padre. Ha dovuto cercare di capire, con la logica di una bambina, perché il suo papà non potesse uscire con lei, perché non potesse più fare le cose normali di ogni giorno. Sono ferite profonde. Sono aspetti che l’hanno segnata e che continueranno a segnarla per sempre. Non ce l’avrei fatta senza mia moglie, le nostre famiglie d’origine e i miei legali, Nicola Canestrini e Giuseppe Sambataro, senza dimenticare gli amici che non hanno avuto timore di difenderci anche quando tutti erano contro di noi: la loro non è stata solo la difesa di un singolo, ma una battaglia per il rispetto dei diritti dell’uomo.
Cosa ha pensato leggendo le accuse?
Era un quadro talmente folle che inizialmente dubitai di me stesso. Ma leggendo gli atti lo sconcerto aumentò: le ricostruzioni erano siderali rispetto ai miei ricordi. Capii che la mia innocenza non contava più: eravamo diventati carne da macello in battaglie ideologiche e politiche. Noi provavamo a dare spiegazioni all’autorità giudiziaria, ma per l’opinione pubblica il verdetto era già stato emesso prima ancora del processo.
Siete stati usati per scopi politici?
Non parlo di chi ha messo in piedi l’inchiesta, ma la sensazione era che si discutesse di tutt’altro. Eravamo finiti in un campo di battaglia tra forze trasversali, direi “eversive”, visti certi hashtag (#parlatecidibibbiano, ndr) arrivati dall’estero. Eravamo schiacciati tra elefanti che litigavano. Io, chiuso in casa, lo percepivo meno, ma mia moglie e mia figlia hanno vissuto il ripudio di chi ci conosceva da una vita e ha preferito schierarsi con chi lanciava sassi. Per noi, che avevamo messo l’infanzia al centro della vita, è stato odioso. A livello locale l’assedio è stato asfissiante, almeno fino alle prime avvisaglie della pandemia.
L’assedio è finito per il Covid o perché la politica aveva finito le munizioni?
La morbosità era legata alle elezioni. Ricordo esponenti di centrodestra parlare di malagiustizia in astratto mentre i loro partiti ci sparavano contro ogni giorno. Presentammo ricorso alla Cedu per il processo mediatico e mi accusarono di minacciare la libertà di espressione. Direi che tutto può essere riassunto con l’ordinanza di scarcerazione del gip: potevo tornare in libertà perché la mia vita era ormai talmente “sputtanata” che il timore della gente ad avvicinarsi a me costituiva un “cordone sanitario” più forte di qualsiasi misura cautelare.
E oggi, dopo l’assoluzione?
Quell’effetto purtroppo resta. Finché la bagarre riguardava il potere in Emilia Romagna, abbiamo visto leader politici sfilare a Bibbiano. Finito quello, è rimasto solo l’accanimento di chi continua a sostenere che non siamo stati “davvero” assolti e usa la nostra storia su Rete 4 per dire che limitare la responsabilità genitoriale è un attacco alla famiglia. Il “cordone sanitario” attorno a me è intatto: non sono più un appestato, ma poco ci manca. Ricevo reazioni opposte: chi mi vede come un eroe e chi ammette la mia innocenza ma evita di aiutarmi per questioni di opportunità. Il risultato è lo stesso: la distanza.
Qual è stato il prezzo economico e umano?
Senza le nostre famiglie difendersi sarebbe stato impossibile. Ho dovuto vendere la casa. Sono stato licenziato in tronco a pochi giorni dalle elezioni, senza un procedimento regolare, mentre già percepivo metà di uno stipendio misero. Per la difesa ho speso cifre con cui si compra una villa, mentre ho dovuto tentare di ricostruire una professione che non avevo più. Nessuno mi voleva neanche per fare lo sguattero. Per lavorare sono dovuto fuggire fuori regione. Tutto questo ha minato la mia salute, mentale e non. Se non avessi avuto l’aiuto dei miei cari, l’unica via sarebbe stata il suicidio. Un pensiero che non è stato affatto lontano, perché in quei momenti la disperazione è enorme. Non c’è stato garantismo: il mio Ordine professionale, a livello nazionale, è stato il primo a gridare alla costituzione di parte civile un minuto dopo l’arresto, disinteressandosi del processo se non per chiedere i danni. Anche ora, l’Ordine minaccia azioni risarcitorie senza nemmeno attendere il secondo grado. Proprio perché il lavoro sociale è complesso e basato sulla relazione e sull’ascolto, mi sarei aspettato ascolto e la tutela della presunzione di innocenza, come sancito dalla Costituzione. Non sono geloso dell’attenzione che l’Ordine sta dedicando ad altri casi oggi - anche perché ci sono colleghi in varie regioni letteralmente presi a martellate - ma trovo incredibile il silenzio sul nostro caso. Un caso in cui i giudici hanno stabilito che il processo mediatico ha causato danni incalcolabili alle nostre vite. Questo meriterebbe una riflessione profonda da parte dell’Ordine.
Perché i servizi sociali sono diventati il nemico perfetto?
Almeno dal 2012 si è formata una corrente che propugna la tutela della famiglia come luogo perfetto di crescita a prescindere: basta “dare i soldi alle famiglie” e tutto si sistema. I servizi sono un bersaglio facile: la professione è socialmente debole, ma tocca il ganglio più sacro, il rapporto tra genitori e figli. In un clima populista, dove i corpi intermedi sono visti come corrotti, siamo diventati l’obiettivo ideale. Invece di risolvere i problemi, si è scelto di distruggere tutto il buono che c'era.
I bambini sono stati il cuore della narrazione mediatica, ma paradossalmente nessuno sembra essersi occupato davvero delle loro storie. Cito un episodio emerso dal processo: la lettera che uno di quei bambini le aveva consegnato poco prima del suo arresto perché la desse a sua madre. In quel foglio scriveva chiaramente: "Non voglio tornare a casa".
Il “mancato ascolto” dei minori io l’ho riscontrato proprio nelle indagini: il bambino della lettera, ad esempio, non è mai stato ascoltato in incidente probatorio nel procedimento relativo ai presunti reati che aveva subito. I motivi per cui questo è avvenuto possono essere molteplici. Ma la nostra azione di tutela nasceva da casi terribili, come una madre che faceva prostituire la figlia o un bambino violentato dallo zio che in passato non eravamo riusciti a proteggere come avremmo dovuto. Col sospetto che fossimo interessati alla “fama”, si è creato un cortocircuito: né prima né dopo è stato dato ascolto reale alla parola dei bambini. Prima li ignoravano i loro contesti, poi li ha ignorati un sistema che cercava solo prove contro di noi.
Qual è stato il momento più amaro?
Potrei citarne tanti. Ma la modalità con cui sono stato licenziato rimane in assoluto il boccone più amaro. Inizialmente tutto era stato sospeso in attesa dell’esito del processo, e quella mi sembrava la soluzione più civile. Poi, in quattro e quattr’otto, è stato deciso il licenziamento in tronco, senza darmi la possibilità concreta di difendermi. Ormai l’ondata di sdegno e di fango mediatico era così potente che non sentivano nemmeno il bisogno di fare verifiche interne: la condanna sociale era già emessa. Mi hanno impresso un marchio nero che porto addosso ancora oggi e che, temo, sarà difficilmente cancellabile.
Poi è arrivato il processo vero e proprio. Com’è stato vivere questi tre anni nelle aule di giustizia?
C’è stata una lunga e profonda frustrazione iniziale dovuta all’impossibilità di difendersi. La fase preliminare è stata estenuante, ancora pesantemente influenzata dal processo mediatico. Noi abbiamo scelto il rito ordinario perché volevamo discutere ogni singola prova, certi di poter dimostrare la nostra innocenza, ma questo ha comportato tempi lunghissimi. Vivere il processo ha significato anche uno “studio matto e disperato” di tutti gli atti. Ho dovuto riascoltare migliaia di intercettazioni, analizzare i dati dei Trojan e scandagliare ogni angolo della mia vita digitale. È stato un peso psicologico enorme.
L’accusa aveva chiesto per lei 11 anni, tanti quanti sono gli anni inflitti alla madre che faceva prostituire la figlia di cui ha parlato prima. È stato assolto quasi da tutto, tranne una condanna a 18 mesi, pena sospesa, per un falso. Cosa può dire su questo?
La pronuncia di primo grado ha già escluso la sussistenza della gran parte delle contestazioni. Quanto al capo residuo, si tratta di un passaggio specifico di una relazione la cui interpretazione sarà approfondita nel grado successivo. Posso solo dire che la redazione di relazioni in ambito minorile richiede di rappresentare situazioni spesso complesse, caratterizzate da elementi anche tra loro ambivalenti. Ritengo che il contenuto debba essere letto nel suo complesso e nel contesto dell’intero percorso professionale, e sono fiducioso che nel giudizio di appello verranno chiariti tutti i profili ancora oggetto di discussione.
Si sente vittima di malagiustizia?
La giustizia alla fine ha funzionato: per fortuna siamo in un sistema in cui le prove hanno forza. Mi sento però vittima di una superficialità dilagante. Quando si perde di vista la complessità, restano solo macerie. Ciò che fa più male è la “rivittimizzazione” causata dall’indifferenza: nessuno si ferma a chiedersi in cosa ha contribuito affinché si andasse tutti sulla gogna. Se non si parte da qui, si cercherà sempre e solo un nemico esterno.
In definitiva, cos’è "Bibbiano"?
È la “banalità del male” in scala ridotta. È ciò che accade quando si torna a dinamiche tribali. Vale il detto: “Le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni”. Chi ci ha insultato era convinto di agire per il bene dei bambini. Questa presunta “buona fede” è il rischio più grande: impedisce di vedere che, nel frattempo, un piccolo inferno è stato creato davvero.