Politica
Parlare di frattura sarebbe una grossa esagerazione, però lo scricchiolio c'è. I due deputati leghisti che alla Camera hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sulle armi all'Ucraina, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello, non sono alti ufficiali, a differenza di Claudio Borghi che al Senato si è astenuto ma conferma l'intenzione di votare contro il decreto. Ma quella dei due deputati è ribellione aperta: hanno risposto all'appello del vicesegretario per salviniano volere Vannacci, sono attestati sulla linea dell'ex generale europarlamentare, che conferma l'intenzione di andare avanti: «Non mi faccio condizionare. Io voto a Bruxelles e l'ho sempre fatto con coerenza per smettere di dare armi e fondi illimitati all'Ucraina. Il mio appello sul no alle armi in Ucraina era rivolto a tutti, perché arrivare a una pace è interesse nazionale».
Salvini minimizza: «Nella Lega c'è posto per capitani e generali ma soprattutto per la truppa e alla fine vince sempre la squadra». Quindi annuncia imminente incontro con "il Generale" per verificare se sta ancora con "la squadra". Però è evidente che il pungolo di Vannacci si fa sentire. La campagna del Capitano per modificare il decreto, immutato dal 2022 e prorogato senza cambiamenti di sorta nei due anni seguenti, stavolta è stata molto più pressante che negli anni precedenti e qualcosa, per la prima volta ha ottenuto.
In aula il ministro Crosetto si è molto affannato per dimostrare che le armi fornite dall'Italia all'Ucraina hanno mire solo difensive e per la prima volta ha detto apertamente quel che tutti sapevano ma nessuno affermava senza perifrasi: che la riconquista dei territori ucraini occupati dalla Russia è fuori discussione. La risoluzione, peraltro, è molto più cauta del discorso in aula del ministro. Chi l'ha scritta sapeva di camminare sulle uova. Le allusioni al rifornimento di mezzi militari è camuffata in una giungla di richiami agli scopi a uso civile dei pacchetti che partono da Roma per Kiev.
Neppure nelle file dell'opposizione si può parlare di rottura, ma solo perché Elly Schlein e Giuseppe Conte sono concordi nel far finta di niente, come è reso loro possibile dall'essere appunto all'opposizione. Se si trovassero al governo e fossero attestati sulle posizioni attuali la crisi sarebbe immediata e inevitabile. Le forze d'opposizione si sono presentate con cinque mozioni diverse. Soprattutto quelle del Campo Largo hanno come al solito provato a minimizzare immagine lacerata votando reciprocamente a favore di alcune parti delle mozioni altrui e astenendosi su altre. In un caso però il voto incrociato è stato di reciproca bocciatura e non è che fosse proprio un particolare.
I M5S votano contro l'impegno del Pd a sostenere ancora con le armi Kiev. Il Pd vota contro la richiesta dei 5S di interrompere l'invio delle armi all'Ucraina. Essendo l'argomento in campo esclusivamente la fornitura di armi al Paese aggredito tanto varrebbe dire che i due principali partiti dell'opposizione, in materia, la pensano all'opposto esatto. Ancora una volta gli ex alleati del governo gialloverde si ritrovano vicini e la guerra di Putin non è l'unico terreno sul quale i due partiti un tempo alleati si somigliano.
Sull'immigrazione il partito di Conte appare quasi sempre più vicino a Salvini che a Schlein, Bonelli o Fratoianni. Sulla sicurezza gli attacchi pentastellati al governo si appuntano sulla reale efficacia delle misure adottate ma sull'impostazione di fondo e sugli obiettivi il Movimento resta fondamentalmente securitario come del resto è sempre stato, dai tempi dei Vaffaday di Beppe Grillo. Non significa che le posizioni dei due partiti "populisti" per eccellenza siano sempre contingue. Sull'Iran, ad esempio, il partito di Conte ha cercato e trovato un alibi per sottrarsi con l'astensione alla risoluzione bipartisan in difesa dei manifestanti, sul Venezuela ha preso una posizione radicale.
In realtà i due partiti si rivolgono in parte a platee diverse: i 5S mirano a pescare consensi nell'area che nei mesi scorsi ha dato vita al movimento pro-pal e si propongono pertanto come campioni dell'antimperialismo, al contrario dei leghisti. Ma in parte anche maggiore guardano invece allo stesso bacino elettorale, securitario, ostile all'immigrazione e soprattutto convinto che sia una follia buttare soldi per sostenere Kiev o per il riarmo, nazionale o europeo che sia. Non significa che si possa immaginare una futura riconciliazione tra i divorziati. La rottura è stata troppo lacerante per poter essere ricomposta, In compenso entrambi possono condizionare sempre più pesantemente i rispettivi schieramenti. Lo stanno già facendo.