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L'analisi

Un blocco liberale per il centrodestra: la scommessa di Zaia e Occhiuto

Dai diritti civili alla politica estera, cresce una pressione trasversale che punta a spostare l’asse culturale della coalizione

08 Gennaio 2026, 09:12

Un blocco liberale per il centrodestra: la scommessa di Zaia e Occhiuto

Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria

Nel centrodestra si sta aprendo una faglia politica che va oltre le appartenenze di partito e punta dritta a condizionare leadership e agenda di governo. È un’area liberale e trasversale, ancora minoritaria ma sempre più esplicita, che guarda alle prossime elezioni politiche con l’obiettivo di pesare sulle scelte dei segretari e, di riflesso, sui dossier più sensibili: diritti civili, politica estera, rapporto con l’Europa.

Una dinamica che attraversa Lega e Forza Italia e che ha trovato in questi giorni due interpreti finora prudenti ma ormai usciti allo scoperto. Nella Lega il detonatore è stato Luca Zaia, che sulle pagine del Foglio ha messo nero su bianco il suo manifesto per una “destra liberale”. Cinque punti per certificare la vocazione di governo del centrodestra: autonomia, politica estera, sicurezza, giovani e libertà sui temi etici. È soprattutto quest’ultimo capitolo ad aver scosso il Carroccio. Zaia rivendica che diritti civili e fine vita non possano essere tabù ideologici e che una destra matura non debba imporre visioni pregiudiziali.

Una presa di posizione che ha irritato in modo plateale Roberto Vannacci, liquidando il governatore veneto come «non un riferimento», e che ha inevitabilmente infastidito Matteo Salvini, da tempo alle prese con il fiato sul collo del “Doge”. Per molti, Zaia rappresenta ormai il possibile leader di un’ala nordista e amministrativa, alternativa all’impostazione sovranista del Capitano. Una mossa che non resta isolata. Dentro Forza Italia, infatti, si sta muovendo con dinamiche sorprendentemente simili Roberto Occhiuto, che ha contestato apertamente la linea attendista del partito e ha messo in discussione la segreteria di Antonio Tajani.

Occhiuto parla di un partito che «galleggia», che ha smarrito la propria carica di modernità, e invoca una svolta politica capace di intercettare il riformismo moderato oggi orfano di rappresentanza. Un messaggio che si inserisce nella “scossa” che gli eredi Berlusconi auspicano per rilanciare gli azzurri, oltre la gestione di ordinaria amministrazione. Il paradosso è evidente: Zaia e Occhiuto sono avversari netti sul terreno dell’autonomia, ma si ritrovano alleati su quasi tutto il resto. Diritti civili, approccio non ideologico, semplificazione per le imprese, politica estera improntata al realismo e alla mediazione. A certificare la maturazione di questo blocco è l'azzurro Giorgio Mulè, che vede nell’agenda di Zaia forti punti di contatto con quella del governatore calabrese e non usa mezzi termini nel relegare l’estremismo identitario fuori dal perimetro della governabilità. Per Mulè, il “centrodestra 2.0” è figlio di una classe dirigente che ha già dimostrato di saper governare e ora ambisce a incidere sul futuro del paese, guardando oltre le elezioni e oltre gli slogan.

Non è una corrente organizzata né una minaccia immediata agli equilibri della coalizione. È piuttosto una pressione costante, interna e trasversale, che punta a spostare l’asse culturale del centrodestra. Se saprà saldarsi e trovare una sponda elettorale, potrà diventare il vero fattore di condizionamento delle scelte politiche che attendono il governo nei prossimi anni.

Il punto politico, però, non è solo interno ai partiti. La mossa di Zaia e quella di Occhiuto parlano anche a un elettorato che nel centrodestra riconosce capacità di governo, ma fatica a ritrovarsi nelle rigidità identitarie e negli irrigidimenti ideologici. È un segmento composto da amministratori, professionisti, mondi produttivi e ceti urbani che guardano con favore alla stabilità garantita dall’esecutivo, ma chiedono un salto di qualità sui diritti e una postura internazionale meno muscolare e più credibile. Un’area che non chiede rotture, ma aggiornamento, e che proprio per questo può diventare decisiva.

In primis sui diritti civili, terreno su cui il centrodestra ha finora preferito galleggiare, rinviando o sterilizzando il confronto. È una sfida culturale prima ancora che politica, che mette in difficoltà sia chi punta a una mobilitazione identitaria permanente, sia chi teme di perdere consenso inseguendo una modernizzazione giudicata rischiosa.

I governatori che rivendicano risultati amministrativi e consenso territoriale usano il proprio capitale politico per chiedere spazio e ascolto, consapevoli che la stagione delle leadership indiscusse è finita. Il messaggio ai segretari è chiaro: senza un aggiornamento dell’agenda, il centrodestra rischia di presentarsi alle prossime politiche con una coalizione solida ma culturalmente compressa.

È qui che il blocco liberale può fare la differenza. Non come terza gamba autonoma, ma come fattore di riequilibrio interno, capace di condizionare programmi, alleanze e priorità. Una pressione destinata a crescere, man mano che il ciclo di governo entrerà nella sua fase più delicata e che la campagna elettorale renderà inevitabile una scelta di campo. del centrodestra che verrà. Se identitario e difensivo, o liberale e competitivo.