Lunedì 13 Aprile 2026

×

Perché la grazia a Nicole Minetti è un atto di civiltà

Mentre la pg Nanni invoca pragmatismo per liberare la giustizia da reati inutili, il “tribunale social” processa Mattarella perché applica la Costituzione

13 Aprile 2026, 19:19

Perché la grazia a Nicole Minetti è un atto di civiltà

Perché non depenalizzare i reati meno gravi e riservare il procedimento penale alle cose più serie? Pare una risposta data al senatore Roberto Scarpinato, il quale sul Fatto quotidiano aveva lamentato l’abolizione dell’abuso d’ufficio, la proposta lanciata in un’intervista al Corriere della sera dalla procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni.

L’ex pubblico ministero del fallimentare processo “trattativa” tra governo e Cosa Nostra aveva letto quell’abrogazione in chiave “antimafia”, e definito il reato addirittura come “lo strumento principe della gestione clientelare e paramafiosa del potere pubblico”. La procuratrice invece, con grande spirito pratico, aveva lamentato come inutile l’ingente impegno lavorativo ed economico messo in campo per portare a processo fattispecie di reato di cui si sa già che finiranno con condanne inferiori ai quattro anni. Quelle per cui la legge Simeone-Saraceni del 1998, raro caso di accordo destra-sinistra sulla giustizia e di approvazione unanime del Parlamento, prevede la sospensione della pena e l’applicazione di misure alternative al carcere.

È proprio il caso dell’ex consigliera regionale Nicole Minetti, cui la norma sarebbe stata applicata se non fosse intervenuta la tanto discussa concessione della grazia da parte del Presidente Sergio Mattarella. È scandaloso il fatto che la cattiveria di tanti disinformati sui social abbia costretto sia il Capo dello Stato che la procura generale di Milano a dover spiegare, quasi a doversi giustificare, per un provvedimento previsto dall’articolo 87 della Costituzione, che ha riguardato altre 34 persone, oltre a Nicole Minetti. Ma l’ex consigliera regionale, si sa, è stata, soprattutto per certi nani dell’informazione, la diavolessa al fianco del Diavolo, Silvio Berlusconi. Quindi non le si può perdonare nulla, neppure la meritoria attività di volontariato che in questi anni ha svolto a Milano, e neppure l’assistenza costante a un bambino piccolo gravemente malato in un ospedale altamente specializzato lontano dall’Italia, che le impedirebbe di poter svolgere a Milano il servizio sociale come alternativa alla pena.

Ma se tutti costoro che parlano, e purtroppo anche scrivono, parole a vanvera, si assumessero lo sforzo di informarsi, apprenderebbero per esempio qualcosa di inedito su uno dei due processi per cui Minetti è stata condannata. Un anno e un mese per un peculato patteggiato. Quanti sanno come è finito quel processo per i rimborsi spesa dei consiglieri regionali lombardi? È finito derubricato e quindi prescritto in Cassazione. Senza patteggiamento, la condanna non ci sarebbe più neppure per Nicole Minetti. Resta il secondo troncone della sua condanna, i due anni e dieci mesi portati a casa al termine del processo Ruby-bis per “induzione alla prostituzione”.

Chi ha seguito tutta la vicenda, le sue anomalie, i trucchi da giocoliere e la pervicacia con cui fu inseguito da presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, non può che scuotere la testa di fronte a certe condanne come quella che ha riguardato Nicole Minetti. Si pensi solo al fatto che il fondatore di Forza Italia è stato assolto fino in Cassazione da tutte le accuse sulla vicenda di Kharima el Mahroug, detta Ruby, e soprattutto dal sospetto di utilizzazione di prostituzione minorile. Lui assolto, e altri condannati per aver indotto a vendere il proprio corpo una persona che in realtà non si era prostituita. I paradossi della giustizia.

Qualcuno sa che il prossimo 28 maggio a Milano si celebrerà l’ennesimo “processo Ruby”? Sarà il quarto, o il quinto o il sesto, perché quando si deve chiamare in causa il Diavolo in persona, le artiglierie sono pronte. E non importa il fatto che Silvio Berlusconi non ci sia più, come ben sanno in quel di Firenze dove ancora vive l’inchiesta-fisarmonica, dopo cinque archiviazioni, che lo vuole come mandante di stragi mafiose. Al quarto o quinto o sesto processo del 28 maggio vedremo effetti di luce di grande mediaticità. Prima di tutto perché sul banco dell’accusa sarà seduto un pg molto conosciuto, Luca Poniz.

In passato fu noto per tante cose, tra cui il fatto che da esponente di Magistratura democratica divenne presidente del sindacato delle toghe. Ma più di recente il pm si è distinto per dichiarazioni poco composte, dopo il risultato del referendum, nei confronti dell’avvocatura, chiedendo addirittura, dal suo scranno di magistrato in festa per il successo del No, dimissioni dei vertici dell’Ordine dei legali. Dichiarazioni da cui aveva preso le distanze la Anm lombarda. Ma che avevano comunque lasciato un’impronta.

Al suo fianco in aula potrebbe esserci, ma non è sicuro visti alcuni precedenti, anche il pm Luca Gaglio, che rappresentò l’accusa nel processo di primo grado e che verrebbe “prestato” con un distacco provvisorio alla procura generale solo per quel dibattimento. Ennesima occasione di processo che rischia di essere soprattutto di tipo mediatico. Cioè di quelli che, come ha rimproverato la procuratrice Francesca Nanni, si formano “non nei tribunali, ma nelle trasmissioni tv e sui social”. “Aggiungo - aveva detto tra l’altro - che dovremmo liberarci di figure del passato, se non ci sono più”. Appunto, procuratrice, lo dica lei ai suoi colleghi. Ai quattro Luca, i due milanesi Poniz e Gaglio, quelli di oggi, così come ai due fiorentini del passato, Luca Tescaroli e Luca Turco. Perché senza il fantasma di Berlusconi sul banco degli imputati, che processi sarebbero?