La Procura di Caltanissetta ha depositato la richiesta di archiviazione per uno dei filoni d'indagine sulle stragi di Capaci e via D'Amelio. Lo ha fatto per il procedimento a carico di ignoti che riguardava la pista del dossier mafia e appalti, considerata una delle concause che portarono all'uccisione di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, insieme agli agenti delle loro scorte.
Tale atto va letto contestualizzato, perché rischia di essere fraintesa. La richiesta di archiviazione non mette in discussione l'esistenza di quella pista investigativa. Il filone mafia-appalti è entrato ormai stabilmente in tutte le sentenze pronunciate nel corso di questi trent'anni, ed è considerato parte integrante del quadro che spiega perché le due stragi vennero decise e portate a termine. Il punto è un altro: i magistrati di Caltanissetta, dopo le indagini condotte nell'ambito di questo procedimento specifico, non sono riusciti a dare un nome e un cognome alle persone fisiche, oltre ai mafiosi, che avevano un interesse diretto e personale a far sì che Falcone e Borsellino venissero eliminati. Un interesse che nasceva dalla consapevolezza, condivisa in certi ambienti, che quei due magistrati avevano le capacità e la volontà di portare avanti fino in fondo l'indagine sulla rete criminale di tipo politico-mafioso-imprenditoriale.
È una distinzione importante. Non si archivia perché la pista non regge. Si archivia perché, allo stato degli atti, non è stato possibile trasformare in accuse concrete ciò che le sentenze già riconoscono come sfondo di quella stagione di sangue. Restano ignoti, nel senso tecnico del termine, coloro che ebbero un ruolo attivo nell'isolare quei magistrati, nel neutralizzarne l'azione investigativa prima ancora che il tritolo li uccidesse fisicamente. Il reato ipotizzato nel fascicolo comprende, tra gli altri, l'articolo 416 bis del codice penale — associazione di tipo mafioso — e l'articolo 422, la strage, entrambi contestati come commessi in concorso.
A spiegare la complessità di questo filone era stato lo stesso procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca, in un'audizione davanti alla Commissione antimafia. De Luca aveva parlato di due "precondizioni" che resero possibili le stragi. La prima fu l'isolamento progressivo di Giovanni Falcone all'interno della Procura di Palermo, cui seguì quello analogo di Paolo Borsellino. La seconda fu la loro sovraesposizione pubblica, che li rese bersagli identificabili e vulnerabili agli occhi di chi voleva fermarli. Due condizioni che non nacquero dal nulla, ma che si svilupparono in un contesto istituzionale preciso, fatto di silenzi, ostruzionismi e omissioni deliberate.
Al centro di tutto c'è il dossier depositato il 16 febbraio 1991 dal Ros dei Carabinieri presso la Procura di Palermo. Quel documento era una mappatura dei legami tra mafia, imprenditoria e politica, costruita con metodo e documentazione. Una fotografia, secondo De Luca, della cosiddetta dottrina Falcone: l'idea cioè che per colpire Cosa Nostra non bastasse inseguire i boss, ma occorresse risalire la catena fino ai colletti bianchi, agli imprenditori, ai politici che di quella rete erano parte integrante. Giovanni Falcone capì subito il valore di quel dossier. Lo elogiò pubblicamente, in più occasioni, senza riserve. Era esattamente il tipo di indagine che aveva sempre teorizzato e che avrebbe voluto condurre in prima persona.
Eppure, come aveva denunciato De Luca, la Procura di Palermo di quegli anni — quella guidata da Pietro Giammanco — fece ben poco. Buscemi, imprenditore con legami documentati con Cosa Nostra, era uno dei nomi che emergevano da quella mappatura. Parliamo del legame con la calcestruzzi SPA di Ferruzzi Gardini. Ma il fascicolo rimase fermo. «Come è arrivato è stato archiviato, non è stato fatto un solo atto di indagine sul punto».
La richiesta di archiviazione ancora non è stata visionato da Il Dubbio. Sarà quello l'atto da leggere con attenzione, perché è lì che i magistrati di Caltanissetta dovranno spiegare non solo cosa hanno cercato, ma anche cosa hanno trovato - e cosa, nonostante tutto, non sono riusciti a dimostrare in modo tale da sostenere un'accusa. Quel testo potrebbe rivelarsi, paradossalmente, più denso di tante sentenze di condanna. Perché nei procedimenti contro ignoti che si chiudono senza nomi, le motivazioni dell'archiviazione descrivono un perimetro. Indicano dove le indagini sono arrivate e dove si sono fermate. E a volte, tra quelle righe, emerge con più nitidezza il profilo di ciò che si è cercato senza trovare.