Presunto dossieraggio
INCHIESTA EQUALIZE GENERATE AI IA
La vicenda Equalize entra in una nuova fase giudiziaria. La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per Enrico Pazzali, ex presidente di Fondazione Fiera Milano, nell’ambito del terzo filone dell’inchiesta sulla presunta centrale dei dossier, una struttura che secondo gli inquirenti avrebbe operato attraverso hacker, investigatori privati e contatti in ambienti istituzionali, imprenditoriali e delle forze dell’ordine. In parallelo, altre 80 persone hanno ricevuto la chiusura delle indagini e ora rischiano di finire imputate in uno dei procedimenti che potrebbero nascere da questa nuova tranche investigativa.
Il quadro ricostruito dai magistrati di Milano, insieme ai sostituti della Direzione nazionale antimafia, si allarga così ancora. L’indagine ruota attorno a una presunta organizzazione capace, secondo l’accusa, di accedere a banche dati riservate, effettuare intercettazioni telematiche, esfiltrare e manipolare chat di messaggistica privata, raccogliendo informazioni su centinaia di persone in tutta Italia. Nel fascicolo compaiono nomi molto noti del mondo dell’impresa, dello sport, dello spettacolo e delle istituzioni, indicati come vittime di attività di dossieraggio.
La Procura di Milano, con i pm Francesco De Tommasi ed Eugenio Fusco e con i magistrati della Direzione nazionale antimafia Antonello Ardituro e Barbara Sargenti, ha chiesto il processo per il manager pubblico 61enne insieme ad altri undici soggetti, tra cui figure descritte come 007 privati e presunti membri della cosiddetta banda di via Pattari.
Si tratta di un passaggio pesante, perché porta in aula uno dei nomi più rilevanti dell’intera inchiesta. Il Tribunale del Riesame, già in una precedente fase, aveva parlato di una «rete» di hacker e investigatori con collegamenti nel «mondo politico-imprenditoriale» e nelle «forze armate». Ora quella ricostruzione approda alla richiesta formale di rinvio a giudizio.
Dal nuovo filone vengono invece stralciate le posizioni di tre dei quattro arrestati del 25 ottobre 2024, che sarebbero pronti a patteggiare. Tra questi figurano Giulio Cornelli, detto “John Bologna”, e Massimiliano Camponovo. Centrale, secondo quanto emerge, resta anche il contributo dell’hacker informatico Samuele Calamucci, assistito dagli avvocati Antonella Augimeri e Paolo Simonetti.
Calamucci avrebbe già reso numerosi interrogatori, fornendo agli inquirenti elementi utili a ricostruire i retroscena del gruppo organizzato che, secondo l’accusa, faceva capo a Pazzali e all’ex super poliziotto Carmine Gallo, deceduto mentre si trovava ai domiciliari. È uno dei punti che segna la svolta investigativa degli ultimi mesi: la struttura del gruppo, i suoi metodi e i suoi possibili mandanti emergerebbero anche grazie alle dichiarazioni di chi ne avrebbe fatto parte.
Contemporaneamente alla richiesta di processo, Procura di Milano e Direzione nazionale antimafia hanno notificato una nuova chiusura indagini a decine di persone accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere, rivelazione di segreto, calunnia, corruzione, intercettazioni illegali, accesso abusivo a sistema informatico e false informazioni al difensore.
Secondo gli inquirenti, la presunta organizzazione criminale si sarebbe allargata ad altre sei persone, arrivando a coinvolgere complessivamente diciannove soggetti nell’ipotesi associativa. Tra questi vengono indicati l’avvocato ed ex dipendente Deloitte Antonio Rossi e l’agente della polizia di frontiera di Orio al Serio Roberto Bonacina, ritenuto responsabile di centinaia di accessi illegali allo Sdi del ministero dell’Interno per conto di imprenditori privati.
Tra gli indagati compaiono anche profili di grande rilievo pubblico. Viene citato Leonardo Maria Del Vecchio, nella vicenda legata al presunto spionaggio sui familiari nell’ambito della contesa per l’eredità del fondatore di Luxottica. Compare anche Stefano Speroni, direttore affari legali di Eni, indagato per quattro ipotesi di reato tra accesso abusivo, rivelazione di segreto, false informazioni al difensore e calunnia nei confronti dell’imprenditore calabrese Francesco Mazzagatti.
L’ipotesi accusatoria sostiene che sarebbe stato commissionato un «report reputazionale» per indicare falsamente Mazzagatti come appartenente alla ’ndrangheta e tagliarlo fuori dagli appalti della controllata Eni Trading&Shipping. In questa parte della vicenda tornano anche riferimenti a un presunto commercio di petrolio iraniano fatto passare per iracheno per aggirare l’embargo, con il nome dell’ex legale esterno Eni Piero Amara evocato nel quadro ricostruito dagli investigatori.
Tra i profili più delicati c’è anche quello del generale della Guardia di Finanza Cosimo Di Gesù, che risponde in concorso con Pazzali. Secondo l’accusa, il comandante dell’Accademia della Gdf di Bergamo avrebbe interrogato abusivamente, tramite due militari alle sue dipendenze, la banca dati del corpo denominata Serpico, fornendo via chat dati riservati su nove società che Pazzali avrebbe voluto coinvolgere nella costruzione dell’Ospedale in Fiera durante il lockdown del marzo 2020.
È uno degli episodi che mostrano, secondo la Procura, il livello di penetrazione che la presunta rete sarebbe riuscita a raggiungere in apparati sensibili dello Stato. Ed è anche uno dei filoni che potrebbe avere ricadute più pesanti sul piano istituzionale.
Le 118 pagine del provvedimento che chiude le indagini delineano anche una serie di episodi già emersi nei mesi scorsi. Tra questi, il presunto spionaggio commissionato da Erg dei Garrone su 14 dipendenti ritenuti infedeli attraverso il software Teramind, e casi simili che avrebbero coinvolto manager di Barilla, Heineken e Number 1 Logistics. Le società, però, non risultano indagate.
Spicca inoltre la vicenda del presunto dossieraggio alla ricerca di prove sull’uso di «sostanze dopanti», che sarebbe stato commissionato da Giacomo Tortu, fratello del campione olimpico Filippo Tortu, nei confronti di Marcel Jacobs. Secondo l’accusa, sarebbero stati pagati diecimila euro in contanti per introdursi nei dispositivi informatici e nei cellulari dell’atleta, del suo allenatore Paolo Camossi e del nutrizionista Giacomo Spazzini.
Tra i 102 capi di imputazione spunta anche il nome di Roberto Carlo Cominardi, storico titolare della discoteca milanese Old Fashion, indicato come presunto mandante del dossieraggio nei confronti del presidente della Triennale di Milano Stefano Boeri e della direttrice generale Carla Morogallo.
Uno degli elementi più impressionanti del fascicolo è il numero delle persone che sarebbero state spiati in tutta Italia. Nel testo compaiono nomi di rilievo come Stefano Donnarumma, Paolo Scaroni, Fabrizio Corona, Bobo Vieri, Selvaggia Lucarelli e Ricky Tognazzi. Sono indicati come parte di un elenco molto ampio di soggetti che, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbero subito accessi abusivi, controlli riservati o attività di dossieraggio.