Giovedì 09 Aprile 2026

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“La partita della giustizia non è chiusa”. Il coro all’evento di Cnf e Dubbio

L’Anm e i partiti aprono al “tavolo” proposto dal viceministro Sisto. Greco: “Disponibilità da accogliere con favore, l’avvocatura darà il proprio contributo”

08 Aprile 2026, 19:31

09 Aprile 2026, 07:32

“La partita della giustizia non è chiusa”. Il coro all’evento di Cnf e Dubbio

Doveva essere uno scenario post bellico. Solo macerie. Il garantismo come sfida persa e impraticabile. Ma non è così, e a dimostrarlo è il dialogo ravvivato questa mattina, all’incontro promosso dal Dubbio e dal Cnf alla Sala Capranichetta di Roma nel quale avvocatura, magistratura e politica hanno risposto a un quesito: “Quale giustizia dopo il referendum”. Alla fine, c’è una certezza: tutte le parti sono pronte a sedersi attorno a un tavolo. «E il ministero potrà essere il luogo del confronto», assicura il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto. «Il guardasigilli Carlo Nordio promuoverà questa nuova fase, sarà lui a dettare i tempi, e posso dare per scontato che lo farà immediatamente».

Come si spieghi quest’apertura reciproca dopo il duro conflitto sulla separazione delle carriere, è presto detto: lo chiarisce uno dei parlamentari intervenuti al “Capranichetta”, Devis Dori di Avs: «La partecipazione al referendum ci ha ricordato quanto i cittadini sentano i problemi della giurisdizione». È esattamente così: la battaglia fra il Sì e il No ha cancellato la riforma cara agli avvocati, ma in compenso ha rimesso la giustizia al centro del dibattito pubblico. E ha conferito proprio al mondo forense una nuova centralità. Lo riconosce anche il neoeletto presidente dell’Anm Giuseppe Tango, protagonista con Sisto e con il presidente del Cnf Francesco Greco della prima parte del confronto: «Magistratura e avvocati hanno valori comuni». E non ci sono equivoci sulla direzione da seguire, come dirà appunto Greco, “padrone di casa” del confronto insieme con il direttore del Dubbio Davide Varì, che ha moderato gli interventi.

«Mi pare chiaro che dal dibattito emerga la disponibilità di tutte le parti ad aprire un tavolo sulla giustizia», è la conclusione di Greco. «Era giusto che questo primo avvio partisse dal Consiglio nazionale forense, ma ho già raccolto la disponibilità di tutte le rappresentanze dell’avvocatura a confrontarsi, e a superare qualunque visione di parte o impostazione legata alle specificità associative associative. Bisogna tornare a discutere di scelte sulla giustizia nell’interesse dei cittadini». Manca solo un anno al termine della legislatura. Un limite ben presente a tutti. Non solo a Sisto, Greco e Tango, ma anche ai rappresentanti delle forze politiche intervenuti all’incontro: Sergio Rastrelli per FdI, la responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani, il vicepresidente forzista della seconda commissione di Montecitorio Enrico Costa, la capogruppo Giustizia del M5S alla Camera Valentina D’Orso, il suo omologo di Avs Devis Dori, che è anche presidente della Giunta per le autorizzazioni, e la presidente dei deputati di Italia viva Maria Elena Boschi. Tutti concordi sulla necessità di accantonare le armi della campagna referendaria e riprendere il filo del dialogo. Perché a dispetto di quanto potesse far temere il naufragio della più garantista fra le riforme, la separazione delle carriere appunto, la straordinaria partecipazione dei cittadini al referendum ha chiarito che proprio la giustizia può riavvicinare i cittadini alla politica.


Tango e la linea dell’Anm


Tango parla con un tono aperto, e mette subito in chiaro che «l’Anm non è, non sarà mai e non vuole essere un partito politico», né «detta l'agenda dei governi: quando è chiamata a offrire un contributo, la magistratura associata interviene solo sul piano tecnico». È uno schernirsi che susciterà qualche disappunto, nella seconda fase riservata ai partiti, nell’azzurro Costa, per esempio, che non si risparmia dal rinnovare le critiche alla «esposizione» che il “sindacato” dei magistrati ha avuto già per aver dato via a un «comitato per il No, di fatto un soggetto politico». Ma Tango ben comprende come, incassata la vittoria, alla magistratura non convenga strafare. «Un aspetto ha accomunato il fronte del Sì e il fronte del No: la consapevolezza che la giustizia è malata. Ne sono seguite soluzioni molto diverse. Ma ora dobbiamo trovare quelle migliori tutti insieme». Certo, il leader dell’Anm ha idee molto chiare sulle «urgenze»: il 30 giugno, rammenta, «scadono i contratti degli addetti all’Ufficio per il processo: ci sono ancora 1.400 unità da stabilizzare, e chiediamo al governo di provvedere con i fondi che avrebbvero dovuto finanziare lo sdoppiamento del Csm e l’Alta corte». Seconda scadenza: «Il 24 agosto è prevista l’entrata in vigore della norma sul gip collegiale: può essere la causa di una paralisi». Tango chiude con un appello sulle carceri («una situazione disumana, una fabbrica di recidive») e con una certezza: «Non ci sottraiamo al confronto».


La “mission possible” di un tavolo sulla giustizia


Non lo farà neppure il mondo forense, come tiene a ribadire Greco: «L'avvocatura è pronta a sedersi attorno a un tavolo per affrontare, con spirito costruttivo e responsabilità, tutti i nodi che riguardano la giustizia nell’interesse dei cittadini. Mi auguro che sia così per la magistratura, e mi pare vi siano segnali in questa direzione. Della disponibilità della politica prendiamo atto con favore e ne faremo tesoro». Il vertice della massima istituzione forense può verificare il successo dell’iniziativa. Che conferma quel dato emerso fin dall’immediato day after referendario, la ritrovata centralità dell’avvocatura: nonostante si sia schierato in larga parte per il Sì, il mondo forense diventa interlocutore indispensabile nel dibattito sulla giustizia proprio in virtù dello slancio che il No alle carriere separate ha conferito all’Anm.

Naturale anche che il presidente del Cnf abbia priorità non sovrapponibili a quelle di Tango, innanzitutto «il superamento di riforme come la Cartabia, introdotte nella fase pandemica», e dunque «il ritorno all’oralità nel processo». Sono ipotesi di nuovo praticabili grazie alla convergenza su una giustizia che abbia il cittadino come obiettivo centrale. Sisto parla, a proposito delle intese sulla giustizia, come di una «mission possible», a condizione che «si guardi ad alcuni obiettivi chirurgici senza lasciarsi illudere dall’idea delle grandi riforme, che nell’ultimo anno di legilsatura sarebbero velleitarie. Ciò che conta è che si lavori insieme lealmente» e che «la giustizia non sia più terreno di scontro».


Il centrodestra che non rinuncia alla sfida del garantismo


Come la gran parte degli interlocutori politici intervenuti, Sisto è convinto che «la capacità di preservare se stessa mostrata dalla Costituzione nella sfida referendaria rafforzi i princìpi di giustizia affermati dalla Carta». Lo pensa anche il senatore di Fratelli d’Italia e segretario della commissione Giustizia di Palazzo Madama Sergio Rastrelli: «L’esito del referendum non accantona il nodo di una separazione tra i poteri, né l’urgenza di un giudice davvero terzo e imparziale e di una sovranità che sia davvero in capo al Parlamento». Bisogna guardarsi, secondo Rastrelli, dalla «deriva di una repubblica giudiziaria». Enrico Costa rafforza il concetto con il richiamo alla «patologia delle indagini preliminari che, nel processo, lasciano tuttora il pm protagonista mediatico indisturbato: tra le riforme che andrebbero portate a compimento, si dovrebbe dare priorità a tutto quanto assicuri all’indagato innocente di uscire dalle maglie della giustizia con la stessa reputazione che aveva prima di entrarci». Disponibilità al dialogo anche da parte degli azzurri, aggiunge il deputato di Forza Italia, «basterebbero due sessioni in Parlamento per definire i punti su cui lavorare».

PD, AVS, M5S e le chiusure del governo sulla riforma


Ma la linea del centrodestra, che ha lamentato la sola assenza della Lega, a causa dell’impedimento di Riccardo Molinari, trova le obiezioni del centrosinistra. Di Debora Serracchiani, innanzitutto, stupita per la «mancanza di autocritica da parte del governo». La responsabile Giustizia del Nazareno nota analogie con «la chiusura al dialogo sulla riforma: non è affatto vero che durante le quattro letture parlamentari noi de Pd, come il resto del centrosinistra, abbiamo avuto un atteggiamento ostruzionistico. Molte delle proposte che l’Esecutivo e la maggioranza neppure hanno voluto ascoltare riguardavano questioni di merito. Dall’Alta Corte al sorteggio, aspetto che, se accantonato, avrebbe potuto forse portare a un esito diverso». Il Pd è da tempo impegnato a battersi sulle carceri, per misure che limitino il sovraffollamento: «Intanto andrebbe ritirata la circolare Napolillo che impedisce di fatto i percorsi trattamentali», avverte Serracchiani. La quale apre al dialogo «a condizione che il riconoscimento sia reciproco e che stavolta vi sia ascolto per le opposizioni».

Ha una prospettiva un po’ diversa la capogruppo dei 5 Stelle in commissione Giustizia alla Camera Valentina D’Orso: «Il referendum ha chiarito che per i cittadini le priorità, nella giustizia, sono altre, a cominciare dal civile, ambito che coinvolge assai più di frequente le persone ma che è ignorato quasi sempre dal dibattito». Bisognerebbe occuparsi di una «giustizia al collasso per l’insufficienza degli strumenti: se il giudice non fosse oberato da un carico di lavoro insostenibile, ne beneficerebbe la qualità della giurisdizione e quindi la fiducia stessa dei cittadni nella magistratura». Mentre il tema più o meno direttamente evocato da Rastrelli e Costa del «rapporto fra i poteri», dice la deputata del Movimento, «interessa molto meno».


Però c’è un punto di caduta condivisibile, come ricorda Devis Dori di Avs, ed è appunto l’interesse che, in un modo o nell’altro, l’opinione pubblica ha ritrovato nei confronti della giustizia: «E proprio per la sua centralità, la giurisdizione andrebbe preservata, dal ministro, innanzitutto quando è l’ora di definire le risorse nella legge di bilancio». Sia Serracchiani che Dori evocano la riapertura di un dossier accantonato da tempo, «l’avvocato in Costituzione». Può darsi che non vi sia margine per modifiche della Carta, a questo punto della legislatura, ma si possono creare le premesse per riparlaìrne nella prossima.
Un obiettivo che per lo stesso Sisto va invece assolutamente colto ora è la riforma dell’ordinamento forense: tema che, secondo Dori, va ricalibrato con un focus sull’accesso alla professione: «Non possiamo renderlo sempre più complicato».

Il capogruppo Giustizia di Avs vede comunque «un’apertura sincera da parte di tutte le componenti intervenute all’incontro», ed è così anche per la presidente dei deputati di Italia viva Maria Elena Boschi. La quale, come altri, non esita a ringraziare questo giornale e il Cnf «per un dibattito che però avrebbe già dovuto svolgersi in Parlamento, subito dopo il referendum». Anche Boschi, come Sisto, mette in guardia «dall’illusione di poter portare a compimento a chissà quanti obiettivi: non possiamo discutere come se fossimo al primo giorno di legislatura».

D’altronde «a essere stato bocciato dal referendum non è stata», secondo la capogruppo di Iv, «tanto la separazione delle carriere, quanto il metodo con cui il governo ha proposto la riforma». E poi «bisogna prendere atto che i garantisti autentici, nella stessa maggioranza, rappresentano una cerchia ristretta, di cui Sisto e Costa fanno certamente parte» ma che «ha visto la immediata dissociazione», osserva con amarezza Boschi, «di molti, nella Lega e in Fratelli d’Italia», pronti a “ripudiare” la riforma bocciata dal referendum «come una bandiera della sola Forza Italia, che ci si era trovati quasi costretti a sostenere». E c’è un’altra verità difficilmente confutabile pure ricordata da Boschi: «I garantisti della maggioranza avevano accettato le forzature populiste dei vari decreti sicurezza in vista proprio delle carriere separate, che avrebbero dovuto assicurare un bilanciamento». Così non è stato, e ora «non possiamo illudere i detenuti con impegni sul carcere che in un anno sarebbe impossibile mantenere: lo dico da un fronte come quello di Italia viva, che con Roberto Giachetti ha inutilmente proposto la liberazione anticipata speciale».

Certo, le battaglie garantiste non sono svanite. Sono state forse indebolite da un voto popolare che, come ricorda Boschi, «un segnale lo ha dato». Ma pensare che sul campo, fra le macerie, si debbano lasciare proprio le garanzie, sarebbe un errore imperdonabile. E anche su questo, per la prima volta dopo molto tempo, tutte le parti in causa si sono trovate d’accordo.