Martedì 07 Aprile 2026

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L’evento sulla giustizia “post referendaria” promosso da Dubbio e Cnf

Mercoledì 8 aprile, alla “Sala Capranichetta” di Roma, si guarderanno negli occhi Sisto e il neopresidente Anm Tango, con il vertice dell’istituzione forense e i rappresentanti dei partiti

07 Aprile 2026, 19:34

L’evento sulla giustizia “post referendaria” promosso da Dubbio e Cnf

Deposte e armi, posata ormai la polvere della campagna referendaria, si prova a discutere, a riannodare i fili del dialogo. Domani 8 aprile, dalle ore 10, alla “Sala Capranichetta” di Roma, a due passi da tutti i principali palazzi della politica e in perfetta equidistanza fra la Cassazione e la sede del Csm, è in programma l’incontro dal titolo “Quale giustizia dopo il referendum?”, promosso dal Dubbio insieme con il Consiglio nazionale forense.

Ci saranno rappresentanti di molte delle diverse parti in causa: il governo sarà rappresentato dal viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, l’avvocatura dal presidente del Cnf Francesco Greco, la magistratura dal neoeletto leader dell’Anm Giuseppe Tango, e le principali forze politiche da alcune delle loro prime linee sul fronte giustizia: Alberto Balboni (FdI), Maria Elena Boschi (Iv), Enrico Costa (FI), Valentina D’Orso (M5S), Devis Dori (Avs), Riccardo Molinari (Lega), Debora Serracchiani (Pd). È una prima occasione pubblica di pacificazione in un quadro in cui l’Anm, innanzitutto, è uscita vincitrice dal conflitto sulle carriere separate, con l’Esecutivo e la sua maggioranza sconfitti nelle urne. L

’elenco dei partiti che interverranno con un loro esponente è equamente diviso fra trionfatori e delusi. Ma sul tavolo non c’è un trattato di resa. La giustizia non può essere un trofeo, una preda da ghermire e accaparrarsi come terra di conquista. Casomai si dovrebbe provare a mettere ordine fra le diverse prospettive: accantonata la riforma costituzionale, c’è spazio per un riassetto, per una ridefinizione delle regole che riguardi innanzitutto l’ordinamento giudiziario? Dopo la “tesi” con cui Carlo Nordio aveva inaugurato il proprio incarico di guardasigilli, vale a dire quel ddl penale tutto orientato a un restyling garantista, dopo l’antitesi del fallimento nella sfida-clou, è possibile una “sintesi” che riguardi innanzitutto il processo? O la vittoria del No al referendum certifica anche una immodificabilità del quadro?

Sono domande a cui dovranno provare a rispondere tutte le voci del confronto di domani. E forse la prima mossa spetterebbe a chi ha portato il risultato a casa, cioè all’Associazione nazionale magistrati: il suo è, appunto, un bottino di guerra che non ammette negoziati o è la precondizione che definisce un campo di gioco nuovo, in cui comunque dovrà pur esserci spazio per le riforme? Non è un caso che a caricarsi il peso di rappresentare il governo sia chi, come Sisto, si è proposto fin dall’immediato day after referendario come figura di mediazione, a cui si è affidato lo stesso Nordio. Ma appunto né il viceministro né chi oggi rappresenterà i partiti di centrodestra vanno considerati come parti battute a cui è concesso solo di ascoltare le condizioni altrui.

È indiscutibile che fra i nodi sottesi dalla sfida sulle carriere dei magistrati vi fosse anche un migliore equilibrio nel rapporto fra i poteri, basato a propria volta sul riequilibrio delle forze fra le due magistrature, fra giudici e pm. Preso atto che gli elettori non intendono ridefinire il processo penale con lo sdoppiamento dell’ordine giudiziario, non si può negare che resti da risolvere il problema di un pubblico ministero così forte del proprio strapotere mediatico da avere spesso in mano il destino delle leadership politiche. E la stessa magistratura deve forse chiedersi se la democrazia può procedere ancora lungo i binari tracciati dal trauma di Mani pulite.

Tutto sarebbe stato diverso, con la vittoria del Sì. Ed è indiscutibile, a posteriori, che il principale limite, nella strategia del governo, sia consistito nella pretesa di ottenere dagli elettori un via libera su una riforma così articolata, impossibile da ridurre a uno slogan. Tanto è vero che il solo fulminante messaggio rivelatosi davvero efficace è stato quello dell’Anm, cioè lo spauracchio, distorsivo quanto si vuole, di una separazione che avrebbe assoggettato addirittura “il giudice” alla politica. Eppure l’aver interpellato l’opinione pubblica ha un grande valore nonostante il responso negativo sulla riforma: sono state messe sul tavolo questioni di cui si discute sì da decenni ma che per la prima sono diventate oggetto di una campagna “elettorale”.

Con la battaglia tra il Sì e il No alla legge Nordio si è implicitamente ammesso che l’ordinamento della magistratura è un tema centrale per la democrazia. Altrimenti non avrebbe senso la stressa straordinaria partecipazione popolare suscitata dal referendum. Né si può negare un altro decisivo portato della campagna: la definitiva consacrazione dell’avvocatura come interlocutore di primo piano nel dibattito pubblico, da coinvolgere ogni volta che i destini della democrazia incrociano le regole della giustizia. La legge sulle carriere separate nasce da una raccolta firme dell’Unione Camere penali; gran parte dei Comitati per il Sì è stata animata dalla classe forense; e persino nel largo fronte del No una pur minoritaria frazione dell’avvocatura ha fatto sentire il proprio peso, in modo simmetrico rispetto ai coraggiosi magistrati per il Sì.

Anche questa esposizione degli avvocati resterà come frutto positivo, come elemento di distensione nel dibattito sulla giustizia, non più riducibile, ormai, a un rimpallo di accuse e sospetti fra toghe e politica. È come se il referendum avesse comunque spalancato diverse altre porte. E domani, all’evento sulla “giustizia del dopo referendum” si potrà capire se c’è uno spazio per scegliere insieme la direzione da prendere