Per una singolare coincidenza, l'ex magistrato Pietro Calogero è morto a Padova lunedì 6 aprile, all'età di 86 anni, proprio alla vigilia del 47esimo anniversario del blitz che lo rese celebre: la maxi-retata del 7 aprile 1979 contro Autonomia Operaia. Fu il giorno degli arresti dei principali esponenti di quell'area extraparlamentare a dare il nome all'inchiesta per associazione sovversiva condotta dall'allora pubblico ministero di Padova, che emise in tutto 22 mandati di cattura.
Nato a Pace del Mela (Messina) il 28 dicembre 1939, Calogero si laureò in giurisprudenza all'Università di Messina nel 1963 e, quattro anni dopo, entrò in magistratura. Dopo un periodo di servizio militare e tirocinio, iniziò la sua carriera alla Procura di Treviso come sostituto procuratore. Già allora i riflettori lo seguirono: fu tra i primi a indagare sulla strage di piazza Fontana, puntando sulla pista neofascista che portava a Franco Freda e agli ambienti eversivi del Padovano. La sua attenzione alle connessioni sotterranee, agli intrecci tra politica e violenza, sarebbe stata una cifra costante della sua carriera.
E poi arrivò il 7 aprile 1979, il sabato di Pasqua. Padova si svegliò sotto un cielo grigio e, per molti, sotto il peso di un futuro incerto. Centinaia di studenti, professori, giornalisti, redattori di riviste e radio si ritrovarono trasformati in imputati di associazione sovversiva e banda armata. In carcere finì per la prima volta il professor Toni Negri, docente universitario, studioso di marxismo, ritenuto l'ideologo dell'Autonomia Operaia. Con lui vennero arrestati alcuni tra gli esponenti dell'Autonomia padovana e milanese come Lauso Zagato, Mario Dalmaviva, Luciano Ferrari Bravo, Oreste Scalzone. Altri, invece, come Franco Piperno riuscirono a fuggire.
Si scatenò una bufera che poi ebbe altri seguiti, con blitz che portarono in carcere decine di persone gravitanti nell'area dell'Autonomia, e si parlò di un "teorema Calogero", in base al quale lungo l'arco di un decennio, scioglimenti solo apparenti e un sottile "filo rosso" avrebbero legato il gruppo dirigente di Potere Operaio ai vertici dell'Autonomia e delle Brigate Rosse. L'ipotesi del magistrato era che Autonomia Operaia costituisse il cervello politico e organizzativo di un progetto sovversivo più ampio, un fil rouge che collegava gruppi come Potere Operaio alle Brigate Rosse, fino agli eventi drammatici del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro. Una tesi che, pur non essendo mai pienamente dimostrata in aula, alimentò processi, dibattiti e polemiche in città e oltre
Calogero stesso dichiarò anni dopo di non aver mai voluto dimostrare l'identità organica tra Autonomia e Brigate Rosse, ma di aver cercato di accertare l'esistenza di un progetto strategico comune. La sua carriera proseguì tra inchieste complesse e scandali, fino al caso singolare del furto di 50 chili di droga del 2004, destinati al bunker del tribunale ma ritrovati negli scantinati dell'Università di Padova. Dal 20 novembre 2009 al 6 ottobre 2015 è stato procuratore generale della Repubblica presso la Corte d'appello di Venezia, concludendo al massimo grado la sua carriera in magistratura.