Venerdì 03 Aprile 2026

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La lettera

Metamorfosi di una corrente

Ecco perché mi dimetto da Magistratura indipendente

03 Aprile 2026, 18:00

Gli eventi che segnano la vita delle istituzioni non avvengono mai per caso, ma sono il frutto di derive profonde. Il recente referendum costituzionale sulla separazione delle carriere è senza dubbio uno di questi eventi e, all’indomani del risultato, ha scoperchiato in Magistratura Indipendente una crisi profonda e dagli esiti imprevedibili. Si suol dire che "squadra che vince non si cambia"; eppure, nonostante la vittoria del NO – che ha visto il nostro gruppo impegnato in prima linea contro la riforma –, il segretario Claudio Galoppi ha rassegnato le proprie dimissioni. Un segnale su cui è doveroso riflettere.

Per comprendere le radici di questa crisi è necessario storicizzare la nostra vita associativa. L'articolazione della magistratura in correnti non nacque da contingenti personalismi, bensì da profonde motivazioni ideali. Magistratura Indipendente, in particolare, sorse animata da una duplice e vitale esigenza. Da un lato occorreva superare le divisioni interne, poiché già nel 1979 si intuiva il rischio di una degenerazione correntizia; dall’altro si imponeva la necessità di segnare una netta e inequivocabile distanza dalla visione spiccatamente politica propugnata da Magistratura democratica. Esisteva allora – ed esiste tuttora – un divario incolmabile sul modo di interpretare la giurisdizione e il ruolo stesso del giudice. Il contrasto originario verteva su una questione dirimente, ritenendo inaccettabile che una corrente potesse ingerirsi o orientare le decisioni giudiziarie in ossequio a una sensibilità culturale che si autoproclamava unica interprete e levatrice del progresso sociale.

È noto come il "collateralismo" tra magistratura e politica abbia profondamente segnato la storia dell'associazionismo giudiziario, egemonizzato dalle correnti di sinistra. Se a tale impostazione si può forse riconoscere il merito di aver animato il dibattito culturale interno, non se ne possono ignorare i gravi pericoli legati a una vera e propria "militanza" subordinata a ben precise opzioni politico-ideologiche. Non a caso, ancora oggi si rivendica "con forza la necessità che l’Anm assuma un ruolo protagonista nel confronto pubblico [...] orientando la propria azione a difesa dell’assetto costituzionale" (come recita il comunicato di Area DG del 25 marzo scorso).

Di contro, terzietà e rifiuto di ogni collateralismo costituiscono la matrice fondativa di Magistratura Indipendente. È questo il cuore dell'articolo 1 del nostro Statuto, con i suoi solenni richiami all'unità, all'apoliticità e all'indipendenza dell'ordine giudiziario. Non si tratta di mera declamazione retorica, ma del modello stesso di magistrato che abbiamo l'ambizione di proporre. Un magistrato a cui non si chiede certo di essere avulso dalla realtà o refrattario all’impegno sociale – non siamo monadi isolate dalla storia del nostro tempo –, ma la cui inclinazione culturale non deve mai farsi orientamento ideologico della decisione, né tradursi in militanza. Il moderatismo istituzionale e associativo si nutre dell’ascolto e del rispetto vicendevole, non dell'ideologia.

Pluralismo, ricerca del confronto, assenza di pregiudizi e lontananza dalla politica attiva costituivano, dunque, il nostro patrimonio genetico. Un patrimonio che oggi vedo sciogliersi come neve al sole.

Costituendo il "Comitato per il NO", l’Anm ha fortemente politicizzato la campagna referendaria, ergendosi a vero e proprio soggetto politico. Magistratura Indipendente, con colpa ancor più grave, si è lasciata trascinare in questo agone mostrandosi del tutto incapace di elaborare un metodo autonomo e diverso per sostenere le proprie, pur legittime, ragioni.

È sacrosanto che le ragioni del NO trovassero espressione, ma altrettanto sacro e legittimo avrebbe dovuto essere il diritto di esprimere le opposte ragioni del SÌ. Per i vertici di Magistratura Indipendente, tuttavia, questo assioma liberale ha smesso di valere. Rinnegando il valore basilare del pluralismo interno, la dirigenza ha isolato ogni voce favorevole alla riforma. Le opinioni dissenzienti sono state bollate come "esclusivamente personali" e incompatibili con la linea ufficiale, scatenando reazioni verticistiche che ricordano più la rigida disciplina di un partito politico che il libero confronto tra magistrati. Il messaggio inviato è stato raggelante, poiché il dissenso fisiologico non è stato tollerato e chi lo ha manifestato – pur rivestendo ruoli istituzionali e adducendo argomentazioni squisitamente tecniche – è stato pubblicamente stigmatizzato.

Si consuma così un paradosso doloroso. La corrente che si onora di richiamarsi a figure come Paolo Borsellino appare oggi appiattita su un dogmatismo inflessibile. Mentre si lancia l'allarme contro il rischio di interferenze esterne e si invoca l'autonomia, si finisce per comprimere e mortificare quella interna, trattando il dissenso alla stregua di un fastidio da epurare.

Alla prova dei fatti, il risultato referendario si sta rivelando per MI una vittoria di Pirro. Aver favorito il consolidarsi dell’asse MD-Area-Unicost significa essersi consegnati a un abbraccio mortale, dal momento che, forti dell'esito referendario, queste componenti finiranno per schiacciare la nostra. Magistratura Indipendente ha smarrito la propria identità, giocando una partita tutta politica su posizioni ormai contigue a quelle della sinistra giudiziaria e sideralmente lontane da quella linea moderata e liberale che ne costituiva la cifra e il punto di equilibrio.

Il tradimento di questa missione storica è la vera causa dell'attuale crisi. Essa potrebbe rappresentare un'opportunità di rinascita, l'occasione per ripartire da un autentico rinnovamento tornando a essere quel "laboratorio culturale" aperto, laico e democratico, mai subalterno ad altre aggregazioni.

Ma temo che non sarà così. Se si continuerà ad assistere a nomine frettolose e calate dall’alto di colleghi – per quanto validi – forse non ancora pronti per certi ruoli, e se proseguirà il progressivo schiacciamento dei nostri rappresentanti in Anm su posizioni che nulla hanno a che vedere col nostro Dna costituzionale e liberale, il rischio non sarà solo la perdita del consenso, ma la definitiva evaporazione della nostra identità.

Viene naturale domandarsi quale sia oggi la differenza tra Magistratura Indipendente, Unicost, Area e Magistratura Democratica, se il punto di caduta finale è l’omologazione. Accettare la capziosa chiamata per comporre il governo dell’Anm a tutti i costi significa solo restituire all'esterno la logorante e distorta immagine del "siete tutti uguali, sempre e comunque". Le associazioni non muoiono quando affrontano le sconfitte, ma quando smarriscono le ragioni stesse della loro esistenza, e quando un luogo smette di essere il rifugio del libero pensiero per farsi presidio dell'omologazione.

Oggi, questa è la crisi, che impone un passaggio ineludibile.

E non è una questione di leadership, ma un modello più ampio che si è progressivamente affermato: quello di una gestione del gruppo sempre più verticale, concentrata sulla decisione e sulla comunicazione, meno sulla discussione interna e sull’elaborazione collettiva, che ha finito per ridurre tutto a un gioco di posizionamenti perdendo di vista la prospettiva del come si governa il gruppo. Come si governa una fase in cui emergono segnali di inquietudine? con quale linguaggio? con quale capacità di ascolto? con quali programmi?

Magistratura indipendente, che pure negli ultimi anni ha costruito un consenso ampio e consolidato, si trova ora di fronte a un banco di prova. Non si tratta di mettere in discussione la legittimità della Dirigenza, né di enfatizzare oltre misura una vittoria referendaria - per me un occasione perduta di riforme - si tratta piuttosto di comprendere se esista e in quale misura la capacità di trasformare la crisi in un'opportunità di autocritica, di chiarimento e di rilancio.

Io non rinnego i miei valori. Ho creduto – e credo ancora – in un gruppo liberale e plurale, capace di far convivere in modo polifonico tutte le sensibilità conformi alla nostra Costituzione, ma spero, che nel tempo che resta, la metamorfosi di una corrente, non recida definitivamente questa “connessione emotiva”.