Urbanistica
Torre Milano Via Stresa
La vicenda della Torre Milano entra in una fase decisiva e potenzialmente dirompente per il futuro del grattacielo di via Stresa. Nel primo processo nato dalle inchieste sull’urbanistica milanese, la Procura ha chiesto condanne per tutti gli otto imputati e soprattutto la confisca della torre, aprendo così uno scenario che fino a poco tempo fa sembrava estremo e che oggi ha assunto un profilo concreto: acquisizione al patrimonio pubblico e possibile demolizione.
È questo il punto più forte emerso dalla requisitoria della pm Marina Petruzzella, che giovedì mattina ha ribadito davanti alla giudice Paola Braggion tutte le contestazioni già formulate nei confronti del grattacielo di lusso della Maggiolina, alto 82,25 metri per 24 piani, affacciato su piazza Carbonari e realizzato con il claim pubblicitario «La tua casa a due passi dal cielo». Oggi la torre è abitata e in parte utilizzata anche per locazioni brevi, ma sul suo destino pesa ora una richiesta giudiziaria che potrebbe segnare un passaggio storico per Milano.
La Procura ha chiesto pene comprese tra un anno e due anni e quattro mesi, oltre ad ammende fino a 50mila euro ciascuno, per un totale complessivo di 326mila euro. A processo ci sono i costruttori Carlo e Stefano Rusconi, l’architetto Giovanni Maria Beretta, gli ex dirigenti del Comune di Milano Franco Zinna e Giovanni Oggioni, oltre a tre funzionari dello Sportello unico edilizia che hanno seguito l’iter del grattacielo.
L’accusa, nel corso di 108 udienze, ha contestato a vario titolo abusi edilizi e lottizzazione abusiva, dentro una vicenda che viene considerata il primo grande banco di prova giudiziario delle inchieste che dall’ottobre 2022 hanno investito l’urbanistica milanese, tra sequestri, fascicoli penali, ricorsi amministrativi e riflessi politici ed economici profondi sul governo del territorio.
Il passaggio più pesante della requisitoria resta però quello sulla sorte dell’edificio. La Procura ha chiesto la confisca della torre, definita uno «scempio territoriale intollerabile», sostenendo che l’intervento edilizio sia stato realizzato in violazione dei «doveri di solidarietà sociale» sanciti dalla Costituzione e a spese della collettività, attraverso un «finanziamento occulto» da 1,2 milioni di euro in oneri di urbanizzazione e monetizzazioni, ritenuto favorevole all’operatore edilizio.
Nella lettura della pubblica accusa, il grattacielo sarebbe stato costruito senza rispettare norme nazionali considerate «inderogabili» in materia di altezze, volumi e distanze tra edifici, norme che servirebbero non solo a tutelare il paesaggio, compreso quello urbano, ma anche a garantire requisiti igienico-sanitari, di sicurezza, di protezione del suolo, di difesa dal rischio idrogeologico, dell’ambiente e del patrimonio storico-artistico e architettonico di Milano.
Il cuore giuridico della contestazione riguarda il titolo edilizio utilizzato per realizzare l’intervento. Secondo la Procura, la Scia alternativa al permesso di costruire per una presunta «ristrutturazione edilizia» con cambio di destinazione d’uso dei due edifici preesistenti, uno di due piani e uno di tre, prima produttivi e poi destinati a uffici, costituirebbe un «mostro giuridico» che il legislatore «non si è mai sognato di approvare» e che la giurisprudenza non avrebbe mai riconosciuto.
Per l’accusa, dunque, quella procedura non avrebbe potuto legittimare la nascita di una torre di oltre ottanta metri in assenza di un piano attuativo, cioè dello strumento urbanistico che avrebbe dovuto governare un intervento di tale impatto.
Sarà la presidente della settima sezione penale di Milano, Paola Braggion, a scrivere la prima sentenza sull’urbanistica milanese e a decidere non solo sulle responsabilità degli imputati, ma anche sul destino materiale della torre. Una decisione che avrà inevitabilmente ricadute molto più ampie del singolo caso, perché arriva nel pieno di un contenzioso che coinvolge da anni la pianificazione del territorio, le scelte di Palazzo Marino e l’intero equilibrio tra sviluppo immobiliare e regole urbanistiche.
La giudice dovrà pronunciarsi anche sulla richiesta di risarcimento da 135mila euro avanzata nei confronti del responsabile civile, Orione Property Management, da una vicina del grattacielo costituitasi parte civile con l’avvocata Antonella Forloni. La donna sostiene di aver subito un deprezzamento della propria abitazione e una diminuzione della visuale e dell’esposizione alla luce del sole.
La richiesta di condanna arriva al termine di un lungo percorso giudiziario. Le indagini coordinate nel 2023 dalla sostituta procuratrice Petruzzella insieme ai colleghi Paolo Filippini e Mauro Clerici si erano chiuse con due distinti avvisi di conclusione, nel dicembre 2023 e nel febbraio 2024.
L’udienza preliminare, durata cinque mesi tra settembre 2024 e gennaio 2025 davanti alla gup Teresa De Pascale, si è conclusa con il rinvio a giudizio di tutti gli otto imputati. In origine i funzionari erano accusati anche di abuso d’ufficio, poi uscito dal perimetro processuale dopo la cancellazione del reato. L’istruttoria dibattimentale è andata avanti per circa un anno, con dieci udienze, durante le quali sono stati ascoltati consulenti, urbanisti, architetti ed ex magistrati delle diverse parti.
Tra gli imputati, Giovanni Oggioni, ex capo dello Sportello unico edilizia e già vicepresidente della commissione paesaggio, è accusato insieme a Zinna per la determina dirigenziale numero 65 del 30 maggio 2018, con cui Palazzo Marino equiparò la Scia con atto d’obbligo al permesso di costruire convenzionato, cioè a un procedimento che normalmente dovrebbe consentire osservazioni dei cittadini e il voto della giunta di Milano.
Oggioni, arrestato nel marzo 2025 nel secondo filone d’inchiesta per corruzione e falso e oggi libero dopo la sostituzione della misura e la scadenza dei termini, è stato l’unico a sottoporsi all’esame in aula. I funzionari di livello inferiore dell’urbanistica hanno invece reso dichiarazioni spontanee al termine del processo. I privati, in particolare Carlo Rusconi, hanno assistito a ogni udienza ma senza sottoporsi all’esame.
Le difese hanno iniziato le arringhe giovedì. Gli avvocati di Carlo Rusconi, Federico Papa e Fabio Todarello, sono stati i primi a intervenire. Papa si è chiesto «cosa avrebbe dovuto fare Carlo Rusconi?», ricordando che già nel 2002 l’avvocatura del Comune di Milano, oggi persona offesa nel processo, aveva espresso un parere secondo cui il piano attuativo per torri e grattacieli alti oltre 25 metri non sarebbe stato un obbligo inderogabile, soprattutto nelle zone già urbanizzate.
Todarello ha invece ricostruito l’evoluzione della giurisprudenza sulla ristrutturazione edilizia dal 1978 al 2020, sostenendo che il legislatore abbia progressivamente eliminato una serie di vincoli, come sagoma, sedime e volumi dell’edificio precedente, proprio per favorire processi di rigenerazione urbana e consentire il recupero di edifici industriali abbandonati anche dentro le città.
Le difese proseguiranno il 29 aprile con altri avvocati dei collegi difensivi, tra cui Giovanni Brambilla Pisoni, Eugenio Bono, Massimiliano Diodà, Emanuela Gambini, Francesco Moramarco, Corrado Limentani, Gian Luigi Tizzoni, Lodovico Mangiarotti e Michele Bencini.
Proprio Bencini, al termine dell’udienza, ha parlato di un «paradosso» della Procura di Milano, osservando che le indagini condotte «in nome del diritto alla casa e della lotta alla speculazione» finirebbero per chiedere che la casa venga tolta a chi l’ha acquistata prima delle inchieste.