«Separazione delle carriere e Csm sono due tracce che possono adesso essere al centro di valutazione ma con lo spirito di confronto e non di contrapposizione»: in modo sorprendente, oggi, il presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso ha rimesso sul tavolo una materia che l’esito referendario sembrava aver cancellato. Lo ha fatto durante la conferenza stampa con i giornalisti dopo aver illustrato la sua Relazione annuale e rispondendo a Repubblica che gli chiedeva da dove si riparte in materia di giustizia.
La sua frase appare un implicito segnale rispetto al sorteggio come unico vero aspetto problematico da accantonare senza escludere una riapertura del dossier, con però maggioranza e opposizione parlamentare in modalità dialogante. Fonti interne del Pd tuttavia escludono categoricamente questa ipotesi, in quanto le priorità sul tema sono altre. Come «la rapidità della giustizia: se arrivi tardi è già una ingiustizia», ha precisato Amoroso. L’ex magistrato delle Sezioni Uniti civili di Cassazione ha poi detto, rispondendo ad una nostra sollecitazione, che a causa della campagna referendaria appena conclusa «qualcosa si è spezzato e ora vanno riannodati i fili».
Amoroso poi ha fotografato le «lacerazioni» che la «campagna vivace» ha lasciato dietro di sé e ha biasimato «i toni eccedenti» spesso il testo della norma Nordio-Meloni. E ha rilevato che «anche con leggi ordinarie» si potrebbe ragionare tra le parti sulla «separazione definitiva delle carriere» o sul sistema che intende «arginare l’influsso delle correnti sull’attività della magistratura». Ma comunque «andrebbero adottate soluzioni che siano rispettose di tutto quello che sta dietro: cioè dell’autonomia e indipendenza della magistratura. È nel perimetro di quelle garanzie che bisogna muoversi». In pratica, «si può intervenire con leggi ordinarie, ci sono gli strumenti». Inoltre «la Costituzione non è immodificabile, ci sono anche esigenze di aggiornamento», ma «se si cambia, bisogna farlo con cautela e saggezza».
Sempre rimanendo nel recinto della giustizia e degli scontri non troppo lontani tra politica e magistratura sul tema dei migranti, Amoroso nella Relazione ha scritto che, «sul versante del diritto dell’Unione Europea, è stato ribadito il principio secondo cui il giudice, ove ravvisi l’incompatibilità del diritto nazionale con il diritto dell’Unione dotato di efficacia diretta e sussista il “tono costituzionale” della questione, può sollevare l’incidente di costituzionalità per violazione degli articoli 117, primo comma, e 11 Costituzione». Ma «il giudice comune può anche, ove ne ricorrano i presupposti, non applicare la normativa interna, all’occorrenza previo rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia», proprio come hanno fatto alcune sezioni civili esperte in immigrazione circa il protocollo Italia-Albania.
Partendo poi dal fatto che «ancora inascoltato è il monito per introdurre una normativa nazionale di regolamentazione del suicidio medicalmente assistito», nella relazione Amoroso ha sottolineato che «sarebbe auspicabile», come già previsto dal modello tedesco, «l’instaurazione di un canale di interlocuzione istituzionale, come in ipotesi l’audizione del Presidente o di giudici in seno alle Commissioni affari costituzionali delle Camere per evidenziare, ad esempio, le pronunce “monito” dell’anno». Una novità che spetta ora al Parlamento accogliere. Quello stesso legislatore che da sette anni dalla sentenza della Corte costituzionale sul caso dj Fabo ancora non ha trovato una sintesi su una materia così delicata.
Abbiamo chiesto al Presidente perché non riprendere il viaggio nelle carceri della Consulta: «Sarebbe possibile», tuttavia «non è stato fatto, ma questo non significa che la Corte non sia attenta ai problemi dell'ambito carcerario», ci ha risposto. Aggiungendo: «Ci sono aspetti che attengono alla dignità del detenuto sotto vari profili. C’è il problema del sovraffollamento delle carceri. C’è il problema drammatico dei suicidi che presenta veramente un aspetto allarmante della espiazione della pena». Infine sul via libera definitiva del Parlamento europeo alla direttiva anticorruzione, nella quale si parla anche del reato d’abuso d'ufficio, abrogato nel 2024 dalla riforma Nordio, Amoroso ha commentato: «Se questa direttiva del Parlamento europeo modifica il quadro normativo, è possibile che la Corte sarà chiamata nuovamente a fare il controllo che l’articolo 111, primo comma, della Costituzione prevede. Prima ancora, ovviamente, sarà la politica chiamata a prendere atto di questa nuova legislazione europea».