Giovedì 26 Marzo 2026

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Meta condannata: «Verdetto storico, garantiti i diritti»

A colloquio con il professor Salvatore Sica dopo la sentenza che colpisce i social di Zuckerberg

26 Marzo 2026, 18:41

processo Meta

La sentenza «storica» della Corte di Los Angeles, che ha portato alla condanna di Meta e YouTube per danni arrecati alla salute mentale di una giovane, potrebbe aprire una nuova era per le Big Tech. Quanto stabilito in California rievoca le decisioni che nei decenni passati oltreoceano hanno riguardato, sempre nell’ambito della tutela della salute, le multinazionali del tabacco.

«La sentenza di Los Angeles – dice il professor Salvatore Sica, ordinario di Diritto privato nell’Università di Salerno – ha un carattere fortemente innovativo. Io la considero una tappa forse tra le più importanti del recupero del terreno del diritto rispetto al potere che sembrava illimitato e insormontabile delle Big Tech della comunicazione. Ancora una volta è singolare e interessante che la materia della responsabilità civile, del risarcimento dei danni, rappresenta il cavallo di Troia perché i valori sottostanti al diritto trovino di nuovo uno spazio di visibilità e affermazione. Qualche perplessità potrebbe sorgere rispetto a YouTube, in quanto questa piattaforma ha una vocazione mista, non ha un forte connotato di interattività idonea a creare dipendenza, come si legge nella sentenza di Los Angeles, a differenza dei social gestiti da Meta».

I giudici californiani che si sono pronunciati sui social media si sono mossi sotto certi versi nel solco di alcune decisioni del passato. «Le Tobacco litigation e le Obesity litigation contro le multinazionali del fumo e del food – riflette Sica - hanno determinato negli anni scorsi il cambio di strategie commerciali, incidendo sulle abitudini degli americani. Fino a ieri, eravamo abbastanza perplessi sulla possibilità che il diritto incidesse davvero. Credevamo che gli ordinamenti giuridici fossero piuttosto impotenti, perché avevano a che fare con fenomeni sovranazionali e transnazionali restii a sottoporsi a un giudice e ad una legge ben determinata. Quanto deciso a Los Angeles inverte questa rotta».

Ma attenzione, mette in guardia Salvatore Sica: «Non bisogna farsi illusioni». «Questa rondine che ha preso il volo in California – riflette il giurista dell’Università di Salerno - non è detto che faccia primavera. Mentre recuperiamo terreno sui social, siamo già indietro enormemente rispetto all’Intelligenza artificiale. Il diritto è in una perenne situazione di rincorsa. Di solito svolge una funzione notarile, cioè prende atto di ciò che è cambiato, ad esempio, nella società, nell’economia e nei rapporti politici. Sentenze come quelle pronunciate negli Stati Uniti potrebbero produrre un cambio di rotta. Ma il diritto rimane sempre in situazione di rincorsa affannosa».

Meta e le altre Big Tech non staranno a guardare, dopo le sentenze degli ultimi giorni. Una giuria di Santa Fe, nello Stato del New Mexico, ha condannato l’azienda di Mark Zuckerberg per aver ingannato gli utenti sulla sicurezza delle sue piattaforme, permettendo lo sfruttamento sessuale di minori. «I colossi tecnologici condannati – afferma Sica – correranno ai ripari. Il primo rimedio sarà di tipo giurisdizionale. Credo che abbiano una precisa strategia di pianificazione del rischio. Ad esempio, nell’Intelligenza artificiale, le Big Tech sono già consapevoli che molti dei contenuti utilizzati pongono problemi di violazione del diritto d’autore e di alcuni diritti fondamentali, ma nel frattempo approfittano del vantaggio tecnologico per poi gestire tutto con una partita di spesa. È ovvio che, come è avvenuto per le multinazionali del fumo, se la partita di spesa diventerà assai rilevante, saranno opportuni cambi di strategia. Abbiamo visto, ad esempio, dopo le Tobacco litigation, le pratiche politiche di dissuasione dal fumo. Anche in Europa sono comparse le avvertenze sui pacchetti di sigarette. È certo che per la prima volta questa intangibilità delle piattaforme social è messa in discussione e di questo non possiamo che rallegrarci tutti da un punto di vista sociale, culturale e anche etico. Il problema è che, come sempre capita, il diritto può aprire una strada, ma poi occorre altro. Servono buone pratiche educative, buone pratiche di formazione, soprattutto delle giovani generazioni. A mio avviso, la sentenza riguardante Meta e YouTube può avere una funzione anche pedagogica».

Quali conseguenze si potrebbero verificare invece in Europa, alla luce della decisione californiana? «È bene ricordare – commenta il professor Sica - che in Europa la prima direttiva in materia sul commercio elettronico, la n. 31 del 2000, si adeguò, perché non aveva alternative, al principio statunitense della irresponsabilità del provider. Si affermò il principio, proprio come era stato contemplato nel 1998 dal “Digital millennium copyright Act” (Dmca), che il provider non è responsabile degli illeciti che si producono attraverso la rete. Si trattò di una scelta compromissoria in una visione giuseconomica per non tagliare fuori le imprese europee dall’economia della comunicazione. Tuttavia, in Europa c’era già una significativa giurisprudenza, penso a quella francese, che riteneva i provider responsabili, in termini quasi oggettivi, dei danni prodotti attraverso l’uso della rete e, dunque, anche delle piattaforme. Questa prospettiva già da alcuni anni è fortemente rimessa in discussione. Come in passato la legislazione americana aveva già rappresentato una sorta di riferimento per la successiva direttiva europea, una analoga via si potrebbe seguire ora in Europa se si sviluppa un’idea sull’assunzione di responsabilità da parte delle piattaforme social e dei provider, sia in fase giurisprudenziale sia in fase normativa. In ogni caso, la novità della sentenza di Los Angeles è data dal fatto che la responsabilità non è oggettiva, ma è diretta: si ritiene che le piattaforme social siano esse stesse autori dell’illecito nella creazione della dipendenza da parte degli utenti».