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Il caso

La Russa incontra la famiglia nel bosco: prove di pace dopo la tempesta mediatica

Passata la strumentalizzazione referendaria, il Presidente del Senato invita alla pacificazione. E i coniugi giurano: sempre rispettato la legge. Catherine Birmingham si commuove: «Non abbiamo mai fatto del male ai bambini»

25 Marzo 2026, 16:37

La Russa incontra la famiglia nel bosco: prove di pace dopo la tempesta mediatica

Catherine Birmingham e Nathan Trevallion con il Presidente del Senato Ignazio La Russa

Pacificazione, moral suasion, ricerca di punti d’incontro e superamento delle rigidità. Con la fine della campagna referendaria, i toni sembrano cambiare: la giustizia si spoglia della veste bellica per tornare a essere materia tecnica, che invoca il dialogo anziché lo scontro. È questa la cifra stilistica dell’incontro tra il presidente del Senato, Ignazio La Russa, e i coniugi Catherine Birmingham e Nathan Trevallion. I genitori della cosiddetta “famiglia nel bosco” sono rimasti a colloquio con la seconda carica dello Stato per poco meno di un’ora a Palazzo Giustiniani.

L’obiettivo dichiarato di La Russa è stato quello di «cercare di stemperare il clima che si è creato attorno a questa vicenda». Pur chiarendo di non avere «né titoli né intenzione di mettere in discussione i provvedimenti dell’autorità giudiziaria» o di voler «giudicare lo stile di vita» della coppia, il Presidente ha esercitato la sua «moral suasion» per spingere verso l’eliminazione delle «rigidità di tutti, in modo da favorire il più possibile il ritorno a una famiglia unita, come voi la desiderate, con i figli che, come è naturale, possano stare col padre e con la madre dopo che vengano assicurate delle condizioni normali».

Durante il colloquio, i genitori avrebbero mostrato segnali di apertura, confermando di non avere «nessuna obiezione a che i bambini possano frequentare il doposcuola, che la casa possa avere i servizi igienici che sono richiesti e in sostanza che vi avviciniate molto a quelle condizioni necessarie per una convivenza voluta». Un’apertura accolta con favore da La Russa, il quale si è detto «fermamente convinto che non vi è maggiore felicità per i bambini che quella di stare col proprio papà e con la propria mamma». A prescindere, dunque.

All’uscita, la scena è apparsa carica di emotività. Catherine - in abito bianco a ricami floreali e con un cestino di vimini - e Nathan - in abito scuro, a tratti con la cravatta e a tratti senza - sono apparsi visibilmente commossi. Davanti ai giornalisti, la donna ha letto tra le lacrime una lettera in inglese in cui ha rivendicato la piena osservanza delle norme italiane. Esprimendo «gratitudine» verso chi li ha sostenuti «in questi giorni duri e difficili per noi e i nostri bambini», Catherine ha spiegato le ragioni della loro presenza nel nostro Paese: «Abbiamo scelto l’Italia perché aveva gli stessi valori con cui volevamo crescere i nostri bambini e cioè la famiglia, l’amore, lo stare insieme, il vivere e mangiare in maniera naturale e, più di tutto, un’esistenza piena di amore e pace dove le persone si supportano». Secondo il racconto della madre, la famiglia avrebbe vissuto «in pace e in armonia, nel rispetto delle leggi dello Stato e della Costituzione italiana», senza mai fare «del male ai nostri bambini, non li abbiamo mai privati dei loro bisogni e non abbiamo mai fatto danno ai nostri vicini, al nostro Comune e alla terra in cui viviamo».

Catherine ha poi respinto l’immagine di madre “oppositiva” tratteggiata dall’ultimo decreto del Tribunale, definendo il proprio nucleo familiare sempre rispettoso «delle leggi e delle regole e non abbiamo mai giudicato, litigato né abbiamo mai instillato nei nostri bambini odio o sfiducia nei leader e nelle autorità giuridiche e istituzionali intorno a noi». Ribadendo che le esigenze dei figli sono sempre state messe «al primo posto», ha aggiunto di aver agito «nella consapevolezza e nella conoscenza di ciò che era giusto per loro, pur consapevoli di non essere né perfetti né di possedere verità assolute». Infine, un appello accorato: «Essere presi di mira e attaccati nel modo in cui lo siamo stati noi va oltre la nostra capacità di accettazione e comprensione», ma nonostante ciò «siamo venuti qua a tendere una mano, a chiedere di essere ascoltati e di tornare a essere di nuovo una famiglia».

Al fianco della coppia, l’avvocata Danila Solinas: «Io posso soltanto dire che ringraziamo profondamente le istituzioni quando ascoltano e oggi hanno dato dimostrazione di saperlo fare», ha chiosato.

Non sono mancate, tuttavia, le reazioni politiche. Elisabetta Piccolotti (Avs) ha replicato duramente all’iniziativa di La Russa: «Ci auguriamo che il presidente del Senato, ora che le urne referendarie sono chiuse e lo sciacallaggio può avere fine, abbia la saggezza di spiegare loro che tutti i bambini e le bambine in Italia hanno il diritto insopprimibile di essere istruiti e andare a scuola. Fino a qualche mese fa il governo tuonava contro chi non manda i figli a scuola promettendo il carcere, oggi pare abbiano cambiato idea». La deputata ha poi spostato l’attenzione sul Ministero dell’Istruzione, sottolineando che Giuseppe Valditara «non ha ancora inviato gli ispettori nella scuola paritaria che ha certificato l’assolvimento dell’obbligo per la bambina di 11 anni, nonostante pare che la bimba sappia a stento scrivere il proprio nome». La vicenda, ha concluso Piccolotti, deve risolversi con la tutela dei minori: «A chi dice che i figli non appartengono allo Stato, vogliamo ricordare che i minori hanno dei diritti propri che non possono essere calpestati nemmeno dai genitori».