Dopo il voto
Non il tempo della semplice festa, ma quello della riflessione. Raffaele Cantone, già presidente dell’Anac e procuratore a Perugia, legge così l’esito del referendum sulla giustizia, indicando nel voto un segnale politico e istituzionale che non può essere ignorato. In un’intervista a Repubblica, Cantone parla di una «grande manifestazione di democrazia» e invita tanto la magistratura quanto la politica a non considerare il risultato come un punto di arrivo.
Secondo l’ex numero uno dell’Autorità anticorruzione, la partecipazione registrata dimostra che il rapporto tra cittadini e Costituzione resta profondo, anche tra i più giovani. Per questo il messaggio uscito dalle urne, a suo giudizio, va raccolto con serietà e trasformato in una stagione di riforme vere, capaci di affrontare i problemi concreti della giustizia italiana.
Cantone parte proprio dal dato della partecipazione, che considera il primo elemento politico da non sottovalutare. «Questo non è solo il tempo della festa, ma della ragione, è stata una grande manifestazione di democrazia», afferma.
Nel suo ragionamento, il numero dei votanti certifica un forte legame tra i cittadini e la Carta costituzionale. «Ha votato un numero altissimo di persone, anche più che alle elezioni regionali o politiche. Questo dimostra quanto gli italiani siano ancora profondamente attaccati alla Costituzione», osserva.
Tra gli aspetti che più lo colpiscono, Cantone indica la partecipazione dei più giovani. «C'è un altro dato che mi ha colpito molto: i giovani sotto i trent'anni hanno votato in maggioranza, oltre il 60%», dice. Un elemento che per lui non era affatto scontato, considerando che la Costituzione è nata nel 1946 e appartiene a una stagione storica lontana da quella delle nuove generazioni.
Proprio per questo, il dato assume ai suoi occhi un valore ancora più forte: «Non era affatto scontato per una Carta nata nel 1946. E invece anche le nuove generazioni dimostrano un legame forte».
Cantone attribuisce parte di questa mobilitazione anche alla credibilità delle figure pubbliche che si sono esposte in campagna referendaria. In particolare, cita Nicola Gratteri, indicandolo come una presenza simbolica capace di parlare oltre gli schieramenti tradizionali.
«Sicuramente hanno pesato le figure simbolo. Penso, per esempio, a Nicola Gratteri: un magistrato che non è mai stato identificato con le correnti, sempre percepito come indipendente», sottolinea. E aggiunge che «il suo schieramento così netto ha rappresentato un segnale forte».
Nel ragionamento di Cantone, anche i risultati emersi in alcune aree del Paese vanno letti alla luce della credibilità delle persone che si sono schierate. «E non è un caso, secondo me, che in Campania e in Calabria si siano registrati risultati molto netti. La credibilità di tutte le persone che hanno sostenuto il No hanno contato».
L’ex procuratore individua poi una delle chiavi del voto nel modo in cui la riforma è stata percepita da una parte dell’elettorato. A suo giudizio, a un certo punto molti cittadini hanno capito che quelle modifiche non erano indispensabili per introdurre il principio della separazione delle carriere.
«A un certo punto molte persone si sono rese conto che quelle modifiche non erano indispensabili per introdurre la separazione delle carriere», spiega. E aggiunge un elemento importante: «Io conosco persone favorevoli a quel principio che però dicevano: questa non è la riforma giusta».
Cantone evita di trasformare questa lettura in una polemica diretta con il governo, ma indica chiaramente il nodo politico emerso durante la campagna: «È evidente che molti hanno avuto l’impressione che fosse una riforma in qualche modo punitiva per la magistratura».
Nel suo giudizio ha inciso anche il tono con cui si è svolto il confronto pubblico. «Durante la campagna elettorale si sono sentite argomentazioni che non avevano nulla a che fare con il merito della riforma, come i riferimenti a vicende personali o giudiziarie. Tutto questo ha inciso», osserva.
Per Cantone, dunque, il referendum non è stato soltanto un giudizio tecnico sul testo costituzionale, ma anche una risposta al clima politico e comunicativo che ha accompagnato la consultazione.
Da qui nasce il punto forse più importante del suo ragionamento: il risultato non autorizza nessuno a pensare che il sistema giustizia vada bene così com’è. Al contrario, l’alta partecipazione dimostra che i cittadini considerano la giustizia un tema decisivo e pretendono risposte.
«I cittadini hanno dimostrato interesse per la giustizia, con una partecipazione altissima. Questo non può essere sprecato», afferma. E mette in guardia da una lettura conservativa del voto: «Nessuno deve pensare che vada tutto bene o che si possa mantenere lo status quo».
Cantone riconosce apertamente che la giustizia italiana continua a mostrare limiti e insufficienze. «Il sistema giudiziario non sempre riesce a dare le risposte», ammette. Proprio per questo, secondo lui, il referendum deve tradursi in un’assunzione di responsabilità più forte.
Il primo richiamo è rivolto alla magistratura. «La magistratura deve evitare ogni chiusura autoreferenziale e capire che questo risultato non significa che tutto vada bene», avverte.
È un passaggio centrale, perché Cantone rifiuta l’idea che il voto possa essere letto come una legittimazione piena dell’esistente. Non c’è, nel suo ragionamento, alcun automatismo tra bocciatura della riforma e difesa dell’assetto attuale. Al contrario, proprio il consenso raccolto dalla partecipazione popolare impone ai magistrati di aprirsi a una riflessione più profonda sul funzionamento del sistema.
L’altro destinatario del messaggio è la politica, chiamata a riprendere in mano il tema della riforma della giustizia, ma su basi diverse. «La politica, invece, deve riprendere il tema della riforma della giustizia, mettendo al centro le vere priorità: efficienza, tempi dei processi, personale», dice Cantone.
L’elenco delle urgenze è netto. «Non possiamo continuare ad avere uffici con organici invecchiati e insufficienti. E poi l’informatizzazione», aggiunge. Sono questi, per l’ex presidente dell’Anac, i veri nodi da affrontare se si vuole dare ai cittadini una giustizia più credibile e più vicina ai loro bisogni.
Cantone chiude con una riflessione sul metodo. «Credo che le riforme costituzionali dovrebbero essere il più possibile condivise», sostiene. Per lui, su temi così delicati e tecnici sarebbe stato auspicabile un accordo ampio in Parlamento.
Da qui la conclusione: «Se il Parlamento avesse approvato la riforma con una maggioranza larga, il referendum non ci sarebbe stato».