Venerdì 20 Marzo 2026

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La polemica

Scuola superiore, infiamma l'ennesimo caso Bartolozzi. Ma la propaganda per il No fu tollerata

Due pesi e due misure a Scandicci: un quesito della capo di gabinetto di Nordio durante la formazione obbligatoria scatena la protesta dei magistrati, mentre l'invito alla mobilitazione referendaria fu archiviato come semplice "passione"

20 Marzo 2026, 15:42

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Scuola superiore, infiamma l'ennesimo caso Bartolozzi. Ma la propaganda per il No fu tollerata

Giusi Bartolozzi e il ministro Carlo Nordio

Guai a politicizzare la Scuola superiore della magistratura, ma solo se l’input arriva da destra. Se invece, durante i corsi di formazione ufficiale, si fa esplicita propaganda per il “No” al referendum, allora il tutto viene derubricato a libera manifestazione del pensiero. L’ultima polemica che scuote le fondamenta dell’istituto di Scandicci sembra funzionale a orientare il corpo elettorale in vista del referendum sulla separazione delle carriere, rivelando un cortocircuito che per settimane è rimasto confinato nelle stanze del Comitato direttivo. L’argomento è rimasto infatti nell’ombra finché si trattava di conservare lo status quo di un orientamento culturale consolidato. Tuttavia, quando la composizione della Scuola è mutata a causa dell’irregolarità dell’insediamento di Mario Palazzi - il cui voto sarebbe stato decisivo per la riconferma della presidente Silvana Sciarra - la narrativa è improvvisamente cambiata. E così una vicenda all’ordine del giorno da settimane - e da settimane ferma in un cassetto - è stata tirata fuori come prova della politicizzazione a destra della Scuola. Un mantra raccontato a reti unificate, con articoli praticamente identici, il giorno in cui Mauro Paladini ha preso il posto di Sciarra (che poi si è dimessa) alla presidenza.

Il fatto scatenante riguarda la partecipazione di Giusi Bartolozzi, magistrato fuori ruolo e attuale Capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, al webinar del 23 febbraio 2026 intitolato “Dal sistema comune di asilo al patto sulle migrazioni”. Due partecipanti, Martina Flamini (Cassazione) e Luca Minniti (Tribunale di Bologna, di Area), hanno scritto al Comitato direttivo per denunciare “anomalie gravi” per l’indipendenza della Scuola. Secondo la lettera, la partecipazione di Bartolozzi non era nota, rendendo dunque l’ambiente non «protetto da interferenze esterne», con l’aggravante di un presunto «canale privilegiato di comunicazione». Verso la fine del dibattito, la responsabile del corso, Ines Marini, avrebbe infatti ricevuto una chiamata diretta da Bartolozzi, la quale avrebbe posto una domanda con modalità precluse agli altri magistrati, “costretti” ad avvalersi della chat. Lo “sgomento” dei denuncianti nasceva dall’idea di un’imposizione esterna sul relatore, l’avvocato Pasquero, invitato a rispondere per iscritto oltre l’orario previsto.

Tuttavia, la risposta ufficiale della consigliera Marini (non diffusa all’esterno) racconta un’altra versione dei fatti. E racconta, ad esempio, che l’elenco degli iscritti non era affatto segreto, ma accessibile a tutti sul sito della Ssm. Bartolozzi, in quanto magistrato, è soggetta all’obbligo formativo anche se fuori ruolo e risultava regolarmente iscritta. Soprattutto, emerge che il suo quesito - “Il prof ha appena detto che il giudice dovrà necessariamente indagare sul singolo caso. Lo farà su allegazione e domanda del richiedente o di ufficio? Mi chiedo come si ponga rispetto alla presunzione per legge di Paese sicuro” - era stato inserito in chat già nel primo pomeriggio, ma era sfuggito ai tecnici perché postato erroneamente come commento. La telefonata, dunque, sarebbe stato il tentativo di ottenere risposta a una domanda tecnica già formulata. La stessa Bartolozzi ha poi replicato duramente su Facebook: «Un episodio di natura meramente organizzativa risalente al 23 febbraio - ha sottolineato - è stato volutamente trasformato nell’ennesima occasione di strumentalizzazione, oggi in prossimità del referendum». La stessa attenzione non è stata riservata a una polemica speculare, rimasta chiusa nelle stanze della Scuola nonostante i toni decisamente più espliciti. Il 5 febbraio, il magistrato Giuseppe Cioffi aveva segnalato una condotta della professoressa Ilaria Queriolo, relatrice in un corso sulla giurisdizione internazionale. Secondo Cioffi, la docente avrebbe concluso il suo intervento con un riferimento all’assoggettamento del pm all’esecutivo, arrivando a lanciare un vero e proprio «invito alla mobilitazione» dei presenti, esortandoli a costituire uffici stampa per impedire il passaggio della riforma costituzionale oggetto di referendum.

Un episodio che Cioffi definì «inopportuno, fuori contesto e in contrasto con la dovuta neutralità». Eppure, nel dibattito interno al Comitato direttivo dell’11 febbraio, la reazione fu diametralmente opposta a quella ora riservata al caso Bartolozzi. Mentre una parte del Comitato direttivo (quella accusata di “destrismo”) invocava il dovere di continenza per evitare di trasformare la Scuola in un luogo di propaganda, l’area legata alla presidenza Sciarra difese strenuamente la relatrice. Sciarra, pur richiamando l’equilibrio della Scuola, definì l’intervento della Queriolo «appassionato ma contestualizzato», focalizzato sulla tutela dei magistrati di fronte alle Corti europee. Nessuna delibera, dunque, nessun richiamo formale alla docente, ma solo una generica raccomandazione alla “continenza” per il futuro. Una disparità di trattamento che non è sfuggita agli osservatori più attenti. In definitiva, la violenta dialettica che sta lacerando la Scuola superiore della magistratura conferma un dato: la formazione non è un terreno neutro. La “battaglia feroce” per la presidenza e la reazione altrettanto dura per la perdita della stessa indicano che il pluralismo culturale e metodologico è ancora un obiettivo lontano. Finché la scelta dei relatori e la valutazione dei loro interventi seguiranno logiche di appartenenza, l’indipendenza della Scuola rimarrà un concetto a geometria variabile. Resta il dubbio che il tema della “politicizzazione” venga agitato solo quando l’egemonia culturale di una parte viene messa in discussione, mentre la propaganda esplicita viene tollerata se funzionale a preservare gli assetti ordinamentali attuali. Ciò che è concesso agli uni, evidentemente, continua a essere precluso ad altri.