Il caso
Museo di Ustica
La strage di Ustica torna in aula, ma per una decisione bisognerà ancora aspettare. È stata infatti rinviata al 27 maggio la nuova udienza sull’ultima indagine legata al disastro del DC9 Itavia, precipitato il 27 giugno 1980 con 81 persone a bordo. In quella data interverranno le parti civili, mentre per la decisione del giudice per le indagini preliminari di Roma sulla richiesta di archiviazione potrebbe essere necessario attendere anche oltre l’estate.
Nel corso dell’udienza di oggi, il gip del tribunale di Roma, dopo aver verificato la presenza dei familiari costituiti e il deposito degli atti da parte dei difensori, ha disposto il rinvio. Un altro passaggio in una vicenda che, a quasi 46 anni dal disastro, continua a restare uno dei più gravi e oscuri misteri della storia repubblicana.
I parenti delle vittime continuano a sostenere con fermezza la tesi dell’abbattimento del velivolo civile. Per loro, il DC9 Itavia non precipitò per un guasto o per un incidente, ma fu colpito nel contesto di quello che definiscono un vero e proprio «episodio di guerra» consumato nei cieli italiani in tempo di pace.
A ribadirlo è stata Daria Bonfietti, portavoce del comitato dei familiari delle vittime. «Noi crediamo che sarebbe davvero importante, in uno Stato di diritto, che la magistratura riuscisse a scrivere tutta la verità», ha dichiarato. Poi ha aggiunto un altro passaggio centrale nella linea dei familiari: «Sappiamo le cause e sappiamo che i pm hanno consegnato 450 pagine piene di elementi che convalidano l’ipotesi dell’abbattimento di questo aereo civile».
Il richiamo è alle conclusioni del giudice Rosario Priore, secondo cui quella notte il DC9 si trovò coinvolto in uno scenario di guerra aerea.
Durante l’udienza, l’avvocato Andrea Osnato, legale di parte civile, ha illustrato al giudice una possibile ricostruzione dei fatti. Secondo quanto riferito, nella notte della tragedia ci sarebbe stata la presenza di velivoli militari nel corridoio aereo di Grosseto.
«Si è trattato di un’irruzione violenta e pianificata», ha spiegato Osnato, delineando la tesi di un’azione militare complessa che avrebbe coinvolto più aerei. Una ricostruzione che punta ancora una volta a escludere l’ipotesi del semplice incidente e a rafforzare quella dell’abbattimento all’interno di un contesto operativo bellico.
Tra i punti che i familiari chiedono di approfondire c’è anche la presenza nel Mediterraneo della portaerei francese Foch. Nel corso degli anni ci sono state smentite ufficiali, ma secondo gli avvocati sarebbero emersi elementi che suggerirebbero una realtà diversa.
«Sono aspetti che meritano di essere approfonditi e che illustreremo al giudice chiedendo di non archiviare», ha spiegato ancora Osnato. È uno dei punti che potrebbero pesare nella prossima udienza del 27 maggio, quando le parti civili torneranno a chiedere formalmente che l’inchiesta non venga chiusa.
Il tono dei familiari delle vittime resta durissimo. Bonfietti, nel corso di un confronto pubblico con esponenti politici e rappresentanti dell’Ordine dei giornalisti, ha parlato di una verità ancora incompleta e di responsabilità che restano senza nome.
«È demenziale, assurdo, allucinante che in un Paese civile non si conoscano ancora gli autori materiali», ha affermato. E ancora: «Non possiamo accettare che restino senza nome i responsabili dell’abbattimento di un aereo civile in tempo di pace».
Parole che riassumono il sentimento di chi, da decenni, continua a chiedere giustizia piena e non solo una ricostruzione parziale dello scenario in cui avvenne la tragedia.
Secondo quanto spiegato dai familiari, anche nella richiesta di archiviazione resterebbe comunque un punto fermo: quella notte sopra Ustica ci fu un’azione di guerra. Il problema, semmai, è che la mancata collaborazione internazionale impedirebbe di individuare con certezza la nazionalità dei caccia coinvolti.
«Alcuni Paesi Nato non intendono rispondere alle rogatorie», ha sottolineato Bonfietti, richiamando una delle principali difficoltà che hanno accompagnato l’inchiesta nel corso degli anni.
Da qui l’ennesimo appello rivolto alla politica e al governo italiano. Per i familiari, se la magistratura incontra ostacoli sul piano della cooperazione internazionale, deve essere l’esecutivo a farsi carico di una pressione più forte sui Paesi alleati.
«Il governo deve chiedere con maggiore forza ai Paesi amici i documenti su Ustica», ha affermato Bonfietti. «Siamo di fronte a una violazione della sovranità nazionale ed è doveroso ottenere trasparenza». E la conclusione è un messaggio che tiene insieme giustizia e responsabilità politica: «La lotta per la verità non deve fermarsi: se la magistratura non basta, deve intervenire la politica».