Giovedì 19 Marzo 2026

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L'ex pm di Mani Pulite

Di Pietro: «Il suicidio di Gardini è un mio rimorso, sulla riforma voto sì»

L’ex magistrato torna sul caso Enimont e difende il referendum sulla giustizia: «Non riduce autonomia e indipendenza della magistratura»

19 Marzo 2026, 09:55

Di Pietro attacca i ricorsi: «Inconsistenti e fuorvianti sulla data del voto»

Antonio Di Pietro già pm di Mani Pulite

Antonio Di Pietro torna su uno dei passaggi più drammatici della stagione di Mani Pulite e lega quel ricordo a una presa di posizione netta sul referendum della giustizia. In un’intervista a La Stampa, l’ex magistrato definisce il suicidio di Raul Gardini un proprio rimorso personale e, allo stesso tempo, difende la riforma costituzionale sottoposta al voto del 22 e 23 marzo, annunciando il suo sostegno al .

Il passaggio più forte riguarda proprio Gardini. «Il suicidio di Raul Gardini è un mio rimorso», afferma Di Pietro, spiegando che quel giorno non riuscì a essere abbastanza convincente nel tentativo di evitare il gesto estremo. «Non fui abbastanza convincente che la sua vita quel giorno non sarebbe finita», aggiunge.

Il rimorso per Gardini e il nodo Enimont

Nel racconto di Di Pietro, la morte dell’imprenditore non è soltanto una ferita umana ma anche uno snodo cruciale sul piano giudiziario. Gardini, sostiene l’ex pm, avrebbe potuto offrire un contributo decisivo per completare la ricostruzione del sistema di tangenti legato alla vicenda Enimont.

«Gardini sarebbe stato fondamentale, si era impegnato ad aiutarci a completare l’accertamento circa gli ulteriori destinatari della tangente Enimont», dice. È una frase che riporta al centro il peso che quella morte ebbe non solo nella dimensione personale dei protagonisti di quegli anni, ma anche nell’accertamento di responsabilità ancora più ampie.

Di Pietro difende la riforma della giustizia

Dall’altra parte dell’intervista, l’ex magistrato entra nel merito del referendum e prende posizione a favore della riforma. La sua tesi è chiara: la modifica costituzionale non mette in discussione l’autonomia né l’indipendenza della magistratura.

«Non è vero che la riforma riduce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura», afferma. E aggiunge subito dopo un altro passaggio destinato a pesare nel dibattito pubblico: «Ieri, oggi e domani un’inchiesta tipo Mani Pulite si potrà fare».

È una risposta diretta a uno degli argomenti centrali del fronte del No, che vede nella riforma un rischio per la libertà della magistratura e per la capacità dei pubblici ministeri di indagare senza condizionamenti.

Il precedente del governo Prodi

Per rafforzare la propria posizione, Di Pietro richiama anche un precedente politico preciso. Ricorda infatti che il tema della separazione delle carriere non nasce con l’attuale maggioranza, ma era già stato affrontato quando lui sedeva al governo.

«Quando eravamo al governo, mi riferisco al Romano Prodi del 2008, io ministro delle Infrastrutture, noi stavamo già facendo la separazione delle carriere, un ddl in questo senso fu votato alla Camera», spiega.

Secondo il suo racconto, quel percorso si interruppe non per ragioni di merito, ma per la crisi politica che fece cadere l’esecutivo. «Fu inquisita la moglie di Clemente Mastella, che era Ministro della Giustizia, lui si dimise, cadde il governo e la riforma non la terminammo», ricorda.

“Con il sì sono coerente con me stesso”

Di Pietro rivendica quindi una linea di continuità personale e politica. «Con il mio appoggio al Sì sono coerente con me stesso», dice, spiegando che la sua scelta non nasce da una convenienza del momento ma da una convinzione maturata da tempo.

In questa lettura, la vera anomalia non è la riforma, ma la resistenza che incontra in una parte della magistratura associata.

L’attacco all’Anm e al sistema delle correnti

L’ex magistrato punta il dito soprattutto contro i vertici dell’Anm, che a suo giudizio difendono un assetto di potere consolidato dentro il Csm. «L’anomalia è che sia contraria alla riforma soprattutto la dirigenza dell’Anm, un’associazione privata che s’è fatta potere dello Stato e non vuole perdere il controllo del Csm», afferma.

È un’accusa molto dura, che tocca uno dei nervi scoperti del confronto referendario. Per Di Pietro, infatti, il problema delle correnti non è teorico ma concreto, e si concentra proprio nell’organo di autogoverno della magistratura.

«Da lì le correnti governano la magistratura, con il sorteggio si spezza il legame», conclude.