«Il processo è ormai alle battute finali e la sentenza potrebbe arrivare a breve». Mark Lanier risponde al Dubbio dal suo studio legale di Los Angeles, dopo l’arringa difensiva in quello che negli Stati Uniti è stato definito un processo “storico”. Sono state settimane molto impegnative per l’avvocato Lanier, difensore di Kaley, così viene identificata la ventenne negli atti di causa, che ha deciso di portare davanti al Tribunale di Spring Street, a Los Angeles, la piattaforma Instagram di proprietà di Meta con il suo Ceo Mark Zuckerberg.
Il motivo? L’uso precoce e compulsivo dei social negli anni scorsi, quando Kaley era poco più che una bambina, ha reso la giovane dipendente dalla tecnologia provocandole depressione e pensieri suicidi. Oltre a Meta, è stata costretta a difendersi davanti ai giudici californiani anche YouTube di proprietà di Google, mentre TikTok e Snap, dopo la citazione in giudizio, hanno raggiunto un accordo extragiudiziale prima dell’inizio del processo. Dopo circa un mese di audizioni con esperti in dipendenze, terapisti, ingegneri delle piattaforme e top manager, tra cui il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, i 12 giurati hanno ascoltato le arringhe dei difensori delle parti.
L’attesa è grande: le società che gestiscono i più importanti social media potrebbero essere ritenute responsabili dei danni causati ai minori, utilizzatori delle piattaforme. Quello di Los Angeles è stato definito anche un «processo pilota», nel senso che il suo esito indirizzerebbe migliaia di cause simili contro le aziende dei social media. «Il processo di Los Angeles – dice al Dubbio in esclusiva l’avvocato Mark Lanier - avrà sicuramente delle ripercussioni, ma la loro portata dipenderà dal verdetto della giuria. Una condanna delle aziende darà il via a ulteriori cause legali, imporrà maggiori misure correttive e sarà oggetto di un’attenta analisi da parte dei mercati azionari, in quanto potrebbe influenzare la valutazione delle aziende stesse. È utile però rilevare che anche se le aziende non venissero ritenute responsabili, si verificheranno comunque delle conseguenze a causa dell’attenzione mediatica suscitata dal caso. È probabile che le aziende presteranno maggiore attenzione ai problemi che abbiamo evidenziato durante tutto il processo».
Poco più di una settimana fa, Lanier, considerato uno dei civilisti più famosi degli Stati Uniti, ha svolto l’arringa conclusiva mostrando ai giurati l’immagine di un branco di gazzelle circondato da un leone. I leoni, ha fatto notare il difensore di Kaley, non attaccano mai le gazzelle più forti o più audaci, ma prendono di mira le prede che considerano più deboli. «Penso che sia proprio questo il risultato che abbiamo ottenuto in questo caso», ha affermato Lanier rivolgendosi alla giuria. Durante il processo, Mark Lanier ha fatto riferimento ad alcuni documenti aziendali di Meta e YouTube, che, a suo dire, dimostrano la consapevolezza all’interno delle Big Tech delle conseguenze provocate dall’utilizzo delle loro piattaforme. Vale a dire una vera e propria dipendenza.
«Non sono contrario – ha rilevato Lanier nella sua arringa conclusiva - all’opportunità di fare soldi, ma quando si fanno a spese dei bambini, bisogna farlo in modo responsabile». «Il caso – spiega al Dubbio l’avvocato con studio a Los Angeles, New York e Houston - si è concentrato su ciò che le aziende sotto processo sapevano in merito agli effetti dei social e cosa hanno fatto al riguardo. Riteniamo che le aziende interessate fossero consapevoli di aver installato nelle loro app funzionalità tali da portare ad un utilizzo problematico, soprattutto tra i giovani e le fasce più vulnerabili della popolazione. Le testimonianze del presidente di Instagram, Adam Mosseri, e dell’amministratore delegato di Meta, Mark Zuckerberg, hanno permesso alla giuria di constatare che le parole delle aziende non sempre trovavano riscontro nei fatti».
I social media possono creare dipendenza e il paragone con l’alcol o il tabacco non è azzardato. «Abbiamo ascoltato – ricorda Lanier - la testimonianza di Anna Lembke, una delle esperte più autorevoli a livello mondiale in materia di dipendenze. Ha spiegato che il processo neurale alla base della dipendenza da alcol è lo stesso che si verifica nella dipendenza da social media. Le conseguenze possono essere diverse, i social media non causano danni alla salute, come il cancro ai polmoni, ma i meccanismi della dipendenza sono sostanzialmente gli stessi. Le cure mediche e le cartelle cliniche psichiatriche-psicologiche saranno sicuramente utili a sostegno della tesi della dipendenza». Considerate, dunque, alcune caratteristiche dei social, in futuro potrebbero essere inseriti degli avvisi per gli utenti prima dell’utilizzo di alcune piattaforme. Oltre a questo aspetto, non vanno neppure tralasciati i temi della responsabilizzazione e della trasparenza di chi gestisce i social.
«Ritengo – conclude l’avvocato Mark Lanier - che debbano essere assolutamente inseriti avvisi chiari sui social media, soprattutto quando sono coinvolti bambini o adolescenti. I social media sono una miniera d’oro per le aziende che li gestiscono e, allo stesso tempo, sono un canale attraverso il quale gli investimenti pubblicitari trovano un pubblico ricettivo. Credo che la trasparenza a tutti i livelli sia il punto di partenza migliore. Inoltre, ritengo opportuno limitare l’accesso ai social media a coloro che hanno un’età in cui il cervello è ancora in fase di sviluppo». Il processo di Los Angeles è destinato a scrivere una pagina importantissima della storia giudiziaria degli Stati Uniti.
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