Verso il voto
Carlo Nordio, ministro della Giustizia
Carlo Nordio torna a difendere la riforma della giustizia e prova a riportare il confronto sul terreno dei contenuti, respingendo la lettura politica che ormai accompagna il referendum del 22 e 23 marzo. In un’intervista al Sole 24 Ore, il ministro della Giustizia insiste su un punto: il pubblico ministero, anche dopo la riforma, resterà autonomo e indipendente, senza alcun condizionamento del potere esecutivo.
«Non siamo stati noi a conferire al referendum un significato politico», afferma il Guardasigilli. E aggiunge: «Personalmente ho sempre cercato di restare nell’ambito dei contenuti della riforma e quando ho usato espressioni severe mi ero limitato a riferire parole usate da magistrati come Di Matteo, che oggi militano nel fronte opposto». Da qui l’auspicio che il dibattito possa tornare «nelle sue giuste dimensioni giuridiche e politiche».
Il passaggio centrale dell’intervista riguarda il nodo più contestato dalla riforma, cioè il futuro assetto del pubblico ministero. Nordio prova a chiudere la polemica su un possibile assoggettamento dei pm all’esecutivo.
«Il pm continuerà a essere indipendente e autonomo senza nessun condizionamento da parte del potere esecutivo perché così recita testualmente l’articolo 104 della nostra riforma», dice. È il punto con cui il ministro cerca di smentire una delle accuse più frequenti rivolte al testo referendario, cioè quella di aprire la strada a una magistratura requirente più esposta alla politica.
Nordio, però, allarga subito il ragionamento alla funzione concreta del pubblico ministero. E qui usa una formula destinata a far discutere. «Quanto alla sua funzione, il pm è già un super poliziotto perché dispone della polizia giudiziaria alla quale deve impartire direttive specifiche sin dal primo momento delle indagini», sostiene.
Per il ministro, il problema non starebbe tanto nei poteri del pm quanto nella sua contiguità con il magistrato giudicante. «Ma questa sua promiscuità con il magistrato giudicante, che ha tutt'altra funzione, ne vulnera anche la preparazione professionale», afferma.
Nel ragionamento del Guardasigilli, l’attuale sistema avrebbe anche un effetto negativo sul piano professionale. «Non esiste una scuola che insegni la tecnica delle indagini e degli interrogatori e nemmeno i minimi principi della criminologia», osserva.
Da qui la conseguenza che Nordio individua nel funzionamento concreto delle procure: «Così, un pm che abbia appena vinto un concorso, può trovarsi a gestire inchieste in modo inappropriato». Secondo il ministro, è anche per questa ragione che molti procedimenti si trascinano per anni e poi finiscono senza esito. «E’ anche per questo che molti procedimenti si trascinano per anni e finiscono nel nulla con grave danno di chi li ha dovuti subire», dice.
Un altro passaggio dell’intervista riguarda il meccanismo del sorteggio, altro punto sensibile della riforma. Nordio sostiene che il sistema non porterà alla selezione casuale di magistrati privi di requisiti.
«Avverrà nell’ambito di un canestro di magistrati già valutati più volte e quindi per definizione idonei al compito che li attende», spiega. Per il ministro, il vantaggio vero della riforma starebbe altrove: «In compenso romperemo il vincolo che lega gli elettori e gli eletti e che ha determinato la cosiddetta degenerazione correntizia».
Il riferimento è diretto alla critica storica rivolta al ruolo delle correnti nella magistratura e nel Csm, tema su cui il fronte del Sì ha costruito una parte importante della propria campagna.
Nordio guarda poi oltre il voto e conferma che, in caso di vittoria del Sì, il governo aprirà un confronto per definire le norme attuative della riforma.
«Dopo la conferma referendaria apriremo un tavolo di confronto con magistratura, avvocatura e mondo accademico sulle leggi di attuazione», afferma. È una frase con cui il ministro prova a dare il segnale di una fase successiva più partecipata, almeno sul piano della costruzione tecnica delle regole applicative.
Nel finale dell’intervista, il Guardasigilli affronta anche il tema dei membri indicati dal Parlamento. «Per i membri indicati dal parlamento assicureremo una rappresentanza delle minoranze, come già oggi accade sia per il Csm sia per la corte costituzionale senza che nessuno si scandalizzi», dice.