Domenica 15 Marzo 2026

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L'intervento

D’Ascola al Cnf: «No alla separazione delle carriere, non distruggiamo le garanzie»

Il primo presidente della Cassazione boccia la riforma costituzionale citando i Tre moschettieri: l'appello all'avvocatura affinché non rinunci a un Csm forte in nome di una «giustizia sommaria»

15 Marzo 2026, 12:25

D’Ascola al Cnf: «No alla separazione delle carriere, non distruggiamo le garanzie»

Molte metafore, frasi leggere e rispettose, ma un messaggio preciso: la separazione delle carriere non s’ha da fare. L’intervento del primo presidente della Cassazione Pasquale D’Ascola all’inaugurazione dell’anno giudiziario del Cnf non lascia spazi a dubbi sul giudizio rivolto alla riforma costituzionale, chiarito alla platea attraverso i Tre moschettieri di Dumas. «Il salvacondotto rilasciato da Richelieu a Milady, per ordine suo e per il bene dello Stato, era un’esaltazione del potere assoluto - ha sottolineato -. La reazione a quel potere è la legge» e «la legge può diventare anche mero strumento della forza». Per reagire a questo rischio, «il potere interpretativo del ceto dei giuristi di cui siete esponenti sostituisce alla legge il diritto, nutrito di principi generali, dettati costituzionali, fonti internazionali, codici, norme positive, clausole generali». Insomma, per D’Ascola, i “giustizieri” della magistratura attuale (i riformatori) rischiano di agire come i moschettieri con Milady: mossi da un senso di giustizia sommaria e da un potere superiore (Richelieu), finiscono per distruggere le garanzie fondamentali (l’inamovibilità, l’unicità del Csm) in nome di un’idea preconcetta.

Bisogna, invece, farsi guidare dal dubbio, «il dubbio radicale, quello correttamente impostato» ripudia «ogni tesi preconcetta» e rifiuta «di cercare solo conferme delle idee iniziali, tanto più se flaubertianamente trattasi di meri luoghi comuni, idee ricevute e non frutto di originale cogitazione». Ma oltre alla «curiosità» è necessario anche il «rispetto verso il rappresentante della tesi opposta, che sia accettata la relatività della decisione inizialmente conseguita, che sia riconosciuta l’autorevolezza della funzione giurisdizionale nell’insieme dei gradi di giudizio e nelle articolazioni professionali, requirente e giudicante, in cui si svolge». Insomma, non un tentennare, ma un «atteggiamento conoscitivo» da usare come «metro» per valutare il percorso compiuto e quello da intraprendere. Con questo metro, dunque, gli avvocati dovrebbero valutare se la «prospettata legge professionale risponda pienamente a una visione culturale moderna e orientata alla coesione sociale e al rispetto tra le professioni forensi e la cittadinanza». Se le più profonde ragioni d’essere dell’avvocato, «la sua funzione di difensore dei deboli» risultino «soddisfatte quando tante, troppe volte, si inclina a difendersi non nel processo - studiando, scrivendo, impugnando per far prevalere la propria tesi - ma cercando di impedire il processo, attaccando a volte la figura del giudice. Per fortuna, sempre meno». Il riferimento sembra essere a una sorta di giustizia spettacolo che, va detto, è però generalmente più schiacciata sulle tesi dell’accusa che su quelle della difesa, al punto che il processo viene celebrato nei salotti tv, con annessa condanna. L’esatto contrario del dubbio, insomma. Ma quello di D’Ascola era un pretesto per passare al vero argomento, alla vera domanda che l’avvocato dovrebbe porsi: se sia o meno «una buona scelta rinunciare a un Consiglio superiore della magistratura ispirato da valori ideali dichiarati, e come tali trasparenti, per preferire un insieme informe e casuale». Avvocatura che dovrebbe interrogarsi «se sia miglior partito un organo di governo della magistratura depauperato di competenze, oppure un organo forte al punto di aver preservato con successo per decenni la quasi totalità dei magistrati dalla tentazione di intrattenere relazioni con entità e persone esterne all’ordine giudiziario che potrebbero pericolosamente attentare all’imparzialità dei giudizi». A voler, dunque, tacere quanto emerso col caso Palamara. Brusio della folla.

Nessun brusio, invece, sull’altro punto polemico con la politica, come la tendenza a «incrementare continuamente le figure di reato», la «condizione carceraria e quella dei liberi sospesi, ben 100.000 alla fine del 2025». Temi «che non possono certo impaurire e sgomentare la nobile tradizione dell’avvocatura italiana» - e infatti sono sempre stati da questa stigmatizzati - e «che possono contribuire a dare pregnanza a un’agenda di lavoro che nell’anno sarà comunque densa di sforzi e di riflessioni di largo respiro, come è avvenuto in precedenza». La cosa importante, ha concluso D’Ascola, «è che non si cada, attanagliati dall’imminenza di questa scelta referendaria, in una dimensione di prospettiva ridotta», a concepirla «come una partita con vincitori e vinti. Questa sarebbe una condizione che il cantautore Guccini, con le parole di una sua canzone, definirebbe l’ansia volgare del giorno dopo».