Verso il voto
Il referendum giustizia entra nella sua ultima settimana con uno scontro sempre più aperto tra magistratura associata, opposizioni e centrodestra. I toni si alzano, le piazze si preparano agli eventi conclusivi e il confronto si concentra sempre di più sul significato politico del voto del 22 e 23 marzo. Da una parte il fronte del No insiste sul ruolo del giudice come argine contro gli abusi del potere. Dall’altra la maggioranza prova a presentare la riforma come una svolta necessaria per liberare la magistratura dal peso delle correnti.
A scandire questa fase finale è soprattutto l’intervento del presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi, al congresso di Magistratura democratica. «La magistratura non è un contropotere, è un presidio. È l’ultimo chilometro della democrazia, quello con cui il cittadino chiede protezione di fronte al sopruso. Se cede questo chilometro, il cittadino resta solo», afferma. Una formula che diventa il cuore del messaggio lanciato dall’Anm verso il voto imminente.
Le parole di Parodi si collocano nella stessa linea già espressa dal presidente del comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. Il messaggio è chiaro: nel racconto del fronte contrario alla riforma, il giudice rappresenta l’ultimo presidio a tutela del cittadino quando gli altri poteri falliscono o diventano oppressivi.
È una lettura che punta a trasformare il referendum in una scelta di fondo sul modello di democrazia e sul rapporto tra potere politico e funzione giurisdizionale. Non una disputa tecnica, quindi, ma una battaglia che il No cerca di collocare sul terreno dei diritti e delle garanzie costituzionali.
Su questa impostazione si innesta il rilancio politico del presidente del M5S, Giuseppe Conte, che interpreta il voto come uno snodo cruciale anche per la tenuta della maggioranza. «La maggioranza ha politicizzato dall’inizio questo referendum perché la riforma della giustizia nasce come un progetto per rivendicare al governo e alla classe politica una preminenza rispetto alla magistratura. È un riequilibrio di poteri», sostiene l’ex premier.
Da qui la conclusione politica: «Se perdono perdono tantissimo, perché sono già in crisi sulla politica estera e sul resto non hanno fatto nulla, a patire dalla crisi economica». E ancora: «Questa è la loro unica riforma. Se prendono un calcio in faccia dai cittadini, è chiaro che crolla tutto. Ma politicamente, poi, magari restano abbarbicati lì».
Le parole di Conte provocano una replica immediata da parte del sottosegretario Alfredo Mantovano, che accusa il leader pentastellato di sovrapporre piani diversi. «Il presidente Giuseppe Conte confonde il referendum del 22 e 23 marzo con le elezioni politiche previste nel 2027», afferma.
Secondo Mantovano, il senso del voto non riguarda la sopravvivenza del governo ma la scelta tra due modelli opposti di giustizia. «Il voto del prossimo fine settimana è tra chi vuole il cambiamento e la modernizzazione del sistema giudiziario italiano e chi si ostina a difendere la casta delle correnti, in danno della maggioranza dei magistrati», dice.
Nel rush finale della campagna si mobilitano anche i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Il leader della Lega visita a Roma uno dei 1500 gazebo allestiti dal partito in tutta Italia e lega il voto al tema della libertà e della responsabilità. «Chi vota Sì vota per una giustizia più veloce, più libera e indipendente dai partiti, dalle correnti e dalla politica», afferma.
Salvini attacca poi una «casta minoritaria dei giudici» che, a suo dire, decide promozioni e bocciature, mentre «nessuno paga per i suoi errori». E insiste: «Votare Sì significa una scelta di libertà e quindi togliere le correnti, lo strapotere della politica e dei partiti che inquinano i tribunali».
Anche Tajani prova a togliere alla riforma l’etichetta di intervento punitivo contro la magistratura. Alla stazione Tiburtina, accogliendo uno dei «treni per il sì» promossi da Forza Italia, dice: «Questa non è una riforma che va contro la magistratura, è assolutamente falso, è una bugia colossale». Poi aggiunge: «Noi non vogliamo assolutamente mettere i pubblici ministeri sotto il controllo del governo, vogliamo fare l’esatto contrario».
Nel ragionamento del centrodestra torna continuamente il tema delle correnti nella magistratura. Tajani sostiene che oggi i magistrati siano «di fatto condizionati dalle scelte delle correnti che rappresentano di fatto i partiti all’interno del Consiglio superiore della magistratura» e che proprio per questo sia necessario «ridare sacralità alla toga».
Nel suo intervento il vicepremier cita anche le polemiche sulle parole attribuite a Nicola Gratteri, trasformandole in un argomento ulteriore a favore del Sì. «I magistrati che dicono di votare Sì poi rischiano di farsi dalle parte delle correnti qualche nemico, perché come dice Gratteri “poi faremo i conti dopo il referendum”», osserva. E conclude: «Noi i conti non li vogliamo fare con nessuno, perché in democrazia non si fanno i conti né con chi vince né con chi perde».
La prossima settimana segnerà gli ultimi appuntamenti pubblici prima del voto. I lavori delle Camere si fermeranno per lasciare spazio agli eventi finali sul territorio. Tra quelli più rilevanti c’è la manifestazione del 18 marzo a piazza del Popolo, promossa dal fronte del No, con la presenza dei leader di Pd, M5S e Avs.
Il 20 marzo, sempre a Roma, si terrà invece l’evento conclusivo targato Movimento 5 Stelle, con Giuseppe Conte insieme, tra gli altri, a Gustavo Zagrebelsky, Enrico Grosso, Anna Falcone, Ficarra e Picone, Pif, Elio Germano e Francesco Paolantoni.