Giovedì 12 Marzo 2026

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Il caso

La destra presenta il ddl affidi. Obiettivo: un giudice passacarte

Presentato al Senato un nuovo disegno di legge sugli affidi sull'onda del caso della famiglia nel bosco: prevista una Ctu collegiale obbligatoria, che rischia però rischia di paralizzare i Tribunali per i Minorenni e delegare le decisioni ai periti

12 Marzo 2026, 17:41

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Il nuovo Disegno di Legge presentato al Senato promette una rivoluzione copernicana nei procedimenti minorili: mai più allontanamenti basati esclusivamente sulle relazioni dei Servizi sociali. Cosa che però già adesso non avviene. È strano che la politica non lo sappia e che prima di modificare una legge non abbia pensato di studiarla a fondo: gli allontanamenti, allo stato attuale, avvengono solo dopo aver ascoltato i genitori coinvolti nel rispetto del principio del contraddittorio. Solo gli allontanamenti ex articolo 403 - vale a dire quelli eseguiti al fine di garantire la protezione e la sicurezza alle persone minori di età rispetto a pericoli gravi e immediati nell’attesa di provvedimenti da parte del Tribunale per i Minorenni - avvengono senza contraddittorio. Ma devono essere convalidati entro pochi giorni e subito ascoltate tutte le parti.

La soluzione proposta dalla maggioranza punta tutto sulla Consulenza tecnica d’ufficio (Ctu) collegiale e obbligatoria. Ma dietro l’ambizione di limitare gli errori giudiziari si nascondono insidie che rischiano di mandare al collasso i Tribunali per i Minorenni. Il primo nodo critico è di natura costituzionale e riguarda l’esternalizzazione della decisione. Obbligare il giudice a subordinare il provvedimento di allontanamento all’esito di una perizia medica collegiale significa, nei fatti, delegare il potere decisionale ai consulenti. Se il giudice deve “dare conto della rispondenza della misura al contenuto della perizia”, la funzione giurisdizionale rischia di diventare una mera ratifica notarile delle conclusioni del Ctu. Chi prenderà la decisione finale: il Tribunale o il collegio dei periti?

Il ddl firmato dai capigruppo di maggioranza Lucio Malan (FdI), Massimiliano Romeo (Lega), Maurizio Gasparri (Forza Italia) e della senatrice Michaela Biancofiore (Nm) hanno presentato la proposta tramite una nota comune. «Sono oltre ventimila i minori italiani allontanati dalle loro famiglie, in gran parte collocati in comunità educative ovvero case-famiglia, quando l’allontanamento dovrebbe essere l’extrema ratio». Nessuna verifica e nessun dato, ovviamente, sul tipo di affidi, spesso e volentieri condivisi con le stesse famiglie. Ma dati, in effetti, non ce ne sono. Motivo per cui nessuno può ragionevolmente stabilire se si tratti o meno per davvero di extrema ratio. La proposta prevede inoltre che la Ctu sia affidata a un neuropsichiatra infantile e a un pediatra pubblici, esterni all’albo dei consulenti del Tribunale. Una previsione che ignora la realtà drammatica del Servizio sanitario nazionale: i neuropsichiatri pubblici disponibili sono pochissimi e già sommersi dalle liste d'attesa cliniche. Con l’obbligatorietà della perizia per ogni caso, questi professionisti dovrebbero svolgere consulenze a ritmo serrato, generando una resistenza di massa alla nomina e l’impossibilità materiale di trovare specialisti sul territorio.

L’allontanamento di un minore è spesso una corsa contro il tempo. Introdurre una Ctu collegiale in fasi di emergenza appare una scelta incompatibile con l’urgenza: se i tempi di deposito si allungheranno — come fisiologico in un sistema peritale complesso — chi proteggerà il minore nel frattempo? Senza tempi certi e coperture finanziarie (le spese sarebbero a carico dell'Erario, con forti dubbi sulla tenuta dei conti pubblici), la riforma rischia di generare una paralisi burocratica sulla pelle dei più piccoli.

Particolarmente controversa è la previsione dell’Articolo 3, che applica le nuove norme ai procedimenti pendenti, anche dove il minore sia già stato allontanato. Imporre una Ctu collegiale su cause aperte da anni significa riaprire ferite processuali e psicologiche consolidate, ignorando il principio di stabilità dei provvedimenti e appesantendo ulteriormente ruoli già ingolfati da migliaia di fascicoli. C’è poi l’aspetto economico. Il Ddl pone le spese del collegio peritale interamente a carico dell’Erario. Si tratta di un impegno finanziario cospicuo, che solleva dubbi sulla tenuta dei conti pubblici e che dovrà essere affrontata dagli uffici prima dell’approvazione del ddl. Senza una copertura certa, la legge rimarrà una dichiarazione d’intenti priva di gambe.

Infine, emerge un paradosso politico. Affidare la decisione a dipendenti delle Asl (quindi delle Regioni) espone queste figure a potenziali pressioni politiche. Senza dimenticare che un pediatra o un neuropsichiatra serio del servizio pubblico raramente avallerà situazioni di precarietà estrema solo per compiacere una linea editoriale o politica “anti-affidi”. Ironia della sorte, le relazioni di questi specialisti pubblici potrebbero risultare persino più severe di quelle dei Servizi sociali, portando paradossalmente a un aumento, e non a una diminuzione, degli inserimenti in comunità. Il tutto solo per contrastare le decisioni adottate nel caso della famiglia nel bosco.

La riforma è dunque a un bivio: tra il desiderio di correggere le distorsioni del sistema e il rischio di crearne di nuove, ancora più ingestibili. L’iter parlamentare non è ancora iniziato, ma il dibattito è già infuocato.