Palazzo Bachelet
Palazzi e Sciarra
Dopo la “cacciata” di Mario Palazzi, procuratore di Viterbo che per pochi giorni ha anche occupato la poltrona di componente del direttivo della Scuola superiore della magistratura, si riaprono i giochi a Villa Castelpulci. In ballo non c’è solo una poltrona, ma l’egemonia culturale del luogo di formazione della magistratura.
Dopo aver ignorato l’anomalia dell’insediamento di Palazzi, infatti, i giornali più vicini alla sinistra giudiziaria hanno lanciato l’allarme di un futuro presidente vicino al sottosegretario Alfredo Mantovano e, dunque, alla destra. Un’attenzione che non c’è stata quando si è prospettata la possibile conferma del mandato di Silvana Sciarra, nonostante le perplessità sollevate dalla rapidità dell’insediamento del nuovo componente, un passaggio che avrebbe garantito una maggiore stabilità numerica a sostegno della presidenza uscente. Ora, però, la partita torna in plenum.
Con due diverse richieste avanzate da Roberto Peroni Ranchet, toga di Magistratura indipendente che la giustizia amministrativa aveva scalzato per dare il posto a Palazzi. Il 5 marzo, infatti, Ranchet aveva avvisato il Comitato di presidenza del Csm della sua disponibilità a rimanere in seno al comitato direttivo della Scuola. Una dichiarazione che confligge necessariamente con quella del 23 febbraio scorso - cinque giorni dopo il voto in plenum su Palazzi - quando il magistrato chiese di poter tornare ad occupare il suo posto di consigliere della Corte d’Appello di Milano.
La Terza Commissione - assente Isabella Bertolini, favorevoli il presidente Marcello Basilico e i togati Tullio Morello e Roberto D’Auria, contrari Maria Luisa Mazzola e Daniela Bianchini - ha deliberato «il richiamo nel ruolo organico della magistratura». L’idea dei fautori del rientro è chiara: con la nomina di Palazzi e l’annullamento di quella di Ranchet, la procedura sarebbe conclusa. Da qui la necessità di un nuovo interpello con regole inedite, magari capaci di sanare l’incompatibilità tra incarico alla Scuola e uffici direttivi, permettendo così il rientro “legale” dello stesso Palazzi.
Tuttavia, la tesi del rientro in ruolo immediato presta il fianco a critiche giuridiche serrate. Secondo il principio espresso da una risoluzione del Csm del 2014, in esito a un annullamento del giudice amministrativo, il magistrato uscente deve restare in prorogatio fino a quando il Consiglio non procede a una formale riedizione del potere con l’effettiva nomina di un nuovo componente.
Il dovere di completare la procedura concorsuale non è affatto esaurito con la decadenza di Palazzi. Anzi, proprio la “decadenza” di quest’ultimo conferma che la procedura di nomina della Scuola è ancora monca. Il fatto che Ranchet abbia chiesto il ritorno in ruolo e poi revocato tale istanza non rileva: rileva il mancato completamento della riedizione, che vede ancora “sul piatto” i nomi del magistrato di Cassazione Vincenzo Sgubbi e dello stesso Ranchet.
L’immissione in possesso di Palazzi, avvenuta prima ancora della delibera del plenum sul fuori ruolo - che lui ha rifiutato, chiedendo, invece, un esonero ritenuto incompatibile anche dal Comitato di presidenza - resta un atto definito da molti consiglieri e componenti della stessa Scuola “abnorme” dal punto di vista amministrativo. E da un atto abnorme - questo il ragionamento di alcuni - non possono derivare effetti giuridici, né può dirsi perduto il titolo di Ranchet a restare fuori ruolo fino alla nomina del successore legittimo. Perché dunque questa fretta sorprendente nel rimettere Ranchet in ruolo, quando in casi analoghi - si pensi a Nino Di Matteo, che ha atteso mesi prima di tornare in Dna dopo l’esperienza al Csm - il Consiglio se la prese comoda? La risposta sembra risiedere nella volontà di “azzerare” la partita per garantirsi, dicono i più critici, il controllo della Scuola.
Che arrivino le forze di destra o quelle di sinistra, il vero nodo resta l’uso della Scuola come luogo di indottrinamento. L’obiettivo sembra ora quello di forzare i tempi amministrativi per bandire un nuovo concorso “su misura”, ignorando il principio di continuità e il dictum del giudice amministrativo. Oggi in plenum si capirà dunque quale orientamento prevarrà.