Famiglia nel bosco
Il caso della “famiglia nel bosco” non è più solo cronaca, ma il terreno di uno scontro istituzionale. Da un lato c’è l’applicazione della legge a tutela dei minori; dall’altro, un governo che sembra aver smarrito la bussola della coerenza, oscillando tra il rigore securitario e una sorprendente indulgenza verso chi nega principi che esso stesso ha sancito.
Per capire l’assurdità della situazione bisogna tornare al novembre 2023. All’indomani degli orrori di Caivano, il governo Meloni varò un decreto legge che trasformava l’inosservanza dell’obbligo di istruzione in un reato punibile con il carcere. Eppure, di fronte a una famiglia ai cui figli vengono negate la socialità e un’istruzione adeguata, in condizioni igieniche definite pericolose dai carabinieri – che hanno parlato addirittura di stato abbandonico – quello stesso governo grida allo scandalo. Se fosse stato applicato il decreto Caivano, l’esito, rifiuto dopo rifiuto, sarebbe stato il carcere.
La magistratura minorile ha scelto invece la via della gradualità: prima 13 mesi di tentativi di dialogo, falliti a seguito dell’opposizione dei genitori che hanno impedito accertamenti e interventi disposti, rifiutando ogni supporto alla genitorialità. Poi il collocamento, da parte del Tribunale, in una casa famiglia a Vasto per garantire ai bambini igiene, salute e alfabetizzazione. Insieme ai bambini era stata ospitata anche la madre, su richiesta dei Servizi sociali. L’osservazione in comunità ha fatto emergere però ulteriori criticità.
La primogenita, 10 anni a luglio, «è ancora in una fase alfabetica e non ortografica, poiché non sillaba le lettere, non mette insieme i numeri e non ha raggiunto ancora la fase lessicale», nonostante fosse stato certificato un livello di alfabetizzazione adeguato all’età. Secondo il Tribunale, dunque, i genitori avrebbero «intenzionalmente violato l'obbligo di istruire la figlia in età scolare». La madre sostiene infatti che sia necessario «iniziare il lavoro sugli apprendimenti dopo i 7 anni di età», poiché «il cervello è maggiormente predisposto all'apprendimento dopo aver fatto esperienze dirette nella natura». Una tesi che, oltre a non avere fondamento scientifico – anzi, l’Oms invita a fornire cure e attività attente e reattive per l’apprendimento precoce già nei primi tre anni di vita – «confligge», scrivono i giudici, «con l’obbligo d’istruzione», che non può essere aggirato.
Dopo una prima fase di inserimento sereno dei bambini, nei mesi successivi la donna – frustrata dai tempi di permanenza nella casa famiglia – avrebbe manifestato «frequenti scatti d’ira» e un atteggiamento «oppositivo alle indicazioni del personale». Alla condotta della donna «ha simmetricamente corrisposto quella dei figli», culminata in episodi di aggressività, fino a quello più grave, quando i bambini «hanno rotto delle persiane per crearsi dei bastoni da lanciare», ferendo un’educatrice e rischiando di colpire anche una bambina di pochi mesi. «Catherine (la madre, ndr) non è intervenuta per fermare o richiamare i figli, ma ha riferito che il loro atteggiamento è solo colpa nostra». In un contesto privo di interferenze materne, invece, «i minori hanno mostrato gestibilità e serenità».
Per i giudici, la condotta materna è diventata dunque «fonte di grave pregiudizio non solo per l'istruzione dei figli, ma anche per il loro equilibrio psichico, per la loro educazione e persino per la loro incolumità». Da qui la decisione di allontanarla e di spostare i bambini in un’altra casa famiglia, poiché «si è ormai instaurato nei minori un clima di totale sfiducia nei confronti degli operatori». A ciò si aggiunge la violazione della loro privacy ad opera dei giornalisti appostati giorno e notte davanti alla struttura.
La decisione ha spinto il ministro della Giustizia Carlo Nordio a inviare gli ispettori in Tribunale (come annunciato già 100 giorni fa), mossa che Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione magistrati per i minorenni, definisce un «travisamento dei poteri dello Stato». Spicca però il silenzio del ministero su altri fronti. Con un post su Facebook, Laura Massaro ha sollevato il velo sull’ipocrisia di via Arenula, che non ha mai inviato ispettori per i casi accertati dalla Commissione Femminicidio, dove madri (come lei) vittime di violenza domestica sono state allontanate dai figli in virtù di una presunta attività di alienazione nei confronti dei padri priva di fondamento scientifico. Per quelle madri lo Stato è rimasto inerte; per la famiglia nel bosco, si muovono i ministri.
L’ispezione era stata annunciata in tv dalla premier Giorgia Meloni, secondo cui la scelta di allontanare i minori sarebbe frutto anche di «letture ideologiche». Insomma, l’eterno ritorno del caso Bibbiano. Oggi il Tribunale ha parlato di «toni aggressivi e non continenti», specificando che «ogni iniziativa giudiziaria» è ispirata «esclusivamente ai principi di tutela dei diritti delle persone di minore età, come sanciti nella Costituzione e nelle fonti di diritto internazionale», con lo scopo di «individuare e realizzare il superiore interesse dei minori coinvolti». Nessuna posizione ideologica o pregiudiziali contro i genitori, assicurano, ma l’obiettivo di «realizzare il benessere del minore, soggetto di diritti».
Il punto è costituzionale: l’articolo 30 obbliga lo Stato a intervenire quando i genitori vengono meno ai loro compiti. I bambini di Palmoli avevano diritto alla salute e all’istruzione, diritti che la madre – secondo il Tribunale – avrebbe cercato di impedire anche all’interno della comunità. Mentre lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa, teme che procedure così dure imbocchino «la strada dell’adozione» – ipotesi remota, essendo il padre ritenuto idoneo – luminari come il neuropsichiatra infantile Massimo Ammaniti e lo psichiatra Vittorino Andreoli lanciano l’allarme sul rischio di «gravi disturbi mentali» derivanti dall’attacco al legame primario.
Resta intanto l’anomalia di un governo che sventola il codice penale a Caivano ma invia gli ispettori in Abruzzo per difendere un modello educativo che, al momento, appare quantomeno discutibile. Dal “governo Caivano” al “governo del bosco” il passo è stato brevissimo. Resta da capire se la priorità della politica sia davvero il benessere di questi bambini o se il caso Trevallion sia diventato l’ennesimo pretesto per regolare i conti con la magistratura, proprio alla vigilia del referendum sulla separazione delle carriere.