La sentenza
L’eredità Lucca finisce in tribunale dopo la morte di un imprenditore edile della Piana, quando i due figli, convinti di trovare un patrimonio ben più consistente tra denaro e immobili, si sono invece imbattuti in una disponibilità molto ridotta. A quel punto i sospetti si sono concentrati sulla donna con cui il padre aveva intrecciato una relazione dopo anni di separazione di fatto dalla moglie.
La vicenda si è conclusa, almeno in primo grado, con una condanna a carico della compagna dell’uomo: il Tribunale di Lucca le ha imposto di restituire 60mila euro a uno dei due fratelli, quello che ha promosso la causa, oltre al pagamento di 14mila euro di spese legali. Il giudice Antonio Mondini, annullando la donazione, ha riconosciuto solo una parte delle richieste avanzate dall’erede, che aveva stimato in almeno 180mila euro le somme da recuperare.
I due figli sapevano che il padre frequentava un’altra donna dopo anni di separazione di fatto dalla moglie. Quello che li ha colpiti davvero, però, è stato il momento della successione. Cercando di ricostruire la consistenza dell’asse ereditario, hanno trovato molto meno di quanto si aspettassero.
Da lì è partito il contenzioso contro quella che consideravano l’amante del genitore. Uno dei fratelli ha deciso di andare fino in fondo e di trascinarla in giudizio, sostenendo che una parte consistente del patrimonio del padre fosse finita nelle mani della donna.
La tesi dell’erede, assistito dagli avvocati Alessandro Fagni e Lorenzo Baronti, è stata accolta solo in parte. Il Tribunale ha infatti riconosciuto la nullità della donazione limitatamente a sei assegni da 10mila euro ciascuno, per un totale di 60mila euro, tutti incassati dalla compagna dell’imprenditore.
È su questo passaggio che si è giocata la causa. Quella che poteva apparire come una semplice liberalità privata è diventata invece il nodo tecnico che ha consentito al figlio di ottenere una decisione favorevole. Il giudice ha stabilito che quelle somme dovranno essere restituite.
Il punto centrale della sentenza riguarda la forma scelta dal padre per trasferire il denaro. L’uomo, morto a 87 anni in Garfagnana circa dieci anni fa, poteva certamente destinare i propri soldi a chi voleva. Ma, secondo quanto ricostruito in giudizio, la modalità utilizzata non rispettava i requisiti di legge.
Non si trattava infatti di una donazione indiretta, ma di una donazione diretta. Proprio per questo, secondo l’articolo 782 del codice civile, sarebbe stato necessario un atto formale davanti a un notaio e alla presenza di due testimoni. L’imprenditore, invece, scelse una via più semplice: il 22 aprile 2007 firmò sei assegni a favore della donna. Ed è proprio questa mancanza di formalizzazione ad aver aperto la strada all’annullamento.
Diverso l’esito per un’altra fetta della vicenda economica contestata dagli eredi. Sui 120mila euro che, secondo i figli, sarebbero usciti in precedenza dai conti del padre per finire in quelli della compagna, il Tribunale ha respinto la domanda di recupero.
La ragione è legata all’assenza di prove contabili sufficienti. Si trattava infatti di erogazioni anteriori al 2007 per le quali non sono stati prodotti riscontri documentali in grado di sostenere la richiesta degli eredi. In sostanza, mancava la base probatoria necessaria per ottenere una seconda condanna.
Chiamata a rispondere in Tribunale, la donna ha ammesso di aver ricevuto e incassato le somme relative ai sei assegni. «Mi ha regalato delle somme. È vero», ha dichiarato al giudice. E ancora: «Ho riscosso gli assegni. Non ho riversato gli importi sul mio conto ma ho invece speso le somme riscosse».
Per quanto riguarda invece i 120mila euro contestati dagli eredi, la donna ha negato di averli ricevuti, sostenendo di non saperne nulla. E, in assenza di prove documentali contrarie, quella parte della domanda è stata rigettata.