L'analisi
È sotto attacco. Così dicono: la Costituzione va difesa. Dalla riforma. Come se una modifica rispettosa dell’articolo 138 non fosse di per sé legittima. Coerente con la volontà dei Padri che scrissero la Carta. Cosa c’è di vero, in questa visione “conservatrice”? Cosa c’è di pretestuoso? Fino a che punto si tratta del dovere di custodire la Costituzione più bella del mondo e non di una retorica senza appigli?
È un argomento centrale, nel dibattito sul referendum. Anzi: è il principale argomento della campagna per il No. E va trattato in ogni caso con rigore, con rispetto. La presunta intangibilità della Costituzione è la cruna dell’ago attraverso cui passa la nostra democrazia. È il nodo in cui si intrecciano la legittimazione della destra di governo, la modernità della sinistra e, ovviamente, la separazione delle carriere.
C’è anzi una sottile assonanza fra gli obiettivi della legge Nordio e il diritto di modificare la Costituzione. Un nesso che si coglie solo se si riflette senza ipocrisie, una volta per tutte, sul cosiddetto “squilibrio tra i poteri” che la riforma rischierebbe di provocare.
Nella modifica costituzionale che fra meno di due settimane sarà sottoposta al vaglio degli elettori, non ci si occupa espressamente del rapporto fra politica e magistratura, ma è pur vero che quel rapporto, in caso di vittoria del Sì, cambierebbe. In che senso? Bisogna partire dalla meccanica del nuovo assetto che la legge Nordio configura. Con lo sdoppiamento dell’attuale Csm e il “disarmo coatto” delle correnti che si realizzerebbe grazie al sorteggio, il “partito dei pm” non sarebbe più in grado di condizionare le carriere dei giudici.
I gip, in particolare, sarebbero in gran parte liberati dal timore che, se osano rigettare le richieste di una Procura “pesante”, la loro carriera venga stroncata. Lo hanno spiegato con efficacia i 29 “magistrati per il Sì” che, una decina di giorni fa, hanno sottoscritto un ampio documento pro-riforma. Se i giudici delle indagini preliminari non saranno più così solerti (o rassegnati) nell’incarcerare gli indagati, si indebolirà la forza mediatica dei pm. Perché? Perché si ridurrà l’immediato clamore delle inchieste, che conferisce alla tesi del pubblico ministero una forza suggestiva, irresistibile, anche in procedimenti in cui, dopo anni, il teorema dell’accusa venga smentito dall’assoluzione.
L’indebolirsi della potenza di fuoco mediatica che oggi rende fortissime le Procure provocherà una sorta di terremoto, una rivoluzione: si indebolirà non solo la lobby dei pm, ma il processo mediatico generalmente inteso. Questo meccanismo – che si realizzerà appieno fra vent’anni, per carità – depotenzierà anche il peso politico delle Procure, dentro l’Anm e sulla scena pubblica. Ne deriverà un ulteriore, simmetrico rafforzamento del giudice. I giudici, i gip in particolare, saranno un po’ più liberi non solo dal “ricatto” sulla loro carriera, ma anche dal ricatto mediatico (oggi, se osi negare gli arresti, sei lapidato da politici e giornali manettari, oltre che dal popolo dei social). Un meccanismo del genere – sempre nell’ipotesi che vinca il Sì – riguarderebbe tutti i procedimenti penali. Anche quelli a carico dei politici. E se i procedimenti a carico dei parlamentari e soprattutto dei politici locali non beneficeranno più dell’ingiusto “amplificatore mediatico” assicurato dalla carcerazione preventiva (o dal sì acritico dei gip alle intercettazioni), potrebbe dissolversi almeno un po’ quell’improprio ruolo di vigilanza morale che i pm esercitano, sulla politica, dai tempi di Mani pulite. E se sarà così, comincerà forse a invertirsi la tendenza alla delegittimazione della politica per via giudiziaria e alla sfiducia nei partiti.
Ora, è probabile che, di tutto il meccanismo sopra descritto, gli elettori favorevoli al Sì abbiano scarsa consapevolezza. Ma la Storia ha una sua forza inesorabile. E se dunque la riforma di Carlo Nordio uscisse confermata dal referendum, la democrazia italiana potrebbe affrancarsi almeno un po’ dall’egemonia delle Procure. Si realizzerebbe, almeno in parte e seppur in virtù di un’eterogenesi dei fini, una maturazione democratica .
Torniamo alla Costituzione. Alla sua presunta intangibilità. Il fronte del No sostiene che l’ordinamento giudiziario definito dall’attuale Titolo IV della Carta sia appunto immodificabile, sacro nella sua perfezione . E che per questo la riforma Nordio va bocciata. Ma c’è, evidentemente, una sottovalutazione degli elettori, dietro l’idea secondo cui i cittadini non possano modificare la Costituzione, né per interposto Parlamento né con il Sì al referendum (i casi in cui i custodi dell’ortodossia costituzionale sono favorevoli alle riforme della Carta rappresentano l’eccezione che conferma la regola). E l’idea di una Costituzione immodificabile dai cittadini rimanda a una concezione immatura della democrazia.
La tesi della Carta da lasciare così com’è implica, insomma, una deresponsabilizzazione dell’elettorato: i cittadini non sarebbero consapevoli e illuminati al punto da poter riformare la Costituzione . Certamente il Parlamento, che della sovranità popolare è espressione, non può, in quest’ottica, assumersi una responsabilità così grande. Quindi la Carta – salvo le rare eccezioni “consentite”, come avvenne per il Titolo V – deve restare com’è. Come se l’articolo 138 celasse un perfido inganno. Sancisce che modificare la Costituzione è possibile. Ma è una sorta di frutto del peccato: c’è ma non va colto .
Da una parte la riforma, se convalidata dal referendum, ci consegnerebbe una politica meno “ricattata” dalla giustizia mediatica, cioè dai pm, dunque più libera, più matura. Dall’altra, il sì al ddl Nordio certificherebbe di per se stesso che i cittadini possono assumersi eccome la responsabilità di cambiare la Costituzione. Come si vede, tra gli effetti della legge Nordio e la possibilità stessa di modificare la Carta esiste un’affinità sostanziale. Ma c’è dell’altro.
C’è, ovviamente, il fatto che a proporre la riforma sulla separazione delle carriere sia la prima leader postmissina della storia repubblicana . La prima premier “di destra”. E qui entra in gioco un altro tabù: la legittimazione, per la destra proveniente dalla storia missina, a cambiare la Carta del 1948. È chiaro che la resistenza c’è. Ed è persino comprensibile. È istintiva, in una parte della politica e della società civile. L’idea, la semplice idea che l’ex leader nazionale di Azione giovani, versione “post-Fiuggi” del Fronte della gioventù, possa intestarsi una modifica della Costituzione, scaraventa una parte della politica e della società italiane nel tunnel dell’orrore. Ma ostinarsi a non voler accettare la realtà, rifiutare una vicenda politica che dal postfascismo si è emancipata, è una forma d’immaturità della politica e della società civile.
È un complesso che, peraltro, una parte della sinistra ha superato.
Il presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera, leader ideale della sinistra per il Sì, se ne infischia francamente, come direbbe Giorgio Gaber, del fatto che sotto la separazione delle carriere ci sia la firma di Giorgia Meloni. E con lui, se ne infischia una bella schiera di politici e intellettuali progressisti che di Costituzione e di democrazia ne capiscono eccome. Barbera, o Stefano Ceccanti o Pina Picierno, se ne infischiano innanzitutto perché sanno che separare le carriere è di sinistra. Perché, nonostante i recenti tentativi di mistificazione, sanno bene che la separazione delle carriere realizza appieno il “processo di parti” scritto da Giuliano Vassalli, e sanno bene che Vassalli era di sinistra, punto. Si potrebbe aggiungere che, con ogni probabilità, Barbera e gli altri se ne infischiano dell’ascendenza postmissina di Meloni anche perché si rendono conto che la storia politica di un Paese va avanti, e che non ci si può trascinare all’infinito come se la guerra civile del 1943 fosse ancora tra noi.
Uno sforzo di realismo necessario, per tutti. Un passo avanti che consentirebbe alla democrazia italiana, a tutto il sistema democratico italiano, di guardare alla Costituzione con una devozione laica e non dogmatica. Con consapevolezza e responsabilità. Quello che serve alla politica. Quello che serve ai cittadini. Quello che serve persino alla magistratura, bisognosa di liberarsi del delirio egemonico insinuatosi con Mani pulite. Riconoscere che cambiare la Costituzione serve a tutti è un atto di maturità necessario. Poi si può anche votare No alla separazione delle carriere. Ma almeno lo si faccia per una qualche convinzione legata all’ordinamento giudiziario, e non in nome di un dogma, la Costituzione immutabile, che a ben guardare non ha nulla di democratico.