La sentenza
Il colonnello Lorenzo Sabatino
La Cassazione ha assolto il colonnello Lorenzo Sabatino e ha rigettato i ricorsi degli altri carabinieri condannati o per i quali era stata dichiarata la prescrizione nel processo d’Appello sui depistaggi seguiti al pestaggio e alla morte di Stefano Cucchi, arrestato il 15 ottobre 2009 e morto sette giorni dopo all’ospedale Sandro Pertini. La sentenza della Quinta sezione penale accoglie dunque la richiesta della procura generale e rende definitive, per gli altri imputati, due condanne e tre prescrizioni.
Questa mattina il sostituto procuratore generale Tomaso Epidendio aveva sollecitato per Sabatino, che ha rinunciato alla prescrizione, l’annullamento senza rinvio «perché il fatto non costituisce reato», sostenendo «la contraddittorietà e illogicità della sentenza» di secondo grado. La Cassazione ha accolto questa impostazione, assolvendolo dopo le condanne maturate in primo e secondo grado.
Per gli altri carabinieri, invece, i supremi giudici hanno rigettato i ricorsi, rendendo definitive le posizioni già cristallizzate in Appello. I sei militari prescritti o condannati con la sentenza del 19 giugno scorso avevano impugnato quel verdetto. In secondo grado era stata confermata la condanna a due anni e mezzo per Luca De Cianni, era stata riconosciuta la prescrizione per il generale Alessandro Casarsa, per Francesco Cavallo e Luciano Soligo, mentre per Francesco Di Sano la pena era stata ridotta a 10 mesi. Con quella decisione erano stati assolti Massimiliano Colombo Labriola e Tiziano Testarmata.
Le accuse contestate nel procedimento, nato dall’inchiesta del pm Giovanni Musarò, a vario titolo e a seconda delle posizioni, vanno dal falso al favoreggiamento, dall’omessa denuncia alla calunnia.
Nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, i giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Roma avevano ricostruito una sequenza di «anomalie» nella catena degli eventi, immediatamente prima e dopo la stesura delle annotazioni finite sotto processo. Secondo quel ragionamento, l’intento dei carabinieri comandati da Casarsa non sarebbe stato quello di individuare «la mela marcia» e approfondire davvero la dinamica, ma «al contrario, di restituire una realtà di comodo».