Martedì 03 Marzo 2026

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Il commento

“Il tiro al piccione” contro Guido Salvini, senza correnti assolto dal Csm dopo 7 anni: vittima dell’autocrazia delle toghe

Il magistrato, impegnato in delicate indagini di terrorismo, era considerato un "paria" e ha pagato per la sua indipendenza

03 Marzo 2026, 11:08

“Il tiro al piccione” contro Guido Salvini, senza correnti assolto dal Csm dopo 7 anni: vittima dell’autocrazia delle toghe

GUIDO SALVINI GIUDICE

Per certi versi ciò che fu in Sicilia Giovanni Falcone nelle indagini e nella lotta alla mafia, dovendosi guardare spesso più dai colleghi magistrati che dai mafiosi, riusciti comunque ad ammazzarlo nella strage di Capaci, è stato a Milano Guido Salvini nelle indagini e nella lotta al terrorismo, per fortuna sopravvivendo come piccione al tiro dei suoi cosiddetti colleghi. E raccontando la sua esperienza in un libro intitolato proprio “Il tiro al piccione”, che meriterebbe di essere letto da quanti temono, addirittura, per la sorte del Consiglio Superiore della Magistratura e della disciplina interna, o domestica, delle toghe. Non sanno davvero, poveretti, di che cosa parlano, caduti nella trappola della campagna del no.

Guido Salvini si occupava, dicevo, di terrorismo e finì nel mirino, più che dei terroristi, della Procura della Repubblica di Milano. Dove qualcuno, gonfio del successo popolare delle indagini sul finanziamento illegale dei partiti, improvvisamente scoperto dopo anni di disattenzione, chiamiamola così, cominciò a non gradire il credito che per altri versi, senza clamori e forzature, si guadagnava il giudice Salvini. Contro il quale il Corriere della Sera si prestò a pubblicare l’’intervista del procuratore aggiunto Ferdinando Pomarici in qualche modo propedeutica a un procedimento contro di lui presso il Consiglio superiore della magistratura per incompatibilità ambientale, finalizzato a destinarlo in chissà quale altra sede, sradicandolo dalla sua vita e dal suo lavoro.

Ebbene, quel procedimento gestito non da uno ma da due Consigli Superiori della Magistratura succedutisi senza che il primo fosse riuscito a concluderlo, durò sette anni. E si concluse naturalmente con l’assoluzione, senza che Salvini ricevesse poi le scuse da nessuno. Dico: nessuno. Eppure egli aveva subìto un blocco della carriera, pur in un sistema in cui una promozione per anzianità non si nega a nessuno, e una guerra di nervi, a dir poco, derivata dall’ambiente, diciamo così, in cui doveva muoversi fra alberghi romani e uffici e sale del Consiglio di autogoverno della magistratura. Il suo primo handicap, oltre all’invidia e simili non rari fra colleghi, era quello di non avere mai fatto parte “per ragioni di indipendenza e di dignità personale, di alcuna corrente organizzata della magistratura”, come si legge nella terza pagina di copertina del suo libro autobiografico. Era quindi finito nel posto sbagliato, in una specie di tribunale speciale dove la corrente valeva più di qualsiasi avvocato e ragione di difesa.

“Devi difenderti di giorno, acquisire gli atti che dovrebbero acquisire loro, riempire pacchi di carte con le tue difese al Csm, spedirle a Roma e poi essere interrogato dinanzi a quell’emiciclo. Ci pensi di notte”, racconta al presente Salvini la sua esperienza di magistrato accusato, fra l’altro, di avere avuto rapporti indebiti con i servizi segreti. “Il Csm - racconta ancora impietosamente Guido Salvini - non è in grado o finge di non capire che rapportandomi senza inutile e plateale aggressività con il generale Sergio Siracusa, un ufficiale perbene, allora direttore del Sismi, ero riuscito per la prima volta, dopo le collusioni e i depistaggi dei decenni passati, a convincere il Servizio ad aprire i suoi archivi e a fornire molti contributi decisivi per le indagini”, ad esempio, sulla strage di Brescia. Ma era l’indagine su un’altra strage, quella di Piazza Fontana, che si pretendeva segretamente di fargli lasciare, gli fu confidato da un collega non allineato della Procura di Milano.

“Quando sei sottoposto per anni a un procedimento di incompatibilità ambientale - racconta ancora Salvini - diventi un paria, un intoccabile” nel senso di appestato. “Nei corridoi i colleghi ti scansano o, quando proprio non possono, preferiscono far finta di niente. Più ancora della cattiveria di chi fa parte dell’apparato, in magistratura vige la viltà, è un costume diffuso. Del resto, ogni autocrazia si fonda sulla vigliaccheria della maggioranza”.

Una “autocrazia”, appunto. È questa che per me è finalmente in gioco nel referendum del 22 marzo, difesa dal fronte del no alla riforma.