Il caso
Artem Uss
La sentenza d’appello arriva con un taglio di pena, ma non chiude affatto la partita giudiziaria. Anzi, secondo la difesa segna solo un passaggio intermedio nella vicenda che ruota attorno alla fuga di Artem Uss dall’Italia nel marzo 2023, quando si trovava ai domiciliari in attesa di estradizione verso gli Stati Uniti.
La Corte d’appello di Milano ha ridotto la condanna per Dmitry Chirakadze: da 3 anni e 2 mesi a 2 anni e 2 mesi. L’uomo, 56 anni e cittadino russo, è ritenuto – secondo l’impostazione accusatoria richiamata nel testo – la “mente” dietro l’esfiltrazione di Uss.
A margine della decisione, il professor Alessandro Diddi, legale di Chirakadze insieme alla collega Tatiana Della Marra, definisce la riduzione della pena «importante e coraggiosa», ma anche «una soluzione di compromesso». La strategia, nelle parole del difensore, resta aggressiva sul piano tecnico: «io punto sull'assoluzione in Cassazione», sostenendo «l’assoluta estraneità» dell’assistito rispetto alle accuse di procurata evasione in concorso.
Secondo Diddi, Chirakadze sarebbe «molto arrabbiato con la giustizia italiana» perché il «trattamento che ha subito non è stato equo». E rilancia un altro fronte: per il legale è «impensabile» che non si vada verso un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, anche perché – afferma – «una persona gravemente malata non è stata curata» durante la detenzione.
Diddi precisa di non voler parlare di «processi politici», ma attacca il contesto in cui si è celebrato il procedimento, richiamando la fuga di Uss dopo la scelta di concedergli i domiciliari a Basiglio nel 2023. Nel testo, il difensore parla di «un Tribunale che ha fatto una pessima figura quando ha fatto evadere Artem Uss», collegando quel passaggio alla dinamica dell’esfiltrazione, descritta come operata da un commando di uomini.