Parla il costituzionalista dell’Università Tor Vergata. «Il fronte del No dovrebbe rileggere gli atti della Costituente»
«Forse chi diffida della riforma, chi obietta sul metodo con cui la separazione delle carriere è stata approvata dal Parlamento, dovrebbe rileggere gli atti della Costituente. Scoprirebbe che i Padri della Carta su cui si regge la Repubblica confidarono, assai più di quanto avvenga oggi, nelle generazioni future, nella possibilità che i posteri modificassero la Costituzione, al punto da subordinare tali modifiche a regole non particolarmente rigide».
Giovanni Guzzetta è un costituzionalista che ama ragionare sugli atti. Sulla storia. Che nel caso della sua particolare e preziosa disciplina è rappresentata appunto dai documenti lasciati dall’Assemblea costituente.
Si continua a sostenere che la riforma della magistratura è ai limiti del golpe istituzionale.
È un’assurdità. È la conseguenza di un’idea proprietaria, padronale della Costituzione. Di una visione esclusiva. E anche di una certa diffidenza nei confronti dell’elettorato. Ritenuto incapace di pronunciarsi su una materia specifica qual è l’ordinamento giudiziario.
L’obiezione è: il testo è rimbalzato senza modifiche dal Consiglio dei ministri alle quattro letture di Camera e Senato.
Il Parlamento è l’organo attraverso cui il popolo, secondo la Costituzione, esercita la propria sovranità, nei limiti che la stessa Carta definisce. Sono stati violati, quei limiti? Certamente no, sul piano formale. Ma evidentemente non sono stati violati neppure sul piano sostanziale. Cosa che in teoria sarebbe stata possibile, perché la giurisprudenza ha chiarito come la Consulta abbia facoltà di sindacare sul contenuto delle riforme costituzionali, qualora confliggano con i principi fondamentali affermati nella prima parte della Carta. Detto dunque che la riforma potrebbe essere comunque sindacata dal giudice delle leggi, vale la pena di aggiungere alcune considerazioni di carattere giuridico e, soprattutto storico.
Faccia pure.
Innanzitutto, l’attuale procedura prevista, all’articolo 138, per le modifiche della Carta è stata volutamente definita dai Costituenti in una forma assai meno rigida di quanto pure si era ipotizzato. Sul tavolo dell’Assemblea vi fu anche l’ipotesi che le riforme costituzionali dovessero essere approvate dal Parlamento in due successive distinte legislature. L’idea fu accantonata, e si decise di lasciare nelle mani del corpo elettorale, attraverso il referendum, l’ultima parola sulle riforme della Costituzione approvate con una maggioranza inferiore ai due terzi. Fu così anche in virtù di una straordinaria fiducia dimostrata dall’Assemblea, a cominciare dal Comitato dei 18, nei confronti del popolo e della sua capacità di discernimento. Basterebbe rileggere il discorso di Meuccio Ruini, che di quel Comitato fu il presidente, pronunciato il 22 dicembre 1947, alla vigilia della firma: siamo consapevoli di lasciare alle generazioni future, disse, l’aggiornamento della Costituzione. Ora: c’è un’altra cosa evidentemente ignorata da chi polemizza oggi sulla separazione delle carriere e sul modo in cui è stata approvata in Parlamento: quando Ruini e tutti i Costituenti concordarono di rimettere all’elettorato la facoltà di confermare o bocciare le leggi costituzionali, una percentuale altissima degli elettori si dichiarava analfabeta. E secondo Tullio De Mauro, al momento del referendum sulla scelta fra monarchia e Repubblica, il 59% degli adulti quattordicenni non era in possesso della licenza elementare. Ciononostante, i Costituenti si rimisero alla saggezza di quell’elettorato.
Oggi c’è una diffidenza nei confronti degli elettori, un’idea elitaria per cui le modifiche della Carta andrebbero vagliate da una non meglio precisata aristocrazia intellettuale.
Si tratta appunto di un’idea culturalmente padronale della Costituzione. È una sorta di feticismo, peraltro a corrente alternata: quel fronte sospettoso non si è affatto stracciato le vesti, quando le riforme costituzionali gli sono apparse gradite. Penso al Titolo V, o all’approvazione praticamente all’unanimità, malgrado le critiche dell’Anm, dell’articolo 111 e del giusto processo.
È colpa della giustizia, tema troppo sensibile per essere lasciato alla mercé del popolo?
Dipende. Quando le modifiche costituzionali relative al rapporto fra magistratura e politica hanno seguito una direzione evidentemente gradita, non si è visto, ripeto, alcun anatema, alcuna levata di scudi in difesa dell’intangibilità della Costituzione. Mi riferisco alla soppressione dell’autorizzazione a procedere così com’era stata definita dai Costituenti. Nessuno, all’epoca di questa modifica, si chiese cosa pensassero, di quell’istituto, i Padri della Carta. I quali vollero da una parte una magistratura autonoma e indipendente, ma dall’altra un bilanciamento, attraverso l’autorizzazione a procedere, in modo da evitare che l’ordine giudiziario condizionasse la politica e scivolasse in una chiusura corporativa. Ma gli atti della Costituente ci dicono anche altro.
Vale a dire?
Che il rapporto fra politica e magistratura era stato a lungo immaginato in maniera diversa, con un Csm composto da un numero pari di laici e togati. È stata a lungo l’idea prevalente, e parliamo di un Comitato che diresse i lavori dell’Assemblea e di cui, oltre a Ruini, fecero parte La Pira, Mortati, Einaudi, Dossetti. Fu quest’ultimo, esponente della linea che oggi definiremmo di riformismo radicale, a presentare, con Bettiol e Tosato, un emendamento che confermava la composizione paritaria del Csm, con il primo presidente della Cassazione al vertice dell’organo. Oggi la sola ipotesi di un Consiglio superiore con un numero di laici pari a quello dei togati scatenerebbe una rivoluzione, eppure nel 1947 fu sostenuta a lungo e accantonata con una votazione di strettissima misura.
La stessa unità delle carriere è stata in discussione.
Divenne una strada obbligata in considerazione del modello processuale che, all’epoca, era inquisitorio, ma che la settima disposizione transitoria ipotizzò potesse essere modificato con la ventura riforma dell’ordinamento giudiziario.
C’è quasi una nostalgia, per il processo penale inquisitorio, che lascia un’ombra sul tasso di garantismo del pensiero contrario alla riforma.
Certamente il modello inquisitorio non è proprio delle culture liberali. Certamente nelle riflessioni contrarie alla separazione delle carriere colpisce che si sottovaluti quanto sia inopportuno che chi accusa possa decidere della carriera di chi giudica. È un paradosso tollerato, evidentemente, in nome di una presunta virtuosità intrinseca in chi eserciti funzioni magistratuali. Un errore teoretico, direi, perché la possibilità di abusi, da parte di chi detiene un potere, esiste sempre e comunque. Anche la virtù ha bisogno di limiti, diceva Montesquieu.
L’inquisitorio fu caro al fascismo.
Grandi presentò il suo codice a Mussolini con la seguente rassicurazione: vogliamo l’unità delle carriere perché la separazione dei poteri è superata. Tutto torna, in una logica da Stato autoritario.
Resta la critica sul sorteggio.
Non si ipotizzò il sorteggio dei togati, nei lavori della Costituente, ma questo non significa che la stessa Assemblea abbia sottovalutato i rischi di quello che chiamavano elettoralismo nella magistratura. Va ribaltata l’obiezione dell’ex presidente Anm Santalucia secondo cui l’unica proposta alternativa all’elezione, e cioè la proposta di Condorelli basata sull’anzianità, fu rigettata: la verità è che dei rischi di una deriva elettoralistica si parlò molto, nella Costituente, non fu materia per sparuti componenti dell’Assemblea.
Eppure il fronte del Sì è bollato nei peggiori modi possibili.
Non credo sia una buona pratica litigare sulle affermazioni di grandi magistrati del passato. Ma quanto disse Giovanni Falcone nell’intervista a Mario Pirani su Repubblica nel 1991 non può essere ignorato: Falcone disse che per aver solo osato prospettare carriere differenziate, fra giudice e pm, venne bollato come nemico dell’indipendenza, sostenitore dell’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale e desideroso di sottoporre il pm all’Esecutivo. Fu, come sempre, profetico. E se le critiche rivolte all’epoca a Giovanni Falcone sono le stesse scaraventate oggi verso chi è per il Sì al referendum, sono orgoglioso di appartenere al campo di Falcone.