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Il dibattito

Giustizia riparativa, la rivoluzione che non decolla

Il ministero della Giustizia presenta i 36 centri, ma il rapporto del Garante dell'Emilia Romagna smorza l'entusiasmo

24 Febbraio 2026, 11:23

Giustizia riparativa, la rivoluzione che non decolla

Mercoledì scorso, nella sala Livatino del ministero della Giustizia, il viceministro Francesco Paolo Sisto ha aperto la conferenza stampa sulla giustizia riparativa con una frase che voleva essere una dichiarazione di orgoglio: «Una conferenza stampa si fa per annunciare quello che si ha intenzione di fare, noi la facciamo per dimostrare che abbiamo realizzato qualcosa». Sul tavolo c’erano i 36 Centri per la giustizia riparativa attivati su tutto il territorio nazionale, i circa 15 milioni di euro impegnati, e un sistema che secondo il ministero sta finalmente prendendo forma dopo la riforma Cartabia del 2022. Bello. Anzi, sarebbe bello. Perché a poche settimane da quella conferenza, l’Ufficio del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della Regione Emilia-Romagna ha pubblicato un rapporto che racconta una storia molto diversa.

Il documento è stato redatto da Silvia Mannone, dottoranda in Sociologia all'Università di Bologna e collaboratrice del Garante regionale Roberto Cavalieri. Descrive quello che è successo davvero nelle carceri emiliano-romagnole tra il 2022 e il 2024: fondi in gran parte inutilizzati, mediazioni avviate senza la preparazione necessaria, operatori formati male o per niente, e almeno un caso in cui la situazione è degenerata in modo che lo stesso Garante definisce drammatico.

Soldi non spesi e programmi fantasma

La “seconda sperimentazione” dei programmi di giustizia riparativa nelle carceri della regione disponeva di 234.000 euro complessivi, tra Cassa delle Ammende e cofinanziamento regionale. Al termine del periodo, erano stati impegnati poco più di 100.000 euro. Meno della metà. La Regione temeva persino di non raggiungere la soglia minima del 70% richiesta dai bandi dei finanziatori. Il problema, scrive il rapporto, non è la mancanza di denaro. Sono “lacune progettuali e organizzative” che hanno impedito di costruire percorsi seri e continuativi. A Ferrara, per esempio, non è stato realizzato praticamente nulla: lo sportello di giustizia riparativa era stato annunciato pubblicamente, ma il protocollo tra carcere e comune non è mai stato attuato e il bando comunale non è stato emanato.

Quello che colpisce leggendo il rapporto è la disomogeneità totale tra un carcere e l'altro. A Piacenza un colloquio individuale più quattro incontri di gruppo con otto detenuti. A Parma tre incontri di sensibilizzazione. A Modena nessuna attività di giustizia riparativa nel senso proprio del termine. Ogni istituto ha fatto qualcosa di diverso, con criteri di selezione dei partecipanti diversi, con modalità diverse, con risultati diversi. I funzionari pedagogici delle carceri non sapevano bene cosa aspettarsi dai centri di mediazione, e i centri di mediazione non sapevano bene cosa proporre e a chi.

C’è poi un problema culturale che il rapporto affronta direttamente: buona parte degli operatori teme che i detenuti partecipino ai percorsi solo in modo strumentale, per dimostrare un presunto “pentimento” e guadagnarsi benefici penitenziari. Il rischio c’è, e il rapporto lo riconosce, ma suggerisce strumenti per gestirlo - percorsi articolati in fasi, attività riflessive preliminari, approcci multi-livello - anziché usarlo come scusa per non fare nulla.

La mediazione che non doveva andare così

La parte più pesante del rapporto riguarda un caso specifico. Una madre che ha chiesto di incontrare il detenuto condannato all’ergastolo per l’omicidio della figlia diciottenne, violentata e il cui corpo era stato smembrato. Un delitto che aveva fatto notizia in tutta Italia, con forti strumentalizzazioni politiche legate all’immigrazione, visto che l'autore del reato era straniero. La Cassazione aveva confermato la condanna.

La madre ha chiesto alla direzione del carcere di poter incontrare il condannato. La richiesta non ha incontrato ostacoli. La mediazione è stata organizzata. Il rapporto del Garante registra una serie di problemi: il detenuto aveva difficoltà linguistiche significative, e poco prima degli incontri il personale aveva segnalato un suo "umore lievemente deflesso”. Due elementi che avrebbero richiesto ulteriori valutazioni. Non risulta che siano state fatte. Il detenuto ha dichiarato di aver incontrato i mediatori solo due volte prima della mediazione vera e propria. Due incontri per preparare un faccia a faccia tra una madre e il condannato per quell'omicidio. Il rapporto scrive che “le esperienze più evolute di giustizia riparativa delineano il Vom (mediazione autore-vittima, ndr) come uno strumento che va usato con estrema cautela e che richiede mesi - se non anni - di adeguata preparazione”.

L’incontro si è concluso in modo drammatico: la madre ha aperto la felpa che indossava mostrando una maglietta con impressa l’immagine del corpo a pezzi della figlia. I mediatori non hanno interrotto immediatamente la sessione. Dopo l’incontro, il detenuto ha cercato conforto attraverso contatti con i familiari, senza poter parlare con psicologi né con i mediatori. E la vasta esposizione mediatica che ne è seguita ha violato il principio di riservatezza che dovrebbe proteggere qualsiasi percorso di questo tipo, sancito dalla legge. Dal colloquio del Garante con il detenuto è anche emerso che questi ribadiva la propria responsabilità solo parziale - un elemento che ha reso l'incontro ancora più dannoso per la madre.

Il nodo che il ministero non risolve

Dietro tutti questi problemi c'è qualcosa di strutturale che la conferenza ministeriale di mercoledì scorso non ha affrontato. I magistrati possono già oggi inserire nelle loro ordinanze percorsi di giustizia riparativa: lo prevede la legge. Ma quei percorsi, nella gran parte del territorio italiano, non esistono ancora in forma organizzata. I 36 centri sono un primo passo, non un sistema compiuto. Il rapporto emiliano-romagnolo fotografa una regione che rispetto alla media nazionale è avanti - centri attivi da anni, fondi propri investiti, cooperative sociali con esperienza - eppure ha speso meno della metà dei soldi disponibili e non riesce a garantire continuità e qualità.

Il Garante Cavalieri chiude il rapporto con otto raccomandazioni: formazione vera per gli operatori, sensibilizzazione dei detenuti e delle vittime, una strategia regionale organica, misure di protezione per le vittime coinvolte, strumenti di monitoraggio. E soprattutto, attenzione esplicita al rischio di eventi critici - autolesionismo, crisi - nei detenuti che partecipano a questi percorsi, con valutazione più stringente prima di avviare qualsiasi mediazione autore-vittima.

Tornando alla conferenza di mercoledì: il lavoro fatto al ministero è reale. Costruire 36 centri, far dialogare enti locali e strutture della giustizia, stanziare 15 milioni ha richiesto anni. Ma avere i centri non basta. Servono operatori formati davvero. Servono protocolli che impediscano di avviare una mediazione troppo in fretta. Serve che i magistrati, quando scrivono nelle loro ordinanze che un detenuto dovrebbe accedere a un percorso di giustizia riparativa, sappiano che dall'altra parte c'è qualcuno in grado di gestire quella richiesta nel modo giusto. Per ora, troppo spesso, quel qualcuno non c'è ancora.