In Romagna
Ravenna
La magistratura si trova sotto accusa da fronti opposti. Giorgia Meloni e il suo governo la criticano per quella che definiscono un’ingerenza politica nelle scelte dell'esecutivo sui migranti - i giudici che bloccano i rimpatri, le toghe che “sabotano” le politiche di sicurezza. Dall’altra parte, associazioni come l’Asgi, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, puntano il dito contro la Procura di Ravenna per ragioni diametralmente opposte: qui non si tratta di magistrati accusati di essere troppo morbidi con i migranti, ma di pubblici ministeri che hanno trasformato l’atto del curare in un’ipotesi di reato, criminalizzando medici che si sono limitati a fare il loro dovere. Due critiche agli antipodi, un solo bersaglio. È questo il paradosso, in pieno clima referendario tra il Sì e il No alla riforma della separazione delle carriere, che rende il caso di Ravenna qualcosa di più di una semplice inchiesta giudiziaria.
Quando la magistratura decide di entrare in un ospedale con le modalità che solitamente si riservano ai boss della criminalità organizzata, significa che qualcosa si è rotto nel cuore profondo del nostro vivere civile. È questo il grido di battaglia che unisce oggi oltre trentamila cittadini, la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni e decine di associazioni. Quella perquisizione avvenuta il 12 febbraio scorso nel reparto di Malattie Infettive dell'ospedale romagnolo è stata vissuta come un'umiliazione della dignità professionale, un atto intimidatorio che ha trattato dei camici bianchi come se fossero parte di una pericolosa associazione a delinquere.
Il clima è pesante, quasi surreale. Sei medici sono finiti sotto la lente d’ingrandimento dei pubblici ministeri con l’accusa di falso ideologico continuato in concorso. Secondo l’ipotesi investigativa, che copre un arco di tempo dal maggio 2024 al gennaio 2026, questi professionisti avrebbero firmato certificati medici “arbitrari” o “incompleti” per attestare che alcune persone migranti non fossero idonee a restare nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Ma per chi ogni giorno lavora in corsia, quella che la Procura chiama “ostruzione” non è altro che il rigoroso adempimento di un dovere etico e giuridico: agire in scienza e coscienza per tutelare la vita e la salute di chiunque, senza distinzioni.
Quello che è accaduto tra i corridoi del reparto di Malattie Infettive di Ravenna non è stato un normale atto di indagine. Le modalità descritte dai testimoni raccontano di una pressione che ha distolto risorse preziose dalla cura dei pazienti, configurando persino il rischio di un'interruzione di pubblico servizio. Se un medico deve temere una perquisizione ogni volta che firma un certificato che non aggrada l’autorità amministrativa, allora la sua autonomia è finita. La valutazione clinica non può essere condizionata da esigenze di polizia o da convenienze politiche. Un medico non valuta se sia “opportuno” o meno che una persona venga rimpatriata: osserva un corpo, analizza una mente e stabilisce se possono sopportare la detenzione in un Cpr.
C’è un dato che rende ancora più fragile l’ipotesi investigativa della Procura. Dal settembre 2024 al dicembre 2025, i medici del reparto hanno visitato trentaquattro persone destinate ai Cpr. Di queste, quattordici hanno ricevuto un parere favorevole al trattenimento e soltanto dieci sono state dichiarate non idonee. Meno della metà, insomma. Eppure la Procura ha scelto di ipotizzare l’esistenza di un boicottaggio sistematico, quasi che un reparto ospedaliero si fosse trasformato in una cellula eversiva. È difficile sostenere questa tesi davanti a una percentuale che descrive semplicemente un filtro clinico selettivo, non indiscriminato.
La patogenicità dei Cpr non è un'opinione di qualche attivista, ma un dato scientifico inoppugnabile. Lo ha messo nero su bianco persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel gennaio del 2026: la detenzione amministrativa dei migranti è una causa diretta di gravi malattie infettive e disturbi psichiatrici. Il medico che firma una inidoneità sta semplicemente prevenendo un danno alla salute che sa essere quasi certo, applicando il principio fondamentale di “non maleficenza”. Dire che un uomo con una grave infezione o una donna con un trauma psichico profondo non possono stare in un centro di detenzione non è un falso ideologico, è una constatazione di realtà che ogni medico onesto ha il dovere di fare.
Gli avvocati dell’Asgi hanno preso una posizione netta: le inidoneità certificate dai medici “non sono arbitrarie”, ma si fondano su dati clinici e sull’evidenza scientifica della natura intrinsecamente patogena dei Cpr. Il punto giuridico è preciso: la normativa vigente non impone al medico di certificare l’idoneità, ma di valutarla. E quando quella valutazione porta a un giudizio di inidoneità, quel giudizio non può essere trasformato in un reato solo perché contraddice le esigenze amministrative dello Stato. Se il sistema dei rimpatri si inceppa perché alcune persone risultano clinicamente incompatibili con la detenzione, il problema non è il medico che lo certifica: il problema è un sistema che non prevede soluzioni alternative alla detenzione stessa.
Il vicepremier Matteo Salvini è stato il primo a buttarsi nella mischia: «Gravissimo. Se fosse confermato, sarebbe una vergogna da licenziamento, da radiazione e da arresto». Parole pronunciate senza attendere nemmeno un giorno dall’apertura dell'inchiesta. Il ministro dell'Interno Piantedosi ha alzato ulteriormente il tiro, parlando di medici che «pregiudizialmente, ideologicamente» avrebbero rilasciato certificazioni false. Una condanna anticipata, pronunciata dal banco del governo, che il Pd e Alleanza Verdi e Sinistra hanno definito inaccettabile.
Gli ordini dei Medici dell’Emilia Romagna, con i presidenti di Ravenna, Rimini e Forlì-Cesena in testa, hanno eretto un muro a difesa della professione. Il messaggio è limpido: il medico non giudica, non seleziona e non esclude nessuno per motivi politici o sociali. Il presidente nazionale dell’Ordine dei Medici, Filippo Anelli, ha tracciato il confine in modo netto: «Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell'Ordine: ai medici affidiamo la cura delle persone».
Strumentalizzare l'atto medico, tentando di piegarlo a funzione di garanzia dell'ordine pubblico, significa snaturare il senso stesso della medicina e compromettere irrimediabilmente l'autonomia di chi cura. Difendere questa distinzione tra il giudizio tecnico-sanitario e le scelte amministrative è l'unico modo per tutelare i diritti fondamentali di tutti noi.
Quello che i trentamila firmatari chiedono è semplice ma enorme: che la medicina resti libera. Libera dalle pressioni di un sistema che vorrebbe i medici asserviti a scelte politiche. Difendere quei sei medici indagati a Ravenna significa difendere il diritto di ogni cittadino a essere guardato dal proprio dottore come una persona, e non come un numero di pratica burocratica o un problema di polizia. Perché quando la polizia giudiziaria su ordine della procura entra in reparto con la forza del sospetto infondato, non sta solo cercando dei documenti, rischia di silenziare la coscienza di una professione intera. E se ci riesce, la democrazia perde uno dei suoi pilastri più importanti.