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Il caso

Decadenza Lucano, la difesa punta alla Consulta: nel mirino la legge Severino

Dopo l'apertura del Consiglio di Stato, i legali del sindaco di Riace sollevano la questione di legittimità costituzionale. Sotto accusa la "discrezionalità" degli uffici: il diritto all'elettorato non può dipendere da scelte burocratiche

17 Febbraio 2026, 11:26

18 Febbraio 2026, 18:45

Decadenza Lucano, la difesa punta alla Consulta: nel mirino la legge Severino

Il destino istituzionale di Mimmo Lucano torna a incrociare i grandi temi del diritto costituzionale. In vista dell’udienza di secondo grado sulla sua decadenza da sindaco di Riace, fissata per il prossimo 5 marzo, gli avvocati Andrea Daqua e Giuliano Saitta hanno calato un asso giuridico che potrebbe cambiare le regole del gioco: due eccezioni di legittimità costituzionale.

Sebbene i giudici amministrativi abbiano confermato l’esclusione di Lucano dalle ultime Regionali in virtù della condanna a 18 mesi per falso, unico capo d’imputazione salvato dalla Cassazione del maxi processo Xenia, le motivazioni della sentenza aprono una breccia clamorosa: l’incandidabilità per il reato di falso ideologico non è un automatismo di legge, ma il frutto di una valutazione discrezionale degli uffici elettorali. È proprio su questo “varco interpretativo” che la difesa punta ora a scardinare il provvedimento di decadenza dalla carica di sindaco, sollevando due questioni di legittimità costituzionale davanti alla Corte d’Appello di Reggio Calabria.

Il cuore della contestazione risiede nel contrasto tra la Legge Severino e gli articoli 3 e 51 della Costituzione. Secondo la difesa, se il Consiglio di Stato ammette che l’incandidabilità non scatta in automatico per il falso ideologico, ma richiede un “onere motivazionale” da parte dell’amministrazione, si scivola in un terreno pericoloso: quello della discrezionalità amministrativa applicata a un diritto sacro come l’elettorato passivo.

In sostanza, non è più la legge a decidere in modo uguale per tutti, ma un ufficio che valuta se nella condotta del condannato vi sia stato o meno un abuso di potere. Questo crea un paradosso giuridico: due cittadini condannati per lo stesso identico reato potrebbero subire destini opposti a seconda dell’interpretazione di chi esamina le carte. Per la difesa di Lucano, questa incertezza mina il principio di legalità: un diritto costituzionale non può dipendere da un margine di scelta burocratico, specialmente quando - come nel caso del sindaco di Riace - i giudici penali hanno escluso l’abuso di potere, revocando persino l’interdizione.

La seconda questione che i legali vogliono sollevare riguarda l’efficacia delle sentenze civili di decadenza. Attualmente, il decreto legislativo 150 del 2011 permette la sospensione della sanzione solo in pendenza dell’Appello. La difesa di Lucano contesta duramente questa limitazione, ritenendo illegittimo che non sia prevista una protezione analoga anche in attesa del verdetto della Cassazione. Senza una sospensione estesa fino all’ultimo grado di giudizio, il rischio è quello di infliggere uno "sfregio" definitivo al mandato elettorale basato su una norma - la Severino - che appare sempre più traballante e priva di quella tipizzazione rigorosa necessaria per limitare le libertà dei cittadini.

Spetterà ora ai giudici reggini decidere se il “varco” aperto dal Consiglio di Stato sia sufficiente per investire della questione la Consulta. Se gli atti venissero trasmessi alla Corte costituzionale, non sarebbe solo il futuro di Mimmo Lucano a essere ridiscusso, ma l’intera legittimità di una legge che, nata per tutelare l’etica pubblica, rischia oggi di trasformarsi in uno strumento di disparità di trattamento, dove la soggettività degli uffici prevale sulla certezza della norma.