La lettera
C’è una distorsione narrativa che da settimane attraversa i palinsesti Mediaset: la trasformazione del lavoro degli assistenti sociali in un bersaglio mediatico. Senza l’equilibrio di un confronto reale, senza alcun contraddittorio, senza riferimenti a fatti reali o stravolgendo la realtà documentata, va in onda una sistematica gogna televisiva che processa una categoria senza concederle il diritto di replica, sacrificando la complessità del reale sull’altare dell’indignazione a comando. Dopo lo schiaffo morale inflitto dalla sentenza “Angeli e Demoni” sui presunti affidi illeciti (che illeciti non sono risultati) di Bibbiano, a rinvigorire gli odiatori tv e social è stata la vicenda della famiglia nel bosco. Una vicenda singola, complessa, usata come paradigma (sulla base di una presunto abuso degli assistenti sociali dato per assodato ma mai dimostrato da nessuno) per raccontare l’intero mondo dei servizi. La narrazione è terrificante e semplicistica, oltre che superficiale: poco importa se i bambini stanno subendo abusi o maltrattamenti in famiglia, li affronteranno da adulti. Ma guai a sottrarli - un verbo non casuale, data la loro oggettificazione - ai genitori. Il principio è sempre lo stesso: sono una proprietà di mamma e papà. E chiunque metta naso va trattato da criminale. Anche se l’intervento dei servizi è previsto a tutela. Ci sono errori? Può darsi. Ma quelli vanno perseguiti caso per caso, non per partito preso. Proprio contro questa narrativa terrificante - che si avvale di una lettura distorta delle pur chiarissime motivazioni del caso Bibbiano, che disintegrano letteralmente la tesi accusatoria certificandone l’infondatezza - è intervenuta, nei giorni scorsi, la presidente dell’Ordine degli assistenti sociali dell’Abruzzo, Francesca D’Atri. Con una lunga lettera rivolta ai media e alla comunità professionale e oggetto, sui social, dei soliti commenti beceri. È un atto d’accusa contro il «discredito mediatico» e le molte, moltissime «false informazioni». «Per le persone, per i professionisti, per la verità».
D’Atri parla di «attacchi spietati» e parole «usate come armi» contro una «professione che esercita a tutela dei più fragili e dei più piccoli». Una comunità professionale «lacerata dalla strumentalizzazione mediatica e dalle polarizzazioni degli ultimi mesi», che la fanno sentire «amareggiata e indignata», al pari di tutti gli assistenti sociali d’Italia. «Ogni distorsione della realtà, ogni accusa mediatica», spiega, «è un atto che calpesta la speranza di ogni persona che cerca protezione e tutela nel sistema di welfare» oltre che il singolo professionista e l’intera comunità di assistenti sociali. Indebolirli, ha chiarito, vuol dire «rendere ancora più invisibili quelle persone che bussano alle nostre porte cercando ascolto, accompagnamento, tutele e servizi che troppo spesso vengono loro negati e trovano, invece, accoglienza nei nostri uffici, nelle nostre parole, nelle nostre azioni e nei nostri interventi». Il peso della «gogna mediatica», già vissuto ingiustamente col caso Bibbiano, rende «quasi impossibile operare con la serenità necessaria accanto alle bambine e ai bambini, alle ragazze e ai ragazzi e alle loro famiglie. Non è accettabile che il discredito soprattutto mediatico, ormai quotidiano, diventi in qualche misura un’autorizzazione alla violenza, sia essa una denigrazione scritta, un insulto urlato e/o un’aggressione fisica come sta avvenendo in tanti servizi sociali anche fuori regione. C’è un limite oltre il quale la dignità umana non deve essere spinta e quel limite oggi è stato purtroppo raggiunto». Il silenzio degli assistenti sociali, spiega, non è viltà, ma un dovere. Ma «le diffamazioni sistematiche», sottolinea, «tentano di cancellare anni di sacrifici ed impegno sociale». Da qui la scelta di tutelarsi legalmente. «Non da ultimo, in un clima di intimidazione, sospetto, delegittimazione continua - aggiunge - mi preme ricordare che la nostra è una professione ordinistica, della quale ogni assistente sociale risponde nelle sedi preposte, relativamente al corretto esercizio dell’agire professionale, assumendosi le proprie responsabilità rispetto all’osservanza dei principi e dei valori del Codice Deontologico. Mi sento di ribadire, oggi più che mai, che noi siamo ovunque è necessario riportare la verità dei fatti, mettendo in luce la forza delle rilevanze tecniche, anche se non sempre facilmente comprensibili ed accettabili per l’opinione pubblica, nonché trasmettere il profondo valore dell’operato della professione per la vita delle persone, soprattutto per le più fragili». La lettera di D’Atri è anche un invito alla coesione e a ricordare il principio cardine dell’operato dei servizi, «che non può essere negoziato, relativizzato, sacrificato sull'altare di nessuna ideologia o convenienza politica: l’interesse superiore del minore. Questo principio - aggiunge - guida e orienta ogni assistente sociale nell’azione professionale quotidiana, tesa a far rifiorire le vite dei più piccoli, in un’ottica realmente bambinocentrica degli interventi. Difendere il nostro lavoro non significa difendere un privilegio, una “casta”, ma assumerci le nostre responsabilità in quanto siamo chiamati a proteggere ogni persona che soffre e attraversa il dolore dei traumi più profondi, che incrocia il nostro sguardo e ci affida la propria vita per avere un’altra opportunità e tornare ad essere felice».