Parola al magistrato
MAURIZIO DE LUCIA, PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI PALERMO
La riforma della giustizia e il referendum entrano nella fase più calda, ma dal Palazzo di Giustizia di Palermo arriva un avvertimento che punta dritto al cuore del progetto: il rischio, dice Maurizio de Lucia a "Giustizia Insieme", non è tanto nella “formula” della separazione, quanto negli effetti di sistema che potrebbero produrre due Csm, meccanismi di sorteggio e una Corte disciplinare costruita come giudice speciale.
De Lucia parte da un punto che ribalta la narrazione più diffusa: «La separazione delle carriere mi preoccupa perché si introduce in Costituzione un termine che attualmente non esiste, stante la lettera dell’art. 107 secondo il quale i magistrati si distinguono tra loro solo per diversità di funzioni». Ma subito dopo aggiunge un passaggio che ridimensiona lo slogan: «oggi le funzioni sono già rigidamente separate dal legislatore ordinario» e persino la Corte costituzionale, osserva, avrebbe evidenziato come una riforma “anche più marcata” possa essere realizzata con strumenti ordinari. Per questo, sostiene, il tema “formale” agitato nella campagna «ha davvero poca ragione di esistere».
Se la parola “carriere” rischia di essere un’etichetta, la parte più delicata per il procuratore di Palermo è un’altra: «Molto più problematica per le ricadute che può avere è il tema della creazione dei due Consigli e delle modalità di elezione dei componenti». E qui entra nel dettaglio del meccanismo: il sorteggio della componente laica, dice, avrebbe una natura diversa da quello dei togati e soprattutto si baserebbe su liste legate alle designazioni politiche, con variabili cruciali ancora incerte perché demandate alla legislazione di attuazione: quanti nomi in lista, con quale maggioranza parlamentare. Un rinvio che, a suo giudizio, non è un buon segnale se confrontato con l’attuale previsione costituzionale di maggioranza qualificata.
Sul sorteggio dei magistrati, de Lucia insiste su un punto di metodo e di sostanza. Da un lato, la delegittimazione: togliere alla magistratura la possibilità di scegliere «con votazione responsabile» i propri componenti. Dall’altro, l’efficacia: «Il metodo non è affatto risolutivo dei problemi che dice di voler risolvere, anzi appare foriero di nuovi problemi». La ragione, nella sua lettura, sta nella realtà associativa: con una percentuale altissima di magistrati iscritti all’Anm e con orientamenti che si collocano vicino alle correnti, il sorteggio non cancella i rapporti; semplicemente «affiderà al caso» il peso di ciascuna corrente nei nuovi Consigli, invece di regolarlo con un sistema strutturato, «preferibilmente proporzionale».
C’è poi un altro effetto che il procuratore descrive con toni netti: senza una delimitazione territoriale dei componenti togati, il sorteggio potrebbe produrre rappresentanze sbilanciate, con consiglieri provenienti magari da un solo grande distretto «con totale allentamento» rispetto ai problemi degli altri, o addirittura con più estratti dello stesso ufficio. «In questo caso che si fa?», domanda nella ricostruzione dell’intervista, arrivando alla conclusione più politica: il sorteggio, così congegnato, «è destinato a creare nuove opacità e a realizzare contatti clandestini» tra componenti e soggetti esterni.
Nel ragionamento di de Lucia torna anche un episodio simbolico evocato spesso nel dibattito sulle correnti, la “notte dell’hotel Champagne”. Proprio lì, ricorda, «sedevano allo stesso tavolo due parlamentari della Repubblica». E la domanda finale è tagliente: «Francamente non vedo proprio quali garanzie sul punto possa fornire il sorteggio».
L’altra critica pesante riguarda la Corte disciplinare. De Lucia la definisce, senza giri di parole, «un giudice speciale istituito solo con riguardo alla magistratura ordinaria», con un sistema di appello delle decisioni di primo grado «davvero discutibile». Nella sua prospettiva, un modello diverso avrebbe potuto essere una Corte con competenza su tutte le magistrature e magari anche sulle autorizzazioni per indagini “di particolare invasività”, come le intercettazioni, nei confronti di membri del Parlamento.
Nell’intervista c’è anche un passaggio che sposta il discorso dal disegno istituzionale alla cultura del ruolo. De Lucia elenca “poche cose, ma importanti” richieste al pubblico ministero: «Senso della Costituzione e rispetto per essa, equilibrio e buon senso, professionalità estrema», consapevolezza della delicatezza e del potere che quel ruolo comporta, «rispetto e attenzione per tutte le parti del processo». E aggiunge un elemento che lega etica e garanzie: anche quando si sbaglia, l’azione del pm è dentro un sistema di controlli che «costantemente giudici e avvocati esercitano».
Il confine che, per lui, non va superato è questo: «Quello che non deve accadere è modificare questo insieme di valori trasformando il pubblico ministero nell’avvocato dell’accusa o, peggio ancora, nell’avvocato della polizia». Da qui la difesa di un punto-chiave: conservare al pm il ruolo di responsabile delle indagini della polizia giudiziaria, richiamando Luigi Einaudi e l’idea che l’arbitrio poliziesco sia sempre un rischio se la polizia non diventa «mero organo della giustizia» nella prevenzione e repressione dei reati. In questa cornice, de Lucia collega il ragionamento all’articolo 109 della Costituzione, che pone la polizia giudiziaria alle dipendenze dell’autorità giudiziaria, e conclude che per questo «il pubblico ministero deve conservare intatte le sue prerogative verso la stessa».