L'iniziativa
LELLA GOLFO, PRESIDENTE FONDAZIONE MARISA BELLISARIIO
Un invito a partecipare al voto mentre il confronto pubblico si accende sui contenuti della riforma. In vista del referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo, le stime indicano un’affluenza compresa tra il 34% e il 38%, scenario che alimenta il dibattito sull’importanza della partecipazione democratica.
A lanciare un invito diretto ai cittadini è Lella Golfo, presidente della Fondazione Bellisario, che richiama il valore civico del voto indipendentemente dalle posizioni nel merito. «Votare è un dovere civico prima ancora che una scelta politica», sottolinea Golfo, evidenziando come il referendum affidi direttamente agli elettori una decisione centrale per l’equilibrio delle istituzioni.
La presidente della Fondazione ricorda anche un elemento decisivo: non è previsto alcun quorum. «Ogni voto espresso è determinante», afferma, spiegando che l’astensione equivale a rinunciare al proprio ruolo nel processo democratico.
Attraverso la propria newsletter, la Fondazione Bellisario ha raccolto opinioni di giuristi e rappresentanti istituzionali, offrendo un quadro articolato di posizioni favorevoli e contrarie alla riforma costituzionale della giustizia.
Tra gli interventi, quello del giurista Sabino Cassese, che invita a valutare il referendum senza trasformarlo in un giudizio politico sul governo o sulla magistratura. Il confronto, secondo Cassese, dovrebbe concentrarsi su tre nodi principali: separazione delle carriere, sorteggio per i Consigli superiori e istituzione di una Corte disciplinare autonoma. La riforma, nella sua lettura, punta a rafforzare imparzialità e indipendenza.
Di segno opposto la posizione della prima presidente emerita della Cassazione Margherita Cassano, che esprime forti perplessità sull’Alta Corte disciplinare. Secondo Cassano, l’attuale sistema disciplinare già garantisce controlli rigorosi, mentre il nuovo assetto rischierebbe di introdurre un giudice speciale e di indebolire l’equilibrio costituzionale.
Tra i sostenitori della riforma figura la deputata Simonetta Matone, che considera la separazione delle carriere il completamento del modello accusatorio introdotto nel 1988. A suo avviso, la distinzione netta tra magistrati giudicanti e requirenti garantirebbe una reale parità tra accusa e difesa e contribuirebbe a superare il correntismo.
Sulla stessa linea la deputata Cristina Rossello, che interpreta la riforma come piena attuazione dell’articolo 111 della Costituzione. Rossello sottolinea il ruolo del doppio CSM e del sorteggio come strumenti per rafforzare trasparenza e indipendenza, oltre a migliorare il sistema disciplinare.
Diverse le voci contrarie. Il magistrato Giuseppe Santalucia ritiene la separazione delle carriere giuridicamente non necessaria, sostenendo che la distinzione tra giudici e pm sia già oggi garantita da norme e prassi consolidate.
Una valutazione fortemente critica arriva anche da Francesca Nanni, procuratore generale a Milano, secondo cui la riforma non affronta le vere criticità del sistema: carenze di organico, burocrazia e inefficienze organizzative. Il rischio, nella sua analisi, è di distogliere attenzione e risorse dalle riforme realmente urgenti.
Anche la deputata Chiara Braga invita a votare No, sostenendo che il vero ritardo della giustizia riguardi digitalizzazione, personale e condizioni del sistema carcerario. A suo giudizio, lo sdoppiamento del CSM e l’Alta Corte disciplinare altererebbero gli equilibri tra i poteri dello Stato senza benefici concreti per cittadini e imprese.