CARLO NORDIO, MINISTRO DELLA GIUSTIZIA
Il dibattito sul referendum sulla giustizia è diventato un campo simbolico. Ma i simboli, quando sostituiscono i fatti, abbassano il livello. Tant'è vero che, a guardare la competizione dall'esterno, in maniera assolutamente laica, la conclusione è paradossale: il miglior sponsor del Sì è il fronte del No, e viceversa. Chiunque apra la bocca regala argomenti all'avversario. Nessuno, però, aiuta l'elettore a capire davvero di cosa si stia parlando. L'effetto rischia di essere un astensionismo ancora più elevato del solito, figlio dell'incapacità dei contendenti di parlare al Paese reale.
Partiamo da ciò che non può essere rimosso. Le degenerazioni nel sistema delle correnti del Consiglio superiore della magistratura non sono un'invenzione politica. Le parole del ministro Carlo Nordio sono sicuramente infelici - a che serve in questo clima parlare di modalità para-mafiose? - e lo sono state anche quelle di Nicola Gratteri, d'altronde. Ma quel che è certo è che Nordio non inventa nulla. Il primo a parlare di logiche mafiose non fu, come tutti dicono in queste ore, Nino Di Matteo, ma Andrea Mirenda, ben prima della sua elezione al Csm. Era aprile 2018 quando, da giudice di Verona, nel corso di un'intervista rilasciata a Riccardo Iacona, ha sottolineato che «il Csm ormai non è affatto un padre amorevole per i magistrati, non è più l'organo di autotutela, non è più garanzia dell'indipendenza, ma è diventato una minaccia, perché non vi siedono soggetti distaccati ma faziosi che promuovono i sodali e abbattono i nemici, utilizzando metodi mafiosi». Espressione, aveva chiarito, «destinata solo a far capire la drammatica potenza e la pervasività condizionante delle correnti della magistratura».
L'Anm, allora come oggi, si indignò, e Mirenda fu “minacciato” di provvedimento disciplinare. Contro le sue dichiarazioni si espresse anche Pierantonio Zanettin, forzista all'epoca laico del Csm, che lo accusò di populismo giudiziario e che oggi, sul fronte opposto, accusa Gratteri di aver pronunciato parole «gravi e irresponsabili». Mirenda - che oggi, da dentro il Csm, conferma quella visione - ispirò, dunque, i discorsi successivi di Di Matteo, come sempre fuori dagli schemi. Nel 2019, durante la campagna per le elezioni Csm, intervistato dal Fatto quotidiano disse che «l'appartenenza a una cordata è l'unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso». Una volta eletto, poi, ha ribadito il concetto. «La logica dell'appartenenza è molto simile alle logiche mafiose - ha detto in plenum, tra le altre volte, nel 2021 - è il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura». Lo disse, dunque, non solo nel contraddittorio del plenum (qualunque cosa voglia dire), come giustifica il Fatto, ma anche da fuori, prima di arrivare a Palazzo Bachelet.
Ora, però, Di Matteo ha giustamente chiesto di non strumentalizzare il proprio pensiero, sottolineando che «proprio perché ho sempre contrastato la degenerazione del sistema di autogoverno per le improprie ingerenze di correnti e cordate, oggi ho le mani ancora più libere nel denunciare che questa riforma costituzionale, invece di risolvere il problema, finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un, sempre più stringente, controllo politico sul Csm e sull'intera magistratura. Con grave rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino».
Sempre il Fatto evoca Falcone e Borsellino, sostenendo che, in quanto fondatori di correnti, le affermazioni di Nordio li avrebbero disonorati. Proprio quei magistrati che il Csm abbandonò, delegittimandoli mentre affrontavano da soli la mafia nella sua interezza. Per completare il quadro, il Fatto cita anche la candidatura di Falcone al Csm come argomento contro l'accusa di para-mafiosità delle correnti. Non sarà un caso, però, che non venne eletto. Ma se questo non bastasse, si può ricordare quanto raccontato da Francesco La Licata in “Storia di Giovanni Falcone”: nell'ottobre 1990 Falcone contestò il “manuale Cencelli” dell'Anm, con la spartizione dei posti per ogni corrente nella commissione che doveva presentare proposte al governo dopo l'omicidio di Livatino, definendo la scelta «folle» e dimettendosi. «I magistrati - disse - risentono ancora di un retaggio ideologico che non fa i conti con la realtà». L'Anm, per tutta risposta, lo accusò di «comportamento antidemocratico» per non essersi allineato.
Ma se non bastasse tutto ciò si possono ricordare le parole del Presidente della Repubblica, pure lui tirato in ballo da una vignetta in cui rispondendo ipoteticamente alle parole di Nordio avrebbe detto: «La ringrazio come Presidente del Csm anche a nome di mio fratello ucciso dalla mafia». Un pensiero che evidentemente nessuno pensò di attribuirgli quando, in modo solenne, dopo lo scandalo dell'Hotel Champagne, parlò di «modestia etica» della magistratura. Parole non meno pesanti di quelle odierne, ma sicuramente molto più eleganti. Il suo discorso fu chiarissimo: «Occorre impegnarsi per assicurare la credibilità della Magistratura che, per essere riconosciuta da tutti i cittadini, ha bisogno di un profondo processo riformatore ed anche di una rigenerazione etica e culturale», scrisse in una lettera indirizzata al presidente dell'Anm. «Occorre impegnarsi - aggiunse - per assicurare la credibilità della Magistratura che, per essere riconosciuta da tutti i cittadini, ha bisogno di un profondo processo riformatore ed anche di una rigenerazione etica e culturale». Parole chiarissime, difficilmente assimilabili alla vignetta di cui sopra.
Allora la domanda non è se esista una degenerazione. Esiste. È stata riconosciuta. È stata documentata. La domanda è: come la si affronta? Chi denuncia le degenerazioni viene accusato di delegittimare la magistratura. Chi difende l'assetto attuale viene accusato di coprire un sistema malato. In mezzo, il merito scompare.
Dire che alcune dinamiche ricordano metodi para-mafiosi non significa equiparare il Csm a un'organizzazione criminale. Significa descrivere un modello di potere fondato su appartenenza, scambio, controllo delle carriere. Se questo modello è stato riconosciuto come problematico persino dal Presidente della Repubblica, far finta che sia solo propaganda è intellettualmente sbagliato. Ma trasformare ogni critica in una battaglia morale definitiva è altrettanto fallace. Finché il confronto resterà imprigionato in questo gioco retorico, la qualità del dibattito resterà bassa. Le istituzioni si rafforzano guardando in faccia le proprie patologie. Ma non si riformano con gli slogan. E oggi, da entrambe le parti, si vedono solo quelli.