Sabato 14 Febbraio 2026

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Mafia capitale

L’Odissea di Ausilio è l’ultimo atto di un’inchiesta che ha lasciato macerie

Dopo più di dieci anni arriva l’assoluzione per l’imputato di “Mondo di mezzo”, l’indagine di Giuseppe Pignatone che ha aperto le porte al M5S

13 Febbraio 2026, 18:25

18:50

L’Odissea di Ausilio è l’ultimo atto di un’inchiesta che ha lascito macerie

Dieci anni sono un’epoca, in politica come nella giustizia. Eppure l’inchiesta che nel 2014 travolse Roma con il nome evocativo di “Mondo di Mezzo”, ribattezzata presto dai media “Mafia Capitale” anche se poi la mafia non c'era, prosegue ancora nelle aule di Piazzale Clodio.

Questa settimana si è concluso presso la prima sezione del Tribunale di Roma uno dei tanti filoni dell'inchiesta che vedeva nuovamente imputato Salvatore Buzzi, ex capo della Cooperativa "29 Giugno”, accusato di corruzione con la solita aggravante mafiosa, unitamente questa volta all’ex capogruppo Pd in Campidoglio Francesco D’Ausilio. Prescritto il primo, assolto il secondo “per non aver commesso il fatto”. D'Ausilio, in particolare, si dimise nel 2015 senza nemmeno un avviso di garanzia, travolto dal clima e dall’onda di sospetto. Intervistato da Il Foglio ha raccontato di “un lunga e dolorosa vicenda”, segnata da “attacchi mediatici violenti e talora diffamanti”.

I fatti sono noti. Il Partito democratico romano, già indebolito da lotte interne, venne travolto dall’inchiesta, soprattutto la corrente legata a Pierluigi Bersani. In quello spazio si infilò il Movimento 5 Stelle, che costruì la propria ascesa romana proprio sull'onda dell'inchiesta. Il risultato fu storico: Virginia Raggi, fino a quel momento una sconosciuta collaboratrice dello studio Sammarco, diventò sindaca nel 2016, portando i grillini al governo della Capitale.

Giuseppe Pignatone, allora procuratore di Roma, colui che impresse la linea dura, sostenendo con forza l’idea di un’associazione con tratti mafiosi, divenne invece il simbolo del riscatto istituzionale, meritando anche una citazione del discorso di fine da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Ma torniamo a questo filone dell'inchiesta che ha impiegato dieci anni per la sentenza di primo grado. D'Ausilio, secondo i pm Paolo Ielo, Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli che nel 2018 lo avevano rinviato a giudizio, in concorso con altri, avrebbe avuto la "promessa di corresponsione di una porzione della somma di 130mila euro" da parte di Buzzi per compiere atti "contrari ai doveri del proprio ufficio". In sostanza Buzzi avrebbe chiesto D'Ausilio l'approvazione della liquidazione di debiti fuori bilancio.

Il processo ha riguardato Giovanni Fiscon, ex direttore generale di Ama, anch'egli assolto “per non aver commesso il fatto”. D’Ausilio, oggi docente universitario e studioso di storia dell’alimentazione, ha parlato di una vicenda che lo ha trasformato, “anti fragile”, dopo anni di rabbia e rammarico. E il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha commentato con soddisfazione, definendola “una bella notizia” che chiude una vicenda durata dieci anni e che ha segnato “il percorso politico e la vita privata di una persona per bene”.

Vicinanza a D'Ausilio anche da Matteo Orfini che all’epoca, da segretario dei Dem, aveva ringraziato pubblicamente Pignatone per aver debellato la mafia da Roma. In attesa delle motivazioni, la sentenza chiude un filone ma non chiude la questione. Perché quello che rimane è un’eredità pesante: una città che si è vista descrivere come capitale della mafia, e che ora si sente dire ancora una volta che la mafia non c’era. Rimane un Partito democratico che per seguire la Procura di Roma ha aperto la porta al Movimento 5 Stelle che su quello scandalo nel 2018 arrivò poi alla guida del Paese con Giuseppe Conte.

 E poi rimane un dato incontrovertibile: dieci anni per una sentenza di primo grado non sono un termine da Stato civile. Per chi viene assolto, per chi viene condannato, per chi attende giustizia, per la credibilità delle istituzioni. Il “Mondo di Mezzo” doveva essere la radiografia definitiva della Capitale. È diventato invece lo specchio di un Paese in cui la giustizia arriva tardi e la politica cambia prima che le sentenze siano scritte.