In molti si chiedono da dove derivi tutto questo potere del procuratore Nicola Gratteri, oggi al vertice degli uffici di Napoli, dove i colleghi neppure lo volevano, ma arrivato dalla Calabria, la regione che lui voleva smontare e poi ricostruire come un Lego. Nulla di tutto ciò è accaduto, la ‘ndrangheta, su ammissione dello stesso magistrato, è più forte che mai, lui in compenso ha messo insieme oltre venti libri, ciascuno fotocopia dei precedenti, sul narcotraffico. Libri di successo, si suppone, dal momento che l’editore Mondadori ha continuato a pubblicarglieli.
Per il resto, le inchieste dello “sceriffo di Calabria” mostrano più macerie che grandi successi. Quindi perché il magistrato, anche quando parla fuori dalle righe, e lo fa spesso, pare sempre intoccabile? Il procuratore ha qualcosa di segreto nel cassetto, qualcuno dice. La domanda sarebbe stata d’attualità ai tempi di Giulio Andreotti, oggi fa un po’ ridere. Pure, lo si sussurra, e ogni tanto arrivano notizie “segretissime” su presunti trascorsi suoi o di suoi parenti. Poi le acque si richiudono.
Certo, spesso il suo linguaggio e le sue parole aprono scenari che fanno un po’ paura. Lasciamo perdere il sarcasmo offensivo nei confronti delle riforme più garantistiche, con cui presentava i suoi blitz annunciando “oggi abbiamo arrestato 67 presunti innocenti”. E tutti ridevano, dagli alti ufficiali dei carabinieri che gli facevano contorno, fino ai giornalisti che invece facevano la ola. Ma abbiamo assistito a qualcosa di ben più grave, rimasto inspiegabilmente senza conseguenze. Andiamo indietro fino ai tempi della massima gloria del procuratore di Catanzaro, dopo il colpo a effetto del “Rinascita Scott” con centinaia di arrestati e la costruzione dell’aula bunker del costo di cinque milioni di euro per il processo.
Poi ce ne vorranno altri tre, quando al primo temporale l’aula si allagherà e il triste risultato finale di quel processo (40% di assolti) farà fallire il sogno di Gratteri di essere ricordato come il Falcone di Calabria. Ma vorremmo andare con la memoria a quel 21 gennaio del 2021, quando il consueto blitz impiegò una forza d’attacco particolarmente consistente, con 300 uomini e 10 elicotteri. Benché l’operazione si chiamasse “Bassoprofilo”, trovò grande enfasi sui media nazionali per motivi di rilievo politico. Perché l’indagato principale di quell’inchiesta si chiamava Lorenzo Cesa, ed era sospettato non solo di corruzione ma anche di collusione con la mafia.
Ma anche perché Cesa era il segretario di un partito, l’Udc che in quel momento, con il suo piccolo drappello di tre senatori, stava assumendo il ruolo di “responsabile” nella crisi del governo Conte due, affossato da Matteo Renzi, e nella speranza di un tris. Il blitz di Gratteri piombò come un fulmine sulla trattativa, e anche sulle elezioni regionali in Calabria dell’aprile successivo. Inutile ricostruire come finirà quell’inchiesta su Lorenzo Cesa, con l’ovvio proscioglimento. L’ennesimo fallimento, dei tanti che hanno costellato tutta la storia giudiziaria della presenza del procuratore Gratteri in Calabria.
Se ne accorge persino un giornalista non ostile alle toghe come Giovanni Bianconi, che sul Corriere del 22 gennaio 2021, il giorno successivo all’individuazione di Lorenzo Cesa come associato alla ‘ndrangheta, pone al magistrato la domanda delle cento pistole. “Ma perché le indagini della sua Procura con decine e centinaia di arresti, vengono spesso ridimensionate dal tribunale del riesame o nei diversi gradi di giudizio?”. Ricordiamo, a proposito di questa curiosità del giornalista, che la storia gli darà ragione, dal momento che, proprio negli anni ruggenti di Gratteri, lo Sato ha dovuto versare il 35% del totale dei rimborsi per ingiusta detenzione proprio alla Calabria, una regione di soli un milione e ottocentomila abitanti. Ma inquietante fu la risposta del procuratore al Corriere di quel giorno: “Noi facciamo richieste, sono i giudici delle indagini preliminari, sempre diversi, che ordinano gli arresti. Così è avvenuto anche in questo caso”.
Più che corretto, anche se dimenticava di ricordare che tutti questi gip avallavano le sue richieste, spesso con un vero copia-incolla. Ma sentiamo il resto. “Poi se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni”. Che cosa vuol dire? Che ci sono giudici corrotti o addirittura collusi? E la spiegazione che avrebbe dovuto dare la storia è qualcosa di simile alla sua previsione di oggi sul voto del SI che apparterrebbe a delinquenti e massoni deviati? Lo strano è che anche allora, in quel 2021 con tutta l’agitazione politica che percorreva il Parlamento e il moribondo governo Conte due, le dichiarazioni di Nicola Gratteri avevano destato scandalo.
Ma poi nulla era accaduto, e due anni dopo il procuratore veleggiava verso Napoli, a occupare il vertice della procura più grande d’Europa. Si era fatto precedere dagli ennesimi blitz scenografici, dall’inquietante intitolazione “Maestrale-Carthago” (altro flop), quasi stesse andando di corsa, trasportato dal vento, a demolire la nuova cittadella della giustizia. Alle spalle restavano i fallimenti, ma al Csm non l’avevano notato. Andrebbe ricordato, oggi che il procuratore di Napoli è diventato un’icona del No di lotta e di opposizione al referendum, con quale disprezzo fosse trattato dalle toghe “democratiche” e dalla sinistra, mentre Magistratura indipendente con qualche cane sciolto e i laici di centrodestra lo portavano trionfalmente al posto di numero uno a Napoli. Per la sua alta professionalità, si era detto.
Ma non sarebbe servito il pallottoliere per contare le sconfitte, dal siluramento del presidente della Calabria Mario Oliverio, che la cassazione aveva definito come persecutorio, al presidente del consiglio regionale Tallini, fino ai tati sindaci arrestati e poi assolti, di Comuni ingiustamente sciolti. E al risultato finale del suo capolavoro, il processo “Rinascita Scott” per il quale si attende la cassazione, ma che ha già portato, fino dal primo grado e poi all’appello, a quasi il 40% di assoluzioni, oltre al crollo di gran parte dei 416 bis, l’associazione mafiosa.